I Brueghel a Palazzo Reale: viaggio nel Rinascimento fiammingo

Jan Brueghel il Vecchio – Cristo nella tempesta sul mare di Galilea 1596 Madrid, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza

Anatomia fenomenologica di un altro Rinascimento. Quello fiammingo, che si sviluppa nel sud dei Paesi Bassi a cavallo del XVI e il XVII secolo e ha il suo motore propulsore nella fervente città di Anversa; in un periodo caratterizzato da profondi cambiamenti economici, politici, culturali, sociali, con il potenziamento degli scambi commerciali e l’affermarsi della nascente borghesia, che investono, inevitabilmente, anche la produzione artistica.
Massimi esponenti di una rinnovata sensibilità la stirpe di pittori il cui talento sembra trasmettersi geneticamente di generazione in generazione, destinati a lasciare un impronta decisiva sull’intera storia dell’arte europea, coeva e a seguire: I Brueghel. Capaci di consolidare un linguaggio così peculiare e inconfondibile da essere universalmente riconosciuto e riconoscibile, in quella che potremmo definire una vera e propria attività di famiglia: iniziata dal padre Pieter Brueghel il Vecchio, proseguita dal primogenito Pieter Brueghel il Giovane, sviluppata dal fratello Jan Brueghel il Vecchio.
I tre hanno saputo unire, in un sol colpo, passato, presente e futuro, rispettivamente nell’ideazione contenutistica e formale, nella continuità evocativa e propagativa, nell’esplorazione innovativa e consolidante, tra l’exemplum originario, la diffusione capillare e la rivisitazione originale.
L’esposizione di Palazzo Reale è la terza tappa di un percorso iniziato dodici anni fa con la mostra di Durer, seguita da quella di Bosch, approdato ora ai Brueghel e che virtualmente potrebbe proseguire, in un unico fil rouge, con Rembrandt e Vermeer.

Adriaen van Ostade – Contadini in un interno 1661 Amsterdam, Rijksmuseum, in prestito dalla Città di Amsterdam (A. van der Hoop Bequest)

Duecento opere, tra dipinti bruegheliani in comparazione con le realizzazioni di artisti contemporanei e immediatamente successivi, in cui è perfettamente evidente l’influenza e la fascinazione esercitata sugli stessi. Da quel composito e poliedrico “stile Brueghel” con il suo rinnovato sguardo sul mondo, in grado di interpretarne i mutamenti e di gettare le basi per la formalizzazione di quei “canoni” con cui la letteratura e la critica d’arte codificherà i generi pittorici moderni, come ancora oggi conosciuti.
Paesaggi, scene di vita quotidiana, battaglie, nature morte, nei quali Brueghel il Vecchio si discosta nettamente dalla simbologia cosmologica boschiana, di cui è erede diretto, compiendo un netto ribaltamento di paradigma, laicizzando la rappresentazione della realtà, senza indulgere in giudizi o condanne ma con distaccata burlesca ironia, e dove anche il sacro si allontana da un’idealizzazione mistica. Ampi orizzonti di terra, mare, boschi, neve, ghiaccio, fango, alberi, borghi, barche, fiumi, abitazioni, scorci d’interni, dove la festante variegata umanità popolare diventa protagonista assoluta: figure tozze e tondeggianti, al limite del caricaturale e del grottesco, circondate da oggetti di uso comune e animali. Tra le calde cromie in primo piano e i colori freddi sui luminosi sfondi indefiniti, ad aumentarne la profondità di campo, il “gioco” di pullulanti e complesse scenografie, strabordanti coreografie danzanti che spesso nascondono messaggi da decodificare, allegorie dei vizi e delle virtù  e proverbi di una morale per immagini.
Opere destinate alla nuova élite borghese intellettualmente colta, che Brueghel il Giovane sa ben intercettare, riproducendo numerose varianti dei lavori paterni in modelli “vincenti”: il “brand Brueghel”, adatto alle nuove esigenze di un più ampio mercato dell’arte, dove alle committenze religiose e nobiliari si sostituisce la vendita diretta.
Ma il vero attore principale è, indiscutibilmente, Jan il Vecchio, che accresce il repertorio famigliare con il suo personalissimo tocco. Artista dall’animo cosmopolita, sempre in viaggio nelle città europee: dalla Roma dei Colonna, alla Milano del Cardinale Federico Borromeo, per il quale dipinse, tra gli altri capolavori, la bellissima natura morta “Fiori in un vaso”, oggi conservata alla Pinacoteca Ambrosiana; alla Praga di Rodolfo II, emulato dai tanti artisti boemi della corte di sua Maestà. La sua ingegnosa singolarità si arricchisce di soggetti mitologici, paradisi e inferni danteschi, allegorie degli Elementi e delle Stagioni, e di un’insaziabile sperimentazione tecnica: in particolare nei “cabinet paintings”, quadri di piccola dimensione dipinti su rame, dove le sue doti di raffinatezza, precisione millimetrica, estrema cura del dettaglio, hanno modo di esplicitarsi appieno. In un immaginario connotato da un romanticheggiante senso di finitudine, che ben si evince nella celebre tela “Il trionfo della morte” del 1608.
Se la mostra si apre, non a caso, con la vitale “Danza nuziale” di Pieter Il Vecchio del 1566, a cui si accosta la rivisitazione di Pieter il Giovane nella “Festa nuziale” del 1622, non poteva che chiudersi con l’ “Allegoria della pittura” di Jan del 1625-30: un omaggio alla propria arte, nella natura morta che la fanciulla, personificazione simbolica dell’ars pittorica, è intenta a completare; a quella del Padre, il cui ritratto è riportato tra quelli di Michelangelo, Raffaello e Durer. Alla pluralità dell’arte tutta e alla sua imperitura continuità trasmissiva, dove i bagliori bruegheliani riverberano tutt’ora nella loro vibrante lucentezza. 

Ombretta Di Pietro

La mostra “I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa” su progetto di Bernard Aikema e la curatela di Carlotta Striolo, è promossa da Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale e 24 ORE Cultura-Gruppo il Sole 24 ORE. Fino al 31 gennaio 2027, Palazzo Reale di Milano.

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