Dalí e la moda a Palazzo Reale: quando l’arte veste il sogno

Philippe Halsman, Salvador Dalí wearing the watch brooch The Eye of Time, c. 1956, Vintage gelatin silver print, 35,2 x 27 cm, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres 
Photo by Philippe Halsman ©

C’è l’arte del e nel vestire: quella prodotta dai grandi marchi sartoriali, che dettano le tendenze dell’outfit per le varie stagioni e, nell’haute couture, creano delle vere e proprie opere artistiche, forse poco vestibili ma bellissime da guardare e desiderare. E quella che ciascuno indossa quotidianamente, inventando, per così dire, uno stile individuale, estrinsecazione della propria personalità, biglietto da visita con cui ci si presenta al mondo, esteriorizzazione di ciò che si prova, di come ci si sente e di come vogliamo e pensiamo di essere.
E poi c’è il vestito nella e dell’arte: quello dei soggetti ritratti che connota il trend di un’epoca e l’appartenenza specifica dei soggetti a una classe e un contesto sociali; e quello che sottolinea la peculiarità esecutiva di ogni artista, i tratti identificativi della sua esplicazione immaginativa e ripropositiva, l’abito dell’abitare creativo.
Non è un caso che nella settimana della Milano Fashion Week si inaugura, a Palazzo Reale, la mostra “Dalì e la moda”, un duplice omaggio sia alla città, una delle più importanti capitali della moda stessa, sia al grande artista che, in una originalissima rilettura, non finisce mai di stupirci!
Tutti abbiamo ben presente la bizzarra eccentricità del personaggio, che non teme certo di ostentare la sua strabordante stravaganza e originalità, a partire dagli iconici “baffi” con cui decora il suo viso dall’espressione follemente goliardica, un po’ surreale come le sue composizioni.
La cura maniacale per l’abbigliamento e per gli accessori lo contraddistingue fin dall’infanzia: il vestito alla marinara da bambino, il look dandy-anarchico del giovane studente, l’eleganza estrosa dell’artista affermato: l’immancabile “uniforme daliniana”, come lui stesso la definisce, sinonimo ossimorico di trasgressione, imprevedibilità, di quella spettacolarizzazione dell’apparire che ne è la cifra universalmente riconoscibile e strumento imprescindibile per la costruzione della propria poliedrica identità e dell’immagine pubblica di coppia, accanto alla moglie Gala, sua sostenitrice e musa ispiratrice.
Le 200 opere tra dipinti, schizzi, fotografie, abiti, gioielli, oggetti, filmati, documentazioni d’archivio, alcuni mai esposti prima d’ora in Italia, in stretta interconnessione dialogante, ricuciono il percorso di un artista totale, con la sua camaleontica abilità trasformativa, in una vita per l’arte e nell’arte per la vita, dove è tutto funzionale a questa fusione, nell’eclettismo che sonda ogni possibile linguaggio visuale e rappresentativo, appropriandosene e imprintandolo con la sua eccezionale capacità immaginifica, permeando con ogni mezzo di comunicazione possibile la quotidianità e la cultura di massa. In tal senso, anche la moda, non mera delatrice del gusto del momento ma interprete del proprio tempo, è una vetrina che riflette e in cui riflettersi, dove esporre ed esporsi, mostrare e mostrarsi come attore principale del suo teatro dell’esistere.
La moda come culto dell’apparire, negli scatti realizzati da fotografi del calibro di Man Ray, George Hoyningen-Huene, Horst P. Horst, in cui Dalì e Gala interpretano se stessi nella dimensione intima e nel palcoscenico sociale, in quella narcisistica ossessività dell’artista di essere catalizzatore di sguardi e attenzioni.
La moda come territorio del sogno: i paesaggi onirici delle pitture, come in “Singolarità” e “Tre giovani donne surrealiste”, e delle illustrazioni per le principali riviste del settore, come in “Dream. Fashions by Salvador Dalì” per Harper’s Bazar e in “Dalì Eyes Fashion” per Vogue, fanno da sfondo a figure femminili senza volto, dalle fattezze spigolose, la testa composta da fiori, che indossano abiti da sera o pret-à-porter, evocando immaginari mentali che stimolano le lettrici a pensarsi dentro la creazione.
La moda come “tra-vestimento”, per cui l’abito veste per svestire, indossa per denudare, copre il fuori per svelare l’interno, in un gioco di visione traslante. Le texture daliniane (composit con muri di mattoni a vista, cassetti, rocce, uccelli, chiavi, mosche), ricercati “ricami” di forme e cromie, sono, così, la trasposi della sua arte su pregiati tessuti: fondamentali, in questa direzione, le importanti collaborazioni con i grandi coutier del periodo, da Elsa Schiapparelli a Coco Chanel, Christian Dior, Paco Rabanne.
La moda come trasmutazione, dove i feticci iconoclastici del suo universo surreale si concretano in capi da indossare, accessori, gioielli e complementi di design: il “vestito aragosta”, il “cappello scarpa”, la spilla orologio, il portacipria telefono, il profumo conchiglia.
La moda come performance, in cui Dalì si presta a vere e proprie esibizioni, dove le architetture degli abiti indossati dalle modelle sono coreografie di un esilarante spettacolo. Ma soprattutto la moda è il luogo del corpo: quello vivo delle modelle in carne e ossa e quello solo apparentemente inanimato del manichino, nella sua perturbante metafisicità, sospeso tra oggetto e individuo, desiderio e artificio, etericità e presenza. Quello frammentato, vivisezionato, dove ogni parte diventa emblema di sensualità, erotismo, aspirazione, cambiamento, mutazione: bocche, mani, occhi, busti, anatomie prestate alla moda per farne corredi di tendenze e adorni di bellezza… La lungimirante modernità di Dalì, che sa unire arte e moda in tutte le declinazioni possibili, in un’osmotica cosmogonia rafforzativa. Che non può sfuggire al controllo del vigile occhio, portale dell’inconscio e custode di memorie, “tiranno della moda” che fa dell’equilibrio tra fantasia e percezione il paradigma dell’eleganza. E neppure allo scorrere di quel tempo fluido, pluridimensionale, cangiante nel suo divenire, che inevitabilmente conduce alla fine… In una fotografia del 1938 Dalì sorregge un manichino in una sorta di pietas michelangiolesca: le mode passano, i corpi si consungono, ma l’arte resta come eterno testimone.

Ombretta Di Pietro

La mostra “Dalì e la moda”, per la curatela di Laura Bartolomé, Judith Clark e la direzione scientifica di Montse Aguer, è promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale, MondoMostre e Civita Mostre e Musei in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata di Spagna in Italia e della Camera Nazionale della Moda Italiana. Fino al 31 gennaio 2027, Palazzo Reale di Milano.

 

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