Estate (L’amaca), 1933, Torino, GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea, Su concessione della Fondazione Torino Musei. Foto- Studio Fotografico Gonella 2024

Milano, Felice Carena in mostra alle Gallerie d’Italia

Enciclopedico. Così si può definire lo stile pittorico di Felice Carena (Torino 1879 – Venezia 1966), in cui evidenti sono i rimandi a molteplici correnti artistiche: dal realismo al simbolismo, dal secessionismo al luminismo e ai preraffaelliti, dal post-impressionismo all’espressionismo. E a numerosi artisti subitamente pensiamo rimirando le sue opere: Courbet, Carrière, Rubens, Millais, Gauguin, Matisse, Manet, Cézanne, Renoir, e si potrebbe continuare ancora. Una vasta eterogeneità di stimoli che Carena sa unire in una sintesi personale di forte impatto visivo ed emotivo, dove la ricerca formale e cromatica si fonde con la spasmodica volontà di ricreare quella luce che non colpisce dall’esterno i soggetti ma che da essi si sprigiona, definendone la forma stessa.
Una luce “gentile”, tiepolesca, generatrice e modellatrice, che si alterna in gioco con ombre nette o si irradia uniformemente a creare una sorta di sospensione scenica e di trascesi. In cui la vita ha la meglio sulla morte, e la realtà narrata, che sia un racconto corale, un’umanità ai margini, episodi biblici, un ritratto o una natura morta, trasuda di un misticistico umanesimo. In quell’idealismo etico ed estetico sostenuto da Friedrich Schelling, filosofo molto apprezzato dal Carena negli ultimi anni della sua esistenza, per cui l’arte è punto di fusione tra natura e spirito.
La pittura per lo stesso Carena ha un compito etico, e più si avvicina a raffigurare la fenomenologia più se ne affranca, e, nel suo trasformare l’infinito nel finito delle forme, più le porta verso l’eternizzazione dell’attimo. Ed è proprio la sensazione che si ha osservando i suoi dipinti: fermoimmagini che superano l’andare del tempo, cristallizzandosi in un’atemporalità quietante o travolgente. Dove la bellezza è un contraltare al dolore, alla tristezza, alla finitudine dell’essere umano, scaturendo da ogni singolo dettaglio così come dalla miseria e dalla sofferenza, e via salvifica che nell’arte stessa trova il suo compimento. Una pittura in divenire, che si snoda all’interno del percorso espositivo seguendo l’andamento cronologico della biografia dell’artista, perché come dice Courbet: “. Il bello, come la verità è una cosa relativa al tempo in cui si vive ed all’individuo atto a concepirlo. L’espressione del bello è in proporzione diretta alla potenza di percezione acquisita dall’artista. Non possono esserci scuole, ci sono solo pittori”. E sicuramente Carena, la cui vita è segnata profondamente dalla partecipazione al primo conflitto mondiale e dallo scoppio del secondo, mantiene la sua individualità pittorica dal principio alla fine, fedele al naturalismo che lo contraddistinguerà nell’arco di tutta la sua produzione, innervato da un rimando costante alla tradizione rinascimentale e seicentesca, non aderendo mai ai movimenti più avanguardisti quali il cubismo, il futurismo e l’astrattismo.
Dagli esordi torinesi di un simbolismo cupo dove le figure si amalgamano e confondono con scuri sfondi, evidenziate dalla luce lunare che emanano, al socialismo umanitario dell’amico Giovanni Cena, che Carena traduce nobilmente nel suo capolavoro “I Viandanti” del periodo romano; a una rinnovata ricerca della forma, negli anni tra Roma e Firenze, più geometrica, definita dall’alternanza di elementi cromatici dalle tonalità accese o monocrome, di prospettive dall’alto e piani inclinati che si alternano movimentando la scena; alle splendide tele che rimandano alla tradizione pittorica rinascimentale e post-impressionista degli anni venti, tra cui primeggia il celeberrimo dipinto “Estate” (L’amaca); ai ritratti eterei dalle forme allungate e ceree e dagli sguardi assenti a quelli vibranti di masse di colore che impastano e definiscono matericamente l’immagine; alle nature morte inondate da una luce irreale dal biancore ardente, ordinate nella sintesi monocromatica, in un bisogno di pacificazione dopo le devastazioni della guerra; alle rappresentazioni sacre, dove Carena raggiunge l’apice della ricerca formale e del pathos espressivo. Nella serie delle deposizioni è racchiuso tutto il suo procedere artistico: da quella del 1938, che riprende i canoni rinascimentali e barocchi per sdoganarli da ogni retorica rappresentativa e restituire quell’imprescindibile realismo umano; a quelle del 1955 e del 1963, dove la forma stessa si svuota, si allunga cedente, e i volti terrei, le espressioni di patimento, i corpi fantasmici compongono un insieme  definito da spesse linee contornali, dal forte contrasto tra luci e ombre, dall’alternanza di valori cromatici, da un segno di vibrante evocazione.
Di rilevante importanza anche i disegni a china degli ultimi anni, con soggetti mitologici, letterari, biblici e religiosi, dal carattere grafico – bozzettistico, in cui il tratto è ancora più dinamico, le linee serpentine, le forme portate alla loro essenza primaria. “Io vorrei, vecchio come sono dopo una vita intera data al lavoro che ci liberassimo tutti di ogni pregiudizio, di ogni mania… e, figurativi o no, ritornassimo puri, candidi dinanzi alla vita e guardarla per serenamente comunicare” (Felice Carena): storia di un artista che non fece mai parte di una corrente precisa, e che, nella totale libertà espressiva, seppe leggere la natura nei suoi accadimenti e le distonie del vivere umano, in una continua ricerca che lo portò a raggiungere l’anima e la bellezza del mondo. “L’immaginazione nell’arte consiste nel saper trovare l’espressione più completa di una cosa esistente, ma mai nel supporre o creare questa stessa cosa. Il bello è nella natura, e si incontra nella realtà sotto le forme più diverse. Non appena lo si trova, esso appartiene all’arte o piuttosto all’artista che sa vedervelo” (Gustave Courbet). 

Ombretta Di Pietro

La mostra “Felice Carena” a cura di Luca Massimo Barbero, Virginia Baradel, Luigi Cavallo ed Elena Pontiggia, catalogo Edizioni Gallerie d’Italia/Skira. Alle Gallerie d’Italia di Milano, fino al 29 settembre 2024. Per info: www.gallerieditalia.com

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