Osservatorio / Regioni e indagini giudiziarie

Il palazzo della Regione Liguria

Le disavventure giudiziarie che hanno colpito in successione la Puglia, il Piemonte, la Sicilia e infine la Liguria, con il clamoroso arresto del presidente Giovanni Toti, hanno indotto taluni a parlare di nuova Tangentopoli.
E’ bene essere sempre garantisti per quanto riguarda le indagini giudiziarie questo però non toglie niente all’allarme, tutto politico, che deve risuonare se nei meccanismi di formazione del consenso di quattro grandi Regioni si profilano opacità, trattative occulte, scambi elettorali.
Le Regioni, così come delineate dalla riforma sconsiderata del Titolo V della Costituzione varata nel 2001 da un centrosinistra spaventato dall’avanzata della Lega, sono diventate in breve tempo  staterelli autonomi e formidabili centri di spesa. I loro presidenti o «governatori» come si fanno chiamare, a volte in competizione tra loro, sono eletti direttamente dai cittadini. E’ un dato di fatto che il presidente di Regione è la carica elettiva diretta più elevata del nostro ordinamento. Ora, questi sedicenti “governatori” devono tenere in piedi una costosissima baracca, da riconquistare a ogni tornata elettorale, in assenza di finanziamento pubblico ai partiti (abolito, di nuovo da un centrosinistra spaventato, questa volta dall’avanzata del M5S).
Nate per programmare, sono diventate enti di gestione, pozzo senza fondo di spese come per la sanità, la prima materia a finire nelle loro mani con esiti disastrosi. La pandemia ne aveva segnalato l’inadeguatezza di fronte alle emergenze, con provvedimenti contraddittori tra Lombardia e Sicilia, tensioni tra governo nazionale e «governatori» del Nord, una specie di localismo in libera uscita da cui s’intravedeva una crisi profonda. Qualcuno sostiene che forse è meglio tornare «alla Costituzione originaria», quella in vigore prima della riforma federalista del 2001.
Di certo Giorgia Meloni non ha mai amato il potere regionale tanto è vero che il 15 gennaio 2014 presentò con il suo collega Edmondo Cirielli una proposta di legge costituzionale per la loro abolizione. Ora il destino vuole che sia proprio lei il presidente del Consiglio chiamato ad accompagnare il federalismo regionale all’ultimo passo, applicando la riforma autonomista del leghista Calderoli, che non è altro che la piena attuazione di quella Costituzione riformata dal centrosinistra nel 2001.
È possibile che Meloni sia convinta che con il premierato forte che tenta a sua volta di far passare in Costituzione di bilanciare il dissolvimento dello Stato unitario che molti prevedono quale esito finale del ddl Calderoli e di una devoluzione localista estrema in materie delicatissime. Speriamo che le ultime vicende regionali inducano i legislatori alla cautela.

Ciemme  

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