Osservatorio/ Da un bonus all’altro

E così, morto un bonus se ne fa subito un altro. Questa volta si tratta di un incentivo alle assunzioni che premia gli incrementi nel numero di lavoratori a tempo indeterminato con un surplus di deduzione dal reddito d’impresa. La misura in sé non è del tutto negativa. Però va detto che l’incentivo ha poco senso se dato in modo indiscriminato in tutte le aree geografiche del nostro paese a prescindere dalle condizioni economiche a cui sono soggette le imprese. Di fatto si rischia di mettere a carico della collettività costi che gli imprenditori avrebbero comunque sostenuto anche senza l’aiuto statale in un momento in cui l’occupazione non sembra in crisi.
Quindi non c’è tanto un problema di disponibilità di lavoro ma piuttosto un problema di competenze adeguate che non può essere risolto con un sussidio indiscriminato. Paghiamo le imprese per fare quello che avrebbero comunque fatto, anche in assenza di incentivo. Il tema investe quindi la responsabilità di imprese e imprenditori e il loro rapporto con lo Stato. Da troppo tempo l’imprenditoria italiana si è abituata a mance e mancette e programma i propri investimenti solo in ragione della prossima misura di spesa pubblica.
Da Industria 4.0, passando per il Credito Sud e le misure di decontribuzione, non c’è impresa che non sia esperta nel capire come addossare alla collettività costi e rischi che dovrebbe assumere in proprio. Diceva un famoso economista che nessuno spende il denaro altrui con la stessa attenzione con cui spende il proprio. È ora che il governo smetta di agire da bancomat e le imprese tornino a investire capitali di rischio mettendo fine al tempo, ormai troppo lungo, delle mance di Stato.

Ciemme  

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