In ricordo di Paolo Lezziero scrittore, giornalista, amico

Paolo Lezziero

Lo scrittore Carlo Carlucci, caro amico dello scrittore e giornalista Paolo Lezziero (Cinisello Balsamo 1942 – Sesto San Giovanni febbraio 2019) ci invia uno scritto, prezioso, per ricordarlo. 
Tra le righe emerge, in tutta la sua poesia e semplicità, l’animo del nostro amico Paolo.

Gli anni in salita di Paolo  Lezziero
Lezziero ha scritto un solo libro. Autobiografico of course. Anche se in effetti di libri ne ha scritti vari e tutti in formato libretto, cioè piccoli come dimensione.
Il formato, cioè la forma (fisica intendo dire) a Paolo gli interessava il giusto, cioè quasi niente, per non dire niente. Le Edizioni La Vita Felice di Milano avevano quel formato, l’editore non si intrometteva, non gli rompeva le scatole (e guai lo avesse fatto!), gli accordi previ erano stati stabiliti e quando l’estro, ovvero il daimon aveva compiuto il suo uffizio ispiratore o come si voglia dire, lo scrittore consegnava il plico e di lí a poco il libro era pronto.
Gli anni in salita, sottotitolo “ROMANZO” non é che il ripercorrere, luoghi, personaggi, incontri, amori della memoria autobiografica. E tant’é, non ci si dovesse confondere!, vi é un’unica foto in chiusura del penultimo capitolo, di Paolo con una ragazza (un suo amore?), su un marciapiede (trottoir) parigino, un muro a ridosso con gli slogan del maggio ’68, a sinistra il dorso della mitica due cavalli e a destra il muso della solita, romantica deux chevaux.
Ovvio che il sessantotto fosse per noi giovani di allora un punto di riferimento, una svolta ma niente piú e dopo invece di un mondo nuovo, gli anni di piombo, l’eroina e via dicendo.
Potrebbe Paolo con la sua scrittura a scatti, a schizzi non comparabile con nessun altro scrittore, potrebbe essere essere paragonato a Van Gogh. Nessun manierismo ma un fondo d’ansia febbrile, una directness atta a scolpire e colpire… era un posto dove ogni tanto si andava… una stradina in quei tempi ancora sterrata coi pali della luce che si piegavano da una parte o dall’altra secondo dove tirava il vento, essendo il fondo sabbioso appoggiato su resti di antichissime paludi…..
Altro capoverso…  Prima del tempo della macchina c’era il tram, un attacco secco per innescare la vicenda. E ancora… le altre poche case che galleggiavano sospese lungo canali di acque e di erbe … il loro mondo era volato in fretta…le prime domande dure, quelle senza risposta sul proprio futuro, sul domani del proprio tempo…
E ancora, su una figura paterna di uno dei ragazzi del gruppo… stabilito da un gran dottore di Bologna (fin lá si erano spinti) che il male era incurabile e non in grado di lavorare, si era sparato un pomeriggio che era solo.
Hemingway? Beh direi di si.
E continuiamo con gli incipit dei capitoli, ovvero l’avvio solito… I bovari provenivano dalla zona dei ‘Ludri’. Gli anziani sostenevano che fosse una popolazione antichissima che abitava le estreme terre della foce del Po ed erano liberi da sempre come dicevano le antiche leggende sempre davanti ai camini e tramandate nelle stalle d’inverno dai nonni dei nonni. Fino a qualche centinaio di anni prima vivevano nei boschi del Delta di caccia, di pesca e di polenta senza obblighi ne costrizioni.
Dunque il Po, il grande fiume dal nome cosí piccolo nelle frasi incisive, in qualche modo inaspettate: il grande fiume che scorreva con le sue grandi mani nascoste, le sponde sotterranee e faceva un rumore lento e silenzioso di pale e la massa enorme d’acqua andava a sbattere con la sua corrente contro le barriere e sembrava che le sfondasse ad ogni ora…sbattuta la testa il Po se ne andava per la sua strada mostrando fianchi di acqua scura…
Epica minima? Sarà ma, in se assoluta come ogni epica vera.

Carlo Carlucci

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