‘Brassaï. L’occhio di Parigi’ in mostra a Palazzo Reale

Couple au bal des Quatre Saisons, rue de Lappe – Brassaï. Palazzo Reale, Milano. © Estate Brassaï Succession – Philippe Ribeyrolles

Luminosità e oscurità; architetture e persone; diurni e notturni; singoli ritratti e immagini d’insieme; interni ed esterni; corpi nudi e vestiti alla moda; un incontro di opposti che si fondono e confondono in un’unione dialogante e non contrastante, la poetica dicotomica che sottende l’opera artistica di uno dei più grandi fotografi del ‘900: Brassaï (1899-1984).
All’anagrafe Gyula Halàsz, ungherese d’origine (il suo pseudonimo fa riferimento alla cittadina di nascita Brasov nella Transilvania sud-orientale), naturalizzato francese e francese de facto dopo il matrimonio con Gilberte Boyer nel ‘48, Brassaï fu un artista a tutto tondo: disegnatore, pittore, scultore, giornalista, scrittore, regista, e un grande intellettuale “cullato da Goethe e nutrito da Proust” come soleva definirsi.
Ma è con la fotografia che assurge agli onori della notorietà, il mezzo che gli consente più di ogni altro di rappresentare la realtà con le sue molteplici sfaccettature, con tutti quei dettagli che compongono le infinite narrazioni racchiuse nel singolo click di ogni fermoimmagine, in uno storytelling soggettivo dove ciascuno può immaginare osservando.

Couple avec matelot, Pont de la Tour Eiffel ca.1932 – Brassaï. Palazzo Reale, Milano. © Estate Brassaï Succession – Philippe Ribeyrolles

Un itinerario espositivo quello ospitato da Palazzo Reale, per la curatela di Philippe Ribeyrolles nipote del fotografo, che è un vero e proprio viaggio a Parigi, nelle viscere e nel cuore pulsante di quella città che gli consegnò fortuna e gloria e in cui si trasferì definitivamente del febbraio del 1924, iniziando a frequentare Montparnasse, centro propulsore della vita artistica parigina, dove strinse importanti rapporti con artisti, letterati, poeti, scrittori, che influenzarono molto la sue concezioni dell’arte e del vivere: Prévert, Picasso, Dalì, Breton, Giacometti, Matisse, Man Ray, Desnos, per citarne solo alcuni. Esattamente cento anni fa! ma le oltre 200 stampe d’epoca, stampate per la quasi totalità dallo stesso artista, che, nel mondo digitale di oggi, ci restituiscono la “matericità” e l’ “artigianalità” della fotografia, ci parlano ancora con un pacato sussurro.
Una “flanerie” baudelairiana, una passeggiata senza meta, un vagabondare osservativo alla ricerca dell’eccezionalità nella normalità: “La mia ambizione è stata sempre quella di mostrare la città quotidiana come se la scoprissimo per la prima volta…”.

Autoportrait, Boulevard Saint-Jacques, Paris, 1930-1932 – Brassaï. Palazzo Reale, Milano. © Estate Brassaï Succession – Philippe Ribeyrolles

L’impronta surrealista della sua fotografia è mutuata dalla collaborazione con la rivista “Minotaure”, per cui diventa il ritrattista ufficiale, ma non si sentì mai totalmente parte della corrente: “Il surrealismo delle mie immagini non è altro che il reale reso fantastico dalla visione. Cercavo solo di esprimere la realtà, in quanto niente è più surreale”. In nove sessioni tematiche ritroviamo quegli scatti iconici che sono patrimonio ereditario del nostro immaginario collettivo, addentrandoci, grazie al suo “occhio vivo” e “insaziabile”, come lo descriveva l’amico Henry Miller, nel ventre di Parigi, negli interstizi misteriosi, stravaganti, chiassosi o solitari dell’eterna “Ville Lumière”:“Se tutto può diventare banale, tutto può ridiventare meraviglioso.
A Parigi ero alla ricerca della poesia della nebbia che trasforma le cose, della poesia della notte che trasforma la città, della poesia del tempo che trasforma gli esseri”. Ecco allora le oniriche vedute  notturne, tra le scontornate e frastagliate luci tremolanti dei lampioni e le lunghe ombre nere incise come sagome d’inchiostro, che insieme definiscono le forme. In cui si muove, in una sospensione temporale dalle tinte noir, una variegata umanità,  da coppie di innamorati ai lavoratori, alle prostitute, ai “cattivi ragazzi”, ai poliziotti, e via dicendo, e in cui prendono vita, nella traslucidità piovosa o nel riflesso di una pozzanghera, statue, costruzioni, manichini nelle vetrine, sampietrini che compongono strani disegni sull’umido selciato. Ancora la città di giorno, dove il realismo del quotidiano diviene l’incredibile, il giocoso, il paradossale del vivere se lo si guarda con attenzione e con la giusta prospettiva. E la città del divertimento, tra locali alla moda, per soli adulti, luoghi di spettacolo e di intrattenimento, dove gli specchi riflettono immagini multiple di realtà moltiplicate, aprendo le porte a mondi altri. Foto di nudi che si trasformano in apparizioni di sogno; di bambini nella loro tenerezza infantile; di personaggi famosi nella loro specificità; di graffiti, che sottolineano il legame di Brassai con le cosiddette “arti marginali” e con “l’art brut” di Jean Dubuffet. Dei muri, con le loro crepe, le loro scalfitture, i loro segni naturali o artificiali, stratificazione di tempi che si sommano e che evaporano, lasciando una testimonianza di ciò che è stato e forse non sarà più.
Tracce, che lo sguardo attivamente partecipe ma mai giudicante dell’artista sa ricomporre in quadri in cui ogni soggetto assume un nuovo e più profondo significato. Dagli occhi scrutanti di un “angelo bizzarro”, come lo definì John Szarkowski, capace di ricreare ordine dal caos, ai nostri occhi, che si colmano di stupore e meraviglia. 

Ombretta Di Pietro   

La mostra ‘Brassai. L’occhio di Parigi’ è promossa da Comune di Milano-Cultura, prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, realizzata in collaborazione con l’Estate Brassai Succession, per la curatela di Philippe Ribeyrolles.
Dal 23 febbraio al 2 giugno 2024, Palazzo Reale di Milano.
Per info:
www.palazzorealemilano.it; mostrabrassaimilano.it. 

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