Alle Gallerie d’Italia la mostra dedicata al celebre pittore bergamasco, Giovan Battista Moroni

Ritratto di sarto (Il tagiapanni) 1572-1575 circa Londra, The National Gallery

Un altro Rinascimento quello che, nella sua specificità, germina e fiorisce nella zona del bergamasco e del bresciano nel corso del XVI secolo: un tassello aggiuntivo nel meraviglioso puzzle dei rinascimenti italiani. Che vede il suo massimo rappresentante in Giovan Battista Moroni (Albino 1521-1580 ca), considerato, a onor del merito, uno dei più grandi ritrattisti del Cinquecento e importante interprete dello spirito controriformista nelle pitture sacre.
Dalla natia Val Seriana, con la sua boschiva e montagnosa natura “selvaggia”, che diverrà sovente il landscape dei suoi dipinti; a Brescia, dove si formerà nella bottega del maestro Moretto, che gli trasmise i modelli impaginativi, gli anamorfici tagli visuali e quel “naturalismo” il più possibile aderente alla realtà dei soggetti e degli elementi rappresentati, che sarà la sua massima espressione artistica; a Trento, in pieno Concilio controriformista e dove prestò i suoi servigi presso la famiglia del principe-vescovo, il Cardinale Cristoforo Mondruzzo; a Bergamo, con le committenze degli esimi esponenti dell’aristocrazia locale – gli Albani, i Brembati, i Grumelli…- ; per far ritorno, dopo alterne fortune, alla sua Albino, dove la sua attenzione si concentrerà su personaggi meno altolocati della società locale. Poco si mosse nello spazio, ma seppe sicuramente incarnare la temperie del suo tempo: “essere per sé ciò che si è per gli altri, conoscersi e darsi a conoscere: questo è il principio dell’etica borghese di cui il Moroni è l’interprete nei suoi ritratti lucidi, veritieri e onesti” (C. Argan).
Nella più ampia retrospettiva a lui mai dedicata in Italia, viene messo a confronto con i coevi artisti che esercitarono sul medesimo un’influenza rilevante: da Lorenzo Lotto, da cui mutuò quell’approccio informale originante l’intima spontaneità delle figure ritratte; a Tiziano, al Tintoretto e al Veronese, esimi esponenti di quel celebrativo e atemporale “state portrait”, molto in voga in quegli anni; alla scuola nordica di Mor, Pourbus e Seisenegger.
Ma grazie a una spiccata sensibilità e un’acutezza intellettuale seppe creare, rompendo gli schemi vigenti, il suo inconfondibile stile personale. Il pintor del grigio, suo colore privilegiato, che, pur nella sua apparente neutralità, esprime un segnale di transito e di cambiamento, una miscellanea di quei sentimenti che trapelano dai profondi eloquenti sguardi degli effigiati, che puntano diretti verso l’osservatore o si perdono in una dimensione meditativa. E, se vogliamo, anche del nero, che riesce a sfumare in maniera incredibile, il colore ufficiale degli abiti della corte di Carlo V, che segnerà la moda del momento, accostato a cromie più accese e al rosa corallo che sarà un altro tratto distintivo.
E il pintor del vero, perché il Moroni era avvezzo a ritrarre solo ciò che vedeva, tralasciando il disegno a favore di un’immediatezza ancora più spiccata. Ecco allora comporsi i splendidi ritratti in azione, dove i soggetti si presentano nel compimento di un gesto, con uno o più oggetti simbolici che ne rappresentano lo status sociale, etico-morale e culturale. La cura minuziosa dei dettagli, le pose di tre quarti ci restituiscono immagini  fotografiche. Tutto è in perfetto equilibrio, anche se dalle espressioni dei volti e dalle posture dei corpi trapela un’ introspezione psicologica che diviene un intimo racconto, coadiuvato dalle didascaliche scritte in latino o spagnolo e dalle ambientazioni, che spesso vedono figure intere a grandezza naturale circondate da architetture di chiaro stampo classico, sinonime del passare del tempo che può portare gloria o decadenza, gioie o dolori, nel silenzio dignitoso che esalta la forza, il coraggio, la volontà di animi nobili. Il tutto coadiuvato da una luce che movimenta e fa vibrare l’intero componimento. Luminismo, verismo rappresentativo, autenticità: tutti elementi che saranno ripresi dal lombardo Caravaggio, da Rubens e dal giovane Velàzquez: perché anche nell’arte nulla nasce dal nulla e niente si distrugge ma si trasforma! L’ iconica opera “Il sarto” (1570 ca) è la summa della ritrattistica moroniana, ripreso intento a tagliare con le forbici un pezzo di stoffa nera, tratteggiata da un gessetto bianco, sul volto cinereo lo sguardo mostra tutta la dignità di chi, con lo sforzo del suo lavoro, ha innalzato la sua posizione sociale: mai prima d’ora si era mostrato interesse per una piccola borghesia di provincia, la rottura totale dei dogmi ritrattistici. Anche nell’arte sacra il Moroni mantenne quei principi di raffigurazione naturalistica, molto terrena e commovente, più direttamente coinvolgente e comunicativa, mediata da una devozionalità catechistica e una sobrietà descrittiva oratoriale confacentisi ai nuovi dettami della Controriforma. Tra natura e norma! Dobbiamo qui ricordare il tema pittorico delle “orazioni mentali”, direttamente derivanti dagli “Esercizi spirituali” di Ignazio di Loyola, in cui il committente viene ritratto nell’atto di una preghiera così intensa da riuscire a visualizzare la scena a cui si stava ispirando, invitando lo stesso astante a partecipare alla liturgia dell’orazione religiosa, di importanza basilare all’epoca del dibattito conciliare.
Al punto più alto di tale produzione dobbiamo porre l’opera “Crocefisso con i santi Bernardino da Siena e Antonio di Padova (1575 ca), per la lirica atmosfera del paesaggio, su cui incombe un temporale, con i suoi stupefacenti squarci di luce, e l’intenso trasporto emotivo dei santi per il sacrificio del Cristo, evidenziato dal rigo di sangue che dal costato scorre sulla croce e il perizoma giallo arancio che illumina, svolazzando, la scena. Una sacralità umanistica e un profano altresì sacrale, che ci inducono a usare il potere dell’immaginazione e della conoscenza per tradurre quei piccoli grandi rebus che svelano trame  magistralmente narrate dal Moroni con il tocco del suo fine pennello.

Ombretta Di Pietro

La mostra “Moroni (1521-1580). Il ritratto del suo tempo”  è curata da Arturo Galansino e Simone Facchinetti e si inserisce nelle iniziative di Bergamo Brescia Capitale italiana della Cultura 2023, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Gallerie d’Italia di Milano fino al 1 aprile 2024. Per info: www.gallerieditalia.com.

 

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