‘L’ultima luna di settembre’, al cinema un’emozionante storia di infanzia e genitorialità

Un messaggio lasciato sulla segreteria del cellulare con cui la donna che ama gli confessa di avere un figlio. Lo sguardo dell’uomo perplesso, come se sentisse il peso di una scelta che non sa se è in grado di fare: accettare un figlio non suo e diventarne padre.
Ma subito è distolto dai suoi pensieri e dai rumori della città che lo circonda, in cui lavora e dove si è fatto una posizione, da uno squillo  che arriva da lontano, dal suo luogo natio, come un’eco inaspettata: una voce urlante e concitata lo avvisa della grave malattia del padre.
La telefonata è disturbata perché in quella terra distante eppure vicina, conservata negli interstizi della memoria e dell’animo, non ci sono linee telefoniche e non c’è campo, e il solo modo per comunicare è stare in piedi barcollanti sul dorso di un cavallo o di un asino, alzare il ricevitore, appeso a un bastone, più che si può verso il cielo per intercettare il segnale.
E quel segnale arriva così perforante a Tulgaa che immediatamente decide di ritornare al suo villaggio, sulle remote colline della Mongolia, per assistere il padre sofferente: il preciso dovere e volere amoroso di un figlio. Tra le immense distese di campi coltivati a fieno, di pascoli di pecore, di catene collinari e di un cielo infinito che sovrasta misteriosamente la magica terra, Tulgaa dà l’ultimo saluto al padre morente. Che si scopre non essere il padre biologico ma colui se ne è preso  cura come se lo fosse e anche di più: perché il genitore non è solo e tanto chi ti genera ma chi ti cresce e ti trasferisce il suo patrimonio affettivo ed educativo. Il padre gli chiede scusa se talvolta era stato brusco e severo, in un atto di coraggiosa amorevole tenerezza: “se ho sbagliato, nel riconoscerlo mi riconcilio con me stesso e con te”, sussurra con mute parole! E gli consegna l’armonica che gli suonava da piccolo, un passaggio di testimone: “adesso tocca a te” sembra dirgli in un ultimo umido sguardo di commiato.
Tulgaa decide di rimanere nel villaggio per concludere la raccolta del fieno che il genitore aveva promesso di completare in quanto necessaria non solo al suo sostentamento ma anche a quello dell’intera comunità. Ed è proprio falciando il campo, come ogni figlio recide i legami con ciò che è stato per andare avanti con ciò che sarà per lui (dall’antico villaggio alla moderna città!) pur conservandoli nella profondità del cuore, che Tulgaa incontra Tuntuulei, un ragazzino ribelle e colmo di rabbia verso il mondo degli adulti, da cui si sente tradito. Cresciuto dai nonni, la madre trasferitasi in città, il padre inesistente, per cui viene definito un “bastardo” e irriso al punto di vergognarsi e farsene quasi una colpa, che si trasforma in risentimento, Tuntuulei al principio sfida Tulgaa (lanciandogli persino un sasso in testa!), come spesso i figli fanno con i genitori.
Ma pian piano tra i due si crea una fortissima congiunzione nella condivisione di momenti speciali e di aiuto reciproco: Tulgaa insegna al ragazzino a pescare, lo accompagna a una gara tra bambini, mentre Tuntuulei gli porta l’acqua per dissetarsi durante il lavoro nel campo. E sotto un cielo pieno di stelle, che stanno sempre lì a vegliare sulla caducità degli uomini ma sull’eternità dei veri sentimenti, al suono dell’armonica che si irradia per tutta la valle e dentro gli animi dei due protagonisti, al calore scoppiettante di un fuoco che arde di intenso amore, Tulgaa troverà un figlio e Tuntuulei un padre.
Ma l’ultima luna di settembre, che segna la fine del raccolto, sta arrivando. Tulgaa deve fare ritorno in città e alla vita che si è costruito, con la consapevolezza di essere e poter essere un padre. Tuntuulei dovrà salutare un “padre” trovato e, nella perdita del distacco, diventare il figlio che cresce e che continuerà a conservare gelosamente quell’empatico sentimento dentro di sé. Nell’abbraccio finale l’infinità dell’amore paterno e figliale che supera ogni distanza, ogni tempo e ogni genia. Nella sua opera prima il regista mongolo Amarsainkhan Baljinniyam non solo ci fa conoscere un territorio di cui poco si parla, con i suoi meravigliosi paesaggi, i silenzi e le solitudini distanziali, i suoni della natura e delle canzoni della tradizione, gli usi e i costumi, ma pone un accento particolare sul ruolo della genitorialità e dell’essere figli, in una circolarità, un interscambio e spesso in una “sfida” costruttiva, in un insegnamento che non deve essere impositivo ma una guida indicativa perché chi lo riceve possa farne tesoro e non perdersi nelle piccole grandi difficoltà della vita. Un crescere insieme nella più totale profondità di un sentire d’amore che prescinde dal vincolo di sangue, un’unione per sempre…
Anche per noi sta arrivando l’ultima luna di settembre: ritorniamo alle nostre vite consolidate dopo esserci concessi un allontanamento dalle città verso più remoti luoghi di villeggiatura, dove abbiamo avuto più tempo da dedicarci per ritrovare una dimensione più intima e introspettiva nella rilassatezza della vacanza, ma anche per gli affetti più cari.
E rientriamo nel nostro ruolo di genitori e figli, perché tutti siamo e saremo sempre figli, e tutti siamo genitori, anche se non si hanno figli. Il genitore è colui che genera (da “gignere- generare”) nel senso più ampio, che crea una rel-azione e un vincolo famigliari ma anche comunitari, che si adopera per il suo nucleo affettivo ma anche per il bene della società. Così come il pater contiene la radice “pa” di pascere “nutrire, proteggere” e la mater la radice sanscrita “mâ ” che si traduce in “misurare, ordinare”, nel giusto mezzo di regole, protezione e cura valide sia nel microcosmo parentale che nel macrocosmo collettivo. E il figlio, dal latino filĭu(m), dalla stessa radice di fēmina ‘femmina’ e fecŭndus ‘fecondo’, è quindi non solo generato ma in grado di generare, portando avanti il lascito di un amore ricevuto per ridonarlo a chi glielo ha donato, per trasmetterlo a sua volta alla propria genia, alla comunità dove si colloca e all’umanità intera a cui appartiene. Se vogliamo anche la parola tanto nominata oggigiorno “patria” ha derivazione dal latino “pater -tris “padre, paterno”! Allora che nel tramontare di questa ultima luna di settembre rinasca la consapevolezza del nostro diritto e dovere di amare, costruire, creare, generare, darsi e dare, ricevere e ridonare, farsi e fare per sé e per gli altri, nel ruolo e nell’essere multiplo che abbiamo e siamo. Sperando che anche il buon “pater-patria” tanto acclamato sia in grado di ridare fiducia e quel “kama” “desiderio, passione” ai suoi figli in attesa di a-mors!

Ombretta Di Pietro    

“L’ultima luna di settembre” di Amarsaikhan Baljinnyam, distribuzione Officine Blu, dal 21 settembre al cinema

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