Dal 31 agosto in sala l’appassionante storia d’emigrazione in stop motion di Alain Ughetto

Ripresa di alberi secolari: emergono, con tutta la forza residua che ancora scorre nei loro tronchi ruvidi di corteccia, tra le macerie pietrose, ruderi rimasti lì, testimoni volontari di una vita che ci fu, di un luogo che fu. Ughettera, una frazione di Giaveno, non distante da Torino, ai piedi del Monviso, che una grande mano carezza spuntando dall’alto, prendendo un pugno di quella terra così ricca di storia, che aveva nutrito una solidale comunità di persone unite  dalle tradizioni e protetta dal calore del piccolo paese.
La scatola di cartone custodisce oggetti di memoria, perché “tutti hanno una scatola” – come dice il Cobb di Following, primo film di Christopher Nolan del ’98. Un contenitore colmo di oggetti che qualcuno ci ha lasciato o che noi stessi conserviamo come tracce delle nostre origini o di ciò che siamo stati.
Ecco emergervi i ricordi di famiglia, concretandosi in suoni e parole riecheggianti da lontano, narrazioni silenziose di un passato esistito e che ritorna per prendere corpo e anima.
E quel cartone viene spezzettato e ricomposto nelle umili casupole del villaggio, mentre, con grande abilità, le solerti mani modellano plastilina ricreando ogni manufatto presente nella quotidianità di allora e soprattutto pupazzi-persone. Che, come per magia, si animano di vivida matericità, riempiti dell’afflato vitale soffiato su di loro dall’amorevole affetto del loro creatore. Che altri non è che il discendente, erede incontrastato della capacità manuale dei suoi avi: che lui trasforma in arte cinematografica, in un film d’animazione che è pura poesia animata nel ridare vita e corporeità ai suoi cari, nella ricerca necessaria delle sue radici originarie.
E’ così che Alain Ughetto ci ripropone le vicende dei  nonni Luigi e Cesira, narrate proprio da quest’ultima in uno scambio verbale tra un personaggio di finzione e uno reale, di cui si vedono solo le mani. Enormi come quelle dei pupazzi dalle stesse forgiati, simbolo indiscusso della manodopera e dell’opera di mano, in un connubio tra lavoro di manovalanza e artistico, che usano lo stesso strumento e in cui lo sforzo e la perseveranza sono elementi indispensabili. Quella manodopera che tra fine ottocento e nei primi decenni del novecento si vide costretta, per sopperire alla povertà, ad emigrare in Francia, estremamente bisognosa di forza lavoro. Dapprima solo stagionalmente, percorrendo le irte salite nevose delle Alpi, per poi trasferirvisi in maniera definitiva. Mostrandosi capace di adattarsi a qualsiasi mansione e anche di sopportare gli epiteti poco cordiali e respingenti di chi vedeva in quei “macaroni”, mangiatori di spaghetti, un “diverso” e un “pericolo” da allontanare: “interdit aux chiens et aux italiens”, “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.
Senza retorica e drammaticità, ma con dolcezza e naturalezza, il racconto della “resilienza” e della profonda dignità di uomini chiamati a realizzare il traforo del Sempione, poi impegnati nella guerra italo-turca e nei conflitti mondiali, e di donne che svolgevano lavori pesantissimi in assenza dei loro mariti e padri, e in costante apprensione per le loro sorti. In cui l’amore famigliare e la volontà di costruire un futuro sicuro per i propri figli fa vincere ogni difficoltà, riuscendo a crearsi una condizione di vita decorosa in un territorio straniero, una piccola porzione di “paradiso”, come Luigi e Cesira chiameranno il loro focolare domestico in Francia.
Ho avuto il piacere di vedere in anteprima il film  di Alain Ughetto, che sarà nelle sale dal 31 agosto: una favola-reale che, utilizzando la tecnica dello stop motion, in soli 70’ ci restituisce una vicenda personale e collettiva.
Non possiamo dimenticarci che noi siamo stati un popolo di migranti, e ancora lo siamo, oggi certamente più per motivi economici che di mera sopravvivenza.
L’emigrazione e l’immigrazione in definitiva sono historia mundi: di era in era l’uomo si è sempre mosso per cercare condizioni a lui più favorevoli, adeguandosi di volta in volta a nuove abitudini, usi e costumi, senza mai perdere del tutto la propria originaria appartenenza, ma sapendola evolvere. Oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno epocale, un flusso migratorio dall’Africa i cui numeri stanno crescendo in maniera esponenziale, purtroppo anche quelli dei morti in mare.
Il continente africano è sempre stato terra di conquista, di interessi, traffici e speculazioni; di arretratezza nello sviluppo economico, che ha fatto un po’ comodo a tutti; di governi instabili, autoritari, spesso corrotti e poco interessati al benessere dei loro cittadini. Una bomba ad orologeria, che da anni è esplosa nell’incuranza di tanti, nella propaganda di alcuni che adesso urlano “all’invasione”, nell’incapacità generale di trovare soluzioni valide di accoglienza adeguata.
Il problema è di enorme complessità, non certo risolvibile nel giro di poco tempo.  Occorrono analisi precise e prive di posizioni pregiudizievoli, si deve dare inizio a percorsi che dovranno maturare in anni e anni di lavoro costante e unitario, internazionale, direi mondiale. Ma una condizione è, a mio parere, indiscutibile: chi intraprende quel duro e disperato viaggio della speranza deve essere salvato, accolto e integrato.
Che l’Italia e tutta l’Europa ritrovino e ripercorrano la loro storia nazionale e comune, perché si fa sempre troppo in fretta a dimenticare, e sviluppino quella coscienza solidale che deve essere alla base di un principio umanitario universale, che coniughi i bisogni, che congiunga i popoli, che apra gli orizzonti per poter davvero progredire e crescere.
“… le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone… C’era un problema comune che stava a cuore a tutti di risolvere, e ciascuno lo metteva avanti agli altri suoi interessi personali, e di tutto lo ripagava la soddisfazione di trovarsi in concordia e stima con tante altre ottime persone” (da “Il barone rampante” di Italo Calvino).

Ombretta Di Pietro

Manodopera – Interdit aux chiens et aux italiens’, un film di Alain Ughetto, con le musiche di Nicola Piovani, Lucky Red Distribuzione, dal 31 agosto al cinema. 

 

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