Performing-PAC- foto Nico Covre-Vulcano Agency

Trentennale della strage di Via Palestro. Tracce di storia e di memoria

Performing-PAC foto Nico Covre Vulcano Agency

Tracce di storia, tracce di memoria. Contenute dentro di noi, nei nostri ricordi vividi e in quelli celati nelle recondite profondità dell’inconscio, lì nascosti, talvolta perché fanno male. Ma se lì restano forse i conti con noi stessi non li faremo mai fino in fondo, quindi meglio rievocarli, riportarli alla luce, ridargli corpo. Impronte di storia, impronte di memoria.
Contenute nell’arte, che nulla crea dal nulla e nulla distrugge di quanto creato, che conserva in sé l’eredità genetica da cui proviene, quei semi che germinano dando vita a un fiore differente ma che mantiene qualche sfumatura di colore con le sue passate origini, e che è pronto, a sua volta, a donare il suo polline, volatile nell’aria del futuro per future differenti creazioni. La Vita e l’Arte: “Sì, l’Arte che alloggia nella stessa strada della Vita, però in un luogo diverso; l’Arte che allevia dalla Vita senza alleviare dal vivere” (Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine”).
L’arte che è uno specchio della vita, che, con la sua bellezza di forma e cromia, di idea e sentimento, ci nutre e fortifica, ci regala quelle boccate di ossigeno che ci rendono il vivere più respirabile e più tollerabile, spezzando una monotonia ritmica quotidiana in cui spesso siamo imprigionati.
L’arte che con il suo andare colorifico e figurale compone quella partitura melodiosa che da sonorità allo stridere contrastante del contraddittorio spartito “vivendi”.
Quando si colpisce subdolamente, quando si distrugge l’arte, il danno che ne deriva è incalcolabile, è un vuoto che vortica turbinoso dentro le nostre anime senza possibilità di essere colmato, se non dallo stesso ricordo e da quelle orme documentali che rimangono: perché non è così semplice cancellare l’arte… Trent’anni sono passati da quel 27 luglio 1993, quando un ordigno, collocato all’interno di una Fiat Uno parcheggiata in Via Palestro, esplose causando la morte di cinque persone: i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l’agente di polizia municipale Alessandro Ferrari e l’immigrato marocchino Moussafir Driss.
In quell’attentano di chiara matrice terroristico mafiosa (che seguiva quello di Via dei Georgofili a Firenze e precedeva quello, fallito, allo Stadio Olimpico di Roma), venne distrutta una parte consistente del Pac, Padiglione di Arte Contemporanea, un’opera di Mario Nigro (un “totem” che giaceva sul pavimento in attesa di essere assemblato, invece investito dal crollo di un muro!), di cui si stava allestendo una personale a un anno dalla scomparsa, che fu poi trasferita, ridimensionata, in una sede del Credito Valtellinese.
Una ferita profonda e lacerante per la città di Milano e per l’arte tutta: una sola opera distrutta è una perdita intollerabile che si sommava, allora, a quella tragica, irrimediabile e inaccettabile di vite umane. E questo la mafia lo sapeva bene: far saltare in aria esseri umani creava paura o meglio terrore; colpire l’arte era annullare una parte di identità non solo di una città ma di uno Stato intero, quello che doveva essere piegato alla “trattativa”.
Il Pac era stato realizzato tra il ‘51 e il ‘53 dall’architetto Ignazio Gardella, per volontà della sovrintendente Fernanda Wittgens, sui resti perimetrali delle scuderie della Villa Reale, quindi affondava le sue fondamenta su un passato storico, per portare nella stessa Milano la contemporaneità dell’arte. Ospitando tutte quelle forme di sperimentazione e produzione nazionale e internazionale espressione della modernità artistica. Questa era e ancora è la sua anima. Che si cercò di distruggere, senza però riuscirvi.  Tantissime persone parteciparono al recupero del patrimonio sommerso dalle macerie, e da quelle stesse, nel giro di tre anni, per decisione dell’allora assessore Philippe Daverio e per mano del figlio di Gardella, Jacopo, venne ricostruito totalmente, risorto come una fenice che dalle ceneri si libra in un nuovo volo. A dimostrazione che se si vuole si può, e soprattutto che niente e nessuna cosa potrà mai fermare l’arte.
E’ pur vero che la storia ci insegna quanto sia un tentativo perpetuato nei secoli, un proposito becero e malato di voler eliminare qualsiasi simbolo ritenuto avverso e contrario nonché la progenia culturale di un popolo (possiamo in merito citare i Medici, Hitler, i Talebani, l’Isis, senza escludere l’attuale guerra in Ucraina). Ma nulla è più forte della volontà di rinascita e di autoaffermazione, del sapere nella sua totalità di espressioni e della cultura nelle svariate vesti in cui prende forma: e l’arte è una di queste. In grado di legare con un filo rosso ciò che è stato a ciò che è e a ciò che verrà, in una continuità indissolubile che trascende i limiti della soggettività per diventare patrimonio collettivo e persistente nel tempo.
Tale è il senso della nuova edizione di Performing Pac 2023 (fino al 10 settembre), intitolata ‘Dance Me To The End Of Love’, una citazione da una canzone di Leonard Cohen del 1984, che si ispira al dramma della Shoah, raccontando di quei musicisti che suonavano accanto ai forni crematori, accompagnando, con quella marcia funebre, i loro compagni verso la morte, il loro stesso destino.
E tale è l’importanza della mostra diffusa di Mario Nigro, ospitata  da Palazzo Reale e dal Museo del Novecento (leggi la recensione), che, dopo una parentesi trentennale, ritorna più attuale che mai, non solo a regalarci la sua grande produzione artistica, ma per riprendersi il giusto spazio che gli era stato barbaramente portato via…
Non dimenticare mai: è l’incipit che ci invita a mantenere accesa la fiamma della reminiscenza, rammentando sempre ciò che è stato anche e soprattutto quando fa male. Per riconciliarci con noi stessi, per superare l’orrore di quanto accaduto, di quanto subito, nella volontà e nella consapevolezza che la potenza dell’arte e del sapere vincono costantemente su ogni perversità del genere umano.
“L’assenza della persona è un segno della sua avvenuta presenza”… L’assenza di un’opera artistica è il suo totale compiersi nella nostra infinita memoria.

Ombretta Di Pietro   

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