L'étoile della danza Carla Fracci, Londra,1961

‘Mario Dondero. La libertà e l’impegno’ in mostra a Palazzo Reale

Operai della Renault in sciopero, Boulogne-Billancourt, 1968

Se non avesse fatto il fotografo avrebbe fatto il giornalista!
Così si vedeva nella vita Mario Dondero (Milano 1928- Petritoli 2015), un uomo tra gli uomini capace di dar corpo e voce alle loro storie e alla Storia del mondo con l’estrema autenticità dell’immagine, che, impressa da un click direttamente sulla pellicola e stampata sulla carta, è testimone accreditata e veritiera dei fatti per come si presentano all’occhio attento di chi è lì, per scelta o per casualità, per immortalarli.
Del resto, essere uno dei più eminenti fotoreporter italiani (che svolge gran parte del suo lavoro nel corso del ‘900, protraendolo fino alla prima decade degli anni 2000) centra eccome con il giornalismo, se non per una sottile ma sostanziale differenza: la fotografia è “il modo per andare oltre la parola”, sosteneva lo stesso, per esprimere, con la più nitida e sincera messa a fuoco, quanto accade nella realtà, laddove le medesime parole possono non essere esaustive o, altresì, forvianti, talvolta ingannevoli.
“E si è definitivamente convinto che tutti i racconti, romanzi, film non sono descrizioni della realtà, ma di ciò che la mente degli autori percepisce della realtà… che sta fuori, invincibilmente e meravigliosamente fuori, raramente afferrabile, quasi inattingibile, perciò infinitamente in attesa di essere esplorata, sempre misteriosa” (Giuliano Scabia ne “Il ciclista prodigioso”).
I suoi scatti sono, così, specchio del reale, nella sua più accentuata nudità, nella sua nitidezza disarmante e che non lascia dubbi, nella sua bellezza e nella sua durezza e crudeltà, in quel gioco degli opposti di cui la vita vera si confà.
La “genuinità” della vita “che scorre per tutti. Che è un bene insostituibile per tutti”, e che lui ferma in attimi di eterna veridicità, travolgenti per la loro stupefacente leale linearità, in cui ci possiamo totalmente ritrovare, nell’esplicitazione dell’epopea del quotidiano e degli eventi storici, nell’incontro con la “gente comune” e colloquiando con l’intero mondo.
Frammenti in bianco e nero, che è il “colore della verità”, di un cronista che ci ridona scene di vita ordinaria e documenta le “variazioni che si producono in seno alla società”, testimone diretto di avvenimenti che sono parte di noi ed eredità del nostro patrimonio conoscitivo. Tra impegno attivo (fu partigiano in val d’Ossola): “la politica è stata, con la cultura, l’interesse centrale della mia vita di reporter”! E libertà da ogni condizionamento sovrastrutturale, che gli consente di restituirci, con la stessa accesa sensibilità che aveva intriso l’opera del suo “mentore” Robert Capa, al cui esempio si ispira costantemente, anche la brutalità delle guerre, pur non definendosi mai reporter di guerra.
E così lo ritroviamo, viaggiatore indefesso, in giro per il mondo, in quel “nascere, andare, morire” che è “la saga dell’eterno andare” (Giuliano Scabia) che ha caratterizzato la sua esistenza: proprio per “esplorare” quella realtà e riconsegnarci il realismo misterico che la contrassegna. Seguendo quel crocevia di strade che sono “il grande teatro della vita”. Da Milano, in cui entra a far parte dei “Giamaicani”, un gruppo di intellettuali che aveva come punto di ritrovo il “Bar Jamaica”; a Parigi dal ‘54 al ‘60, la sua città d’adozione dove tornò ripetutamente anche in anni successivi; a Roma dal ‘61; a Fermo, dove si trasferirà negli anni ‘90. Passando per Portogallo, Spagna, Inghilterra, Irlanda, Algeria, Mali, Senegal, Guinea-Bissau, Cambogia, Brasile, Cuba, Germania e, in ultimo, in Russia e a Kabul. Incontrando e tramandando, perpetuandola, tanta variegata umanità. Bambini, contadini, operai, soldati, prigionieri, i medici di Emergency, di cui fu attivo sostenitore. Ancora, pittori, scultori, registi, scrittori, attori, musicisti, sdoganati dal loro essere personaggi ma ritratti come persone.
Iconica è la fotografia del ‘59 degli esponenti del “Nouveau roman”, un insieme di autori che si proponeva di evidenziare la condizione dell’uomo nell’età moderna, basata sull’industrializzazione, la tecnologia e la scienza, con l’utilizzo di uno stile “fotografico” dove l’iper descrittività minuta e ossessiva degli oggetti e della realtà esterna riducono la presenza umana alla funzione dell’occhio, a uno sguardo passivo che intende avvicinarsi a quello della fotografia o della macchina da presa: una certa connessione con l’essere fotografo di Mario Dondero! Che, però, mette sempre l’uomo al centro di ogni cosa, anche di quegli avvenimenti epocali di cui non manca di darci illustrazione. Come la migrazione interna, il processo di alfabetizzazione, il lavoro rurale, le rivendicazioni politico-sindacali in Italia; le manifestazioni in favore di Mitterand dopo l’attentato ad opera dell’OAS nel ‘59, i congressi del partito gollista a fine anni ‘50, fino alle recenti proteste in difesa dei diritti sociali nella Parigi del 2011; la caduta del muro di Berlino nell’89; la Cuba in pieno “Perìodo especial”… solo per citarne alcuni. Sempre presente, sempre lì, con la sua macchina tra le mani, pronto a cogliere quell’attimo che definiva il tutto. Quasi nascosto dietro l’angolo, per balzare fuori nel momento giusto: come nella foto del gruppo “Cantacronache” (un nome una garanzia, con quella sottile attinenza al cronachismo di Dondero!), ripresi riflessi da uno specchio dove sul lato destro vediamo spuntare anche il fotografo intento allo scatto.
Un uomo che non voleva raggiungere la luna, ma solo viaggiare per conoscere e farci conoscere il mondo e l’umana condizione, con tutte le sue distonie e contraddizioni in un divenire costante: “La storia continua, va avanti, con il suo orrore e la sua bellezza. Per tutti gli uomini e per tutte le donne della terra”… ma la sua luna l’ha raggiunta, e ancora uno spicchio del suo bagliore lucente illumina le nostre coscienze e il nostro sapere. 

Ombretta Di Pietro

La mostra “Mario Dondero. La libertà e l’impegno” è promossa da Comune di Milano – Cultura, e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale in collaborazione con l’archivio Mario Dondero, la mostra è curata da Raffaella Perna. Palazzo Reale fino al 6 settembre 2023.
Per info: www.palazzorealemilano.it. 
   

 

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