Gae Aulenti, l’Architetto Geniale. La sua vita in un libro, presentato a Sesto

Le chiavi vergate dalla ruggine dell’antico scricchiolano nella toppa di una logora porta lignea, che, ruotando sui cardini cigolanti, si apre su un mondo misterioso. Un giardino incantato in cui entriamo con curiosità e timore, ma le paure vanno sempre affrontate!
Conigli viola giocosamente saltellanti, topolini bianchi che vogliono raccontare una e tante storie con le loro parole squittenti: parole, le stesse che sto digitando io sulla tastiera di un computer, i mattoncini che compongono le architetture delle narrazioni più disparate. Un maggiordomo in livrea, che frettolosamente corre da una parte all’altra, chiamato a rispondere alle richieste di fantasmiche presenze, fantasma tra i fantasmi di persone, di luoghi, di vite che furono e che vogliono ancora essere: Oddo, così è il suo nome, si ferma per un istante, volge lo sguardo ammiccante e sornione verso si noi, muove il braccio invitandoci ad accomodarci, e poi riprende la sua incessante corsa, perché non ci si può fermare mai. Tra i detriti, le macerie che attendono solo di essere ricomposti per riprendere fattezze e ruoli… macerie di sentimenti, di sogni infranti, macerie di vite, della nostra stessa vita, che vuole ricominciare a essere, macerie di case e città distrutte da eventi cataclismatici, che siano climatici o di guerra, ma sempre la mano dell’uomo infligge il colpo di grazia!
Ma la saggia e geniale mano dell’uomo può anche ricostruire, folgorato dalla luce di un presagio, ricompattando i frammenti di memoria di un passato che lascia la sua impronta nel presente per porre le basi di un futuro in divenire. “Perché la tradizione non è un’eredità ma si costruisce giorno per giorno, tracciando il percorso di ciò che sarà” ci sussurra Gae, proprio lei, che nelle macerie distruttive dell’Italia e dell’Europa dell’immediato dopoguerra del secondo conflitto mondiale, trova la sua missione: fare l’architetto per ri-edificare quel terreno paradiso perduto, con la profana sacralità e la sacra profanità che dell’architettura stessa ne sono l’essenza. E ci guida in un intenso viaggio di scoperta, dove si intrecciano i racconti della sua esistenza, di quella delle persone amiche e quella personale dell’autrice, in un connubio di vite che si relazionano: scoprire Gae è scoprire noi, perdendoci e ritrovandoci di volta in volta, perché ci si perde e ci si ritrova sempre.
Lei nomade per eccellenza, per necessità, per scelta, per destino, che nasce a Palazzolo nel 1927 e diventa cittadina del mondo, lasciando tangibili e più nascoste tracce di sé ogni dove, rincorse con caparbietà ed entusiasmo da Annarita per ridipingere il quadro di un personaggio e una donna unici. Quelle stesse tracce più evidenti o più celate che Gae cercava nel contesto in cui doveva operare, perché ogni costruzione, ogni creazione non si può disgiungere dal paesaggio, dalle radici culturali, dal luogo e dal tempo in cui si inserisce, in una sorta di continuità e discontinuità, di equilibrio o di contrasto voluto e consapevole.
La conoscenza prima di tutto, la cultura, il sapere, la sapienza che generano saggezza senza la quale viene a mancare la sostanza-contenuto e un’architettura è solo uno scheletro-contenitore senza carne, quella stessa carne che sono il ventre e la mente dell’architetto e i sensi e il corpo dei soggetti che fruiscono della sua opera artistica. Comprendere, capire, interfacciandosi con le necessità delle committenze, della funzionalità e della destinazione d’uso dell’elemento architettonico, modellando lo spazio a seconda del bisogno, per far prevalere l’importanza proprio di quanto contenuto, insito e inscritto più che l’impronta di chi progetta: “se poi ne esce qualche traccia di me tanto meglio” ci dice Gae con il suo caratteristico tono ironico e la sua voce roca da fumatrice accanita! La saggia “zia” Gae, nomade anche nel suo eclettismo, non solo “l’Architetto”, come si faceva chiamare, rinunciando alla declinazione al femminile! Perché c’è del maschile e del femminile in ogni persona, e il talento non ha limiti di genere! Ma anche designer, colui/colei che “progetta”, e scenografa. Il teatro, nel suo sodalizio pluriennale con un altro Grande della cultura di tutti i tempi, il regista Luca Ronconi: dove il tempo prevale su ogni altro elemento caratterizzante, altezza, lunghezza, larghezza, contorno, e si dilata nello spazio racchiuso di un palco, consentendo gli stratagemmi più svariati e surreali, movimenti continui e proiezioni verso l’alto, quasi a trafiggere il soffitto, a bucarlo… a rompere quel tetto di cristallo in cui spesso ci troviamo ingabbiati, soprattutto le donne. Lo sa bene Gae che negli anni ‘50 decide di fare un lavoro ritenuto prettamente maschile, ma che riesce con una volontà ferrea, con uno studio costante, con un lavoro forsennato e instancabile a diventare “l’Architetto Geniale” e a essere riconosciuta come tale. Che sa unire analisi profonda, sintesi e “profeticità”,  tracciando sempre una via verso il futuro, aprendo ai nuovi orizzonti, senza mai chiudersi in mode, in etichette, le gabbie di ogni spirito artistico. Senza mai specializzarsi in un solo ambito: “non voglio essere specialista di qualche cosa… Questa scelta ti fa preferire le cose più nel profondo invece che in superficie… ti fa preferire, per esempio, il sapere al potere”. E solo da queste parole comprendiamo il civismo e la connotazione sociale delle opere di Gae, che non si è mai arresa, non si è mai fermata, continuando a precorrere i tempi con il suo anticonformismo, e a correre: mai fermarsi, da staffetta partigiana quale fu…
E di colpo usciamo da quel mondo di macerie, dopo aver assaporato tante delle città, delle creazioni e delle relazioni di Gae… due passi tra “L’Ago e il Filo” in Piazzale Cadorna, che ricuce il tessuto cittadino, il nostro essere stati, essere, e ciò che saremo, e ci riunisce a lei… e ancora un gelato gustato seduti su una panchina in Piazza Gae Aulenti, a lei doverosamente dedicata dalla sua Milano… respirando quella passione di una vita appassionata e appassionante che ci sussurra ancora: “ ricostruire e ricostruirsi sempre!”.

Ombretta Di Pietro    

Il libro “Gae Aulenti. Riflessioni e pensieri sull’Architetto Geniale” di Annarita Briganti, Cairo Edizioni, è stato presentato giovedì 16 maggio in Villa Mylius nell’ambito dell’iniziativa “Libri in Villa”, con il patrocinio del Comune di Sesto e la collaborazione de “La Libreria della Famiglia”.

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