Buon 1° Maggio Festa del Lavoro. Già, lavoro …

Si svegliò presto anche quella mattina. Avrebbe potuto sonnecchiare un po’ di più, ma il suo orologio biologico era ormai sincronizzato sulle 5, e non c’era verso di spostarne le lancette.
Tutti i santi giorni, tranne le domeniche e proprio quel dì di festa e di riposo, la sveglia trillava sempre a quell’ora, puntualmente implacabile. Ma i suoi occhi, di un azzurro intenso, erano già spalancati, come a volerla fregare quella sveglia con il suo odioso bip-bip-bip che le pizzicava le orecchie: “ti ho battuto ancora” pensava tra sé e sé, soddisfatta per aver vinto la quotidiana sfida mattutina.
Una doccia bollente, abiti comodi, una veloce colazione e via, pronta per affrontare una nuova giornata di lavoro, già, lavoro…
Si svegliò presto anche quella mattina, alle 5 come sempre. Avrebbe voluto riposare un po’ di più, sentiva ancora i residui di stanchezza pesargli su ogni muscolo e sulle ossa doloranti. Ma avevano già bussato alla porta della baracca. Si alzò con fatica dal giaciglio su cui dormiva, un materasso buttato sulla nuda terra calda e umida. Una sciacquata al viso con l’acqua fredda nella tinozza arrugginita, in fila per un tozzo di pane raffermo e un po’ di amaro caffè nero, nero come i suoi grandi occhi, ignari del fatto che quel giorno ovunque era festa: ma lui non sapeva neppure che giorno dell’anno fosse, era uno come ogni altro, di lavoro, già, lavoro…
E camminava con passo svelto nelle prime luci dell’alba, la città silente sbadigliava gli ultimi scampoli di sonni e sogni.
Si fermava ad acquistare i giornali freschi d’inchiostro, “buona giornata” all’edicolante ancora insonnolito, una monetina lasciata nell’accartocciato bicchiere di carta di un simpatico vecchietto che aveva l’abitudine di dormire sul marciapiede vicino al bar in cui di lì a poco avrebbe preso servizio.
Il diroccato furgone era già in attesa, con il motore acceso che sparava intermittenti scoppiettii. Vi salì insieme a una quindicina di persone, tutti con i loro grandi occhi neri sui volti scuri, ombre silenziose addossate le une alle altre. Un’accelerata, un ruggito sgommante e via, ombre traballanti verso i campi colmi di quei sugosi e rossi pomodori da cogliere uno a uno…
Si muoveva svelta e leggiadra dietro il bancone o tra i tavolini ben disposti, dispensando sorrisi che illuminavano il suo pallido volto, intrattenendosi in rapide conversazioni, perché non si doveva e poteva perdere tempo. Rosa era una luce che scaldava i cuori dei clienti, ben contenti di ritrovarla ogni giorno a trotterellare, servire, sorridere e chiacchierare.
Aveva scovato quel lavoro, già, lavoro!, quasi per caso, dopo una lunga ed estenuante ricerca quando ormai non sapeva più dove frugare ed era quasi rassegnata. Certamente faticoso, le ore non si contavano, mentre era facile la conta dei soldi a fine mese, pochi, molto pochi, troppo pochi.
E di contratto non se ne parlava proprio: “vediamo come va e poi valuteremo”, mesi e mesi di valutazione, ma nulla era cambiato…
Era veloce nella raccolta, forse più di tutti gli altri, anche se quale differenza poteva fare? La paga era comunque la stessa, poca, troppo poca, sempre poca, per quel duro lavoro, già, lavoro! Senza contratto e che ti spaccava la schiena. Said era arrivato su uno di quei tanti barconi della disperazione. Viveva di espedienti, dormiva in alloggi di fortuna o per strada, se la fortuna non c’era. Quando gli avevano offerto di lavorare come raccoglitore non ci aveva pensato due volte: qualche soldo, vitto, più o meno, alloggio, più o meno. Ogni volta che teneva nelle sue mani uno di quei rossi pomi si domandava: “chissà chi lo mangerà?”, sapendo che nessuno si sarebbe chiesto mai: “chissà chi l’ha raccolto?”…
Anche quella mattina Rosa si era svegliata presto, sì, anche se era il 1° maggio. Un pensiero le corse lungo tutta la schiena facendola rabbrividire: lei lavorava ma non lavorava, senza carta che cantasse e contasse era come se non stesse facendo niente. Aveva diritto a celebrare la festa dei lavoratori? Il suo sguardo si rabbuiò, nessun sorriso sulle labbra serrate.
Si vestì velocemente, aprì un cassetto, ne estrasse un oggetto cilindrico, chiuse, sbattendo, l’uscio di casa, si precipitò per le vie deserte della città, come un’ombra anonima nelle prime luci dell’alba di un dì di festa…
Anche quella mattina Said si era dovuto alzare presto. Amava le prime ore del giorno e quelle del tramonto, quando il sole, che ti cuoce la pelle e ti succhia ogni liquido che hai in corpo e ogni energia, ancora non appare all’orizzonte oppure in quello si declina. E raccoglieva solerte, senza pensieri, perché aveva deciso di non pensare più, a che serviva? doveva solo fare!, come un’ombra anonima che ondeggiava tra le distese terrose dei campi coltivati…
Arrivò davanti al bar. Prese l’oggetto cilindrico tra le sue mani, si avvicinò alla saracinesca abbassata. Il suo braccio cominciò a muoversi roteando dall’alto al basso, mentre uno strano rumore, quasi un bisbiglio, proveniva dall’oggetto che teneva nella sua mano. Quando ebbe finito fece qualche passo indietro, guardò soddisfatta, sorrise, si girò e si allontanò. Sulla saracinesca chiusa, disegnata con la vernice, spiccava una scritta: “Rosa 1° maggio”!
Il sole cominciava ad alzarsi, il caldo cresceva, ma lui non smetteva mai di tenere curva la schiena, asciugandosi la fronte dal sudore con un fazzoletto logoro e lercio. “Hei Said, sai che giorno è oggi?” gli chiese un suo compagno di raccolta. Lui non rispose, era un giorno come tanti giorni, che domanda! “Beh, te lo dico io: è il 1° maggio, la festa dei lavoratori!”. Si guardarono per un istante senza proferire parola.
Una sana risata risuonò nell’aria bollente, seguita da un’altra e poi da un coro di risate spumeggianti.
Said raccolse un pomo d’oro, si tirò su, allungò la mano che lo stringeva verso il sole: “Buon 1° maggio, Said” disse.
E diede un morso deciso.

Ombretta Di Pietro   

    

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