Leandro Erlich Rain (1999)

L’arte delle illusioni di Leandro Erlich in mostra a Palazzo Reale

Leandro Erlich
Shikumen (2004)

“It’s just an illusion?”, potremmo domandarci citando la nota canzone degli Imagination, che calza a pennello con l’essenza dell’arte di Leandro Erlich: “Illusione/ Segui le tue emozioni ovunque/ Sta creando magia nell’aria?/ Non lasciarti mai abbattere dai tuoi sentimenti/ Apri gli occhi e guardati intorno/ Potrebbe essere che… è solo un’illusione?/ Rimettendomi in tutta questa confusione?/ Potrebbe essere quello./… Potrebbe essere un’immagine nella mia mente?/ Non sono mai sicuro di cosa troverò/… Illusione”.
Ebbene, per rispondere a questo dilemma dobbiamo superare la soglia: lasciate ogni speranza voi ch’entrate, spogliatevi di ogni certezza e ogni pre-costruzione mentale, pronti a intraprendere un viaggio verso una dimensione altra, tra palco e realtà.
E ci troviamo immersi tra le luci e le ombre di un grande spazio ludico, una sorta di casa delle meraviglie di un ipotetico luna park. Inscatolati in una narrazione borgesiana costellata di finestre che segnano il passaggio dimensionale. Imprigionati nel magico cilindro di un prestigiatore che ci osserva di nascosto dall’alto, sornione e sorridente. Con le sue bizzarrie muove i fili dello snodarsi di un percorso dove a ogni angolo ci attende una trappola stregata, in un concatenarsi labirintico di stanze abitate da fatate, suggestive e seducenti istallazioni. Che hanno un’apparente famigliarità con la nostra quotidianità, ma che ci inducono, a una più attenta osservazione, ad andare oltre il normalmente percepito. Per scoprire che la realtà per come la vediamo è sì frutto di una precisa visione ottica: l’occhio umano legge l’immagine per e con la natura della sua conformazione bio-fisiologica.
Ma è anche altro da ciò che è il nostro cogliere più diretto, una realtà in sé che differisce da quanto osservato, considerando anche il fatto che ciascuna persona ha una diversa percezione dei colori e, spesso, anche delle forme. Una realtà visiva che è, altresì, imbrigliata in quelle convenzioni strutturali che abbiamo imposto alle nostre menti con la formazione di un mondo artificiale che prevarica su quello naturale: “Per me la realtà e la percezione sono inseparabili. Trovo interessante che gran parte di ciò che chiamiamo realtà sia fatto di un costrutto sociale.
La costruzione umana è diventata così forte da dominare il mondo naturale”, afferma l’artista. Inducendoci a superare questa forma mentis per arrivare alla sostanza delle cose e alla sostanzialità del nostro sentire e del nostro essere. Affrontando le paure di fronte alla straniazione vibrante che mette in discussione le nostre certezze; scatenando lo stupore ogniqualvolta cogliamo quel qualcosa in più in cui rifletterci come in uno specchio del reale più intimo; rielaborando i molteplici sentimenti che sussultano agitanti nei nostri animi: nostalgie, memorie di passati, di ciò che eravamo e di ciò che adesso, quasi inconsapevolmente, scopriamo di essere diventati. In uno spazio che si trasforma, che, illusoriamente e giocosamente, si moltiplica attraverso le profondità specchianti, che ci da la sensazione di ciò che è ma non è perché frutto dell’escamotage di un abile trucco, che c’è ma non si vede, e una volta disvelato suscita in noi l’insorgere di uno stupito e divertito sorriso. E in cui noi siamo risucchiati, diventando parte dell’opera proprio attraverso quel medesimo artificio rispecchiante, che crea l’illusione-realtà di essere immersi in un mondo altro… In un preciso luogo matrioscale: la città ospitante con le sue caratteristiche peculiari, entro cui si colloca, con la sua storia, il palazzo museale in cui tutto prende vita, che a sua volta contiene il segreto sito del nostro animo e del nostro pensare…
In un tempo che fluisce costante, nel nostro procedere e nel nostro interagire con le istallazioni, in un andamento cinematografico, tra lo scorrere continuo di immagini che ci proiettano in un film come attori partecipi.
Un tempo che ci sfugge, come le mutanti nuvole nel cielo; che vorremmo fermare e rendere infinito, imprigionando quei vaporosi nembi nelle teche imperiture del nostro eterno esistere… In una continua dialettica tra gli opposti, tra emozione e razionalità, estetica e concettualità, fantasia e concretezza, possibile e impossibile, finzione e reale, illusione e realtà, interno ed esterno, l’io e l’intorno. Che non potrebbe esplicitarsi se noi non partecipassimo attivamente: l’opera vive e diviene, ogni volta in modo differente a seconda di chi ne fruisce e di dove, solo e soltanto con il nostro addentrarci al suo interno o con la nostra osservazione sensoriale e speculativa, in un dialogo bivalente che è più che mai necessario perché l’opera stessa sia e perché noi stessi possiamo essere qualcosa in più, con una presa di coscienza di un nuovo valore soggettivo che si amplifica in una consapevolezza universale. Che sensibilizza e ci aiuta a guardare il mondo con uno sguardo diverso, più partecipi alle tematiche sociali di maggior portata che tutti coinvolgono in prima persona, superando la soglia di un superficiale  intendimento e una limitata comprensione di noi e di ciò che ci circonda.
E superata questa stessa soglia della superficie delle cose e di noi stessi, usciamo a riguardar il cielo sopra di noi, che con il suo andante cambiamento di luce e forme, condiziona il nostro stato d’animo e il modo di sentire la città, con il suo caotico scorrere. E’ questa forse un’altra illusione? 

Ombretta Di Pietro

La mostra “Leandro Erlich. Oltre la soglia” è promossa da Comune di Milano-Cultura, prodotta e organizzata da Palazzo Reale e Arthemisia, in collaborazione con lo Studio Erlich e la curatela di Francesco Stocchi. Fino al 4 ottobre 2023 al Palazzo Reale di Milano. Per info: www.palazzorealemilano.it. 

 

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