Giocose, spregiudicate, indelebili: in mostra a Milano le donne di Helmut Newton

Helmut Newton Autoritratto. Monte Carlo, 1993 Self-portrait. Monte Carlo, 1993 © Helmut Newton Foundation

Pericolosamente e spregiudicatamente donna… Ad accoglierci due giganteschi ritratti: Helmut Newton, rivoluzionario protagonista indiscusso e discusso della fotografia di tutto il ‘900 e ancora un’icona ispirazionale che ha segnato e segna la trasformazione dell’immagine fotografica in vera e propria forma d’arte, con l’inseparabile compagna d’avventura, la sua fotocamera con la quale immortalerà scatti che rimarranno per sempre nell’immaginario collettivo; e la sua compagna di vita, l’attrice June Brunell, nei panni di Hedda Gabler, personaggio principale di un famoso dramma di Henrik Ibsen. E forse questa scelta non è poi così casuale: Hedda Gabler è una donna magnetica, che usa la sua femminilità per tessere un gioco pericoloso manipolando i sentimenti degli uomini che le stanno attorno, decisa, fredda e passionale, forte nella sua fragilità, fatale. Caratteristiche che ritroviamo nelle femmes fatales ritratte mirabilmente dall’artista lungo l’arco di una lunghissima carriera, che esplode nella Parigi degli anni ‘60 per giungere fino agli anni 2000, lasciando un segno indelebile per la sua potenza innovatrice e provocatrice, al punto tale da dividere le opinioni e da essere soprannominato ‘The King of  Kink’, il re della stranezza, del capriccio, dell’eccentricità.

Helmut Newton Elle. 1967 Elle. 1967 © Helmut Newton Foundation

Ma dietro tutto questo, dietro a queste donne incantatrici e seduttrici c’è molto di più. ‘Femme fatale’ è anche il titolo di un film di Brian De Palma (2002), e se vogliamo neppure questa è una mera coincidenza. Ci troviamo, infatti, all’interno  di un vero e proprio film che segue una logica temporale, dagli esordi a soli 16 anni affiancando la famosa fotografa di moda Yva, alla sua consacrazione a livello internazionale con eminenti collaborazioni per le più importanti riviste di moda e i più noti stilisti, alle esposizioni in gallerie e mostre delle sue opere, che divengono, in tal modo, vera Arte con la A maiuscola.
Una pellicola composta da frammenti, fotogrammi filmici che riflettono e rileggono, restituendoceli, i segni dei tempi, con le loro mode, la loro culture, i loro cambiamenti, le loro aspirazioni, le loro ambiguità. E che sono in grado in ogni fermoimmagine, in ogni scena immortalata, di ispirare nella nostra fantasia lo sviluppo di una storia. In cui la donna la fa da padrone, usando il suo statuario corpo nudo per liberarsi da ogni vincolo di ruolo, per rivendicare un’emancipata carica erotica, sensuale e sessuale contro ogni tabù che aveva sempre relegato il corpo stesso a un censorio ruolo subalterno. Un’inversione dei piani, una rivoluzione culturale, ‘dal corpo vestito al vestito corporeizzato’ (Claudio Marra), in cui si passa da una dimensione puramente descrittiva a quella più autenticamente visionaria e aspirazionale. Con quel tocco di voyerismo che fa parte della naturale propensione umana: “Se un fotografo dice di non essere un guardone allora è un idiota”, afferma lo stesso Newton.
Ed eccole queste Mata Hari, seducenti e misteriche, che sembrano celare un segreto; che dominano la scena relegando gli uomini sullo sfondo di una parte secondaria. Giocose, temerarie, anarchiche, androgine, eleganti, seducenti: il potere dell’eros! E della duplicità: corpo nudo e abbigliato, modella e manichino, femminile e maschile, sposa o prostituta, in uno scambio di “vesti” sottilmente ambiguo ma fortemente destabilizzante, specchio delle nostre più temute e mai rivelate ossessioni: il sottile senso del pudore sovvertito e stravolto. Attrici di spy stories alla James Bond, all’ “Intrigo internazionale” di Hitchcock; di distopie futuriste alla Metropolis di Fritz Lang; di incubici visionarismi alla Eraserhead di David Lynch; di surrealismi circensi e amarcordiani alla Fellini; di istintuale sadomasica sessualità alla Pasolini; di triangoli amorosi alla Jules e Jim di Truffaut; di atmosfere noir e crime, tra strade deserte o luoghi decadenti.
Chiari sono i riferimenti alla cinematografia, e non mancano neppure le influenze della letteratura fantascientifica, di fantasia, horror, grottesca alla E.T.A. Hoffmann, e, perché no, qualche nota anche de Il grande Gatsby di Fitzgerald, in particolare nelle ambientazioni in lussuosi interni, con modelle in abiti elegantissimi e modelli in smoking dalle espressioni fredde e distaccate, emblemi di una distonica, viziata e viziosa giovane classe borghese.
E non possiamo certo trascurare i rimandi all’arte scultorea e pittorica. Spesso le modelle vengono ritratte nelle vicinanze di statue che ornano le vie cittadine, sempre con un rimando alla bivalenza del tu e io o io e l’altro io, del ‘sosia’; i corpi nudi a grandezza naturale della serie ‘Naked and Dressed’, oltre al chiaro collegamento con la Maya Desnuda e la Maya Vestida (Francisco Goya), sono essi stessi imponentemente plastici. Ancora l’eco del surrealismo, della metafisica, del realismo magico ridonda esplicitamente, e nondimeno un tocco di rinascimento veneto nei seni ostentati dalle modelle fasciate in abiti aderenti, esattamente come venivano mostrati dalle cortigiane nei dipinti dei grandi maestri della scuola lagunare, che offrivano il segno della loro disponibilità ad amanti o futuri sposi. E per finire la citazione al dipinto Las Meninas di Diego Velasquez nell’ ‘Autoritratto con moglie e modelle’, dove riscontriamo, altresì, quella moltiplicazione di piani ricorrente nelle immagini di Newton, che evidenzia la multisfaccettatura della variegata e poliedrica realtà portata ad una dimensione quasi onirica e di accesa visionarietà immaginativa.
Non solo fotografie: ma una commistione di plurimi linguaggi che convergono in un unicum espressivo e che l’artista sa usare e manipolare abilmente per ottenere una sublimazione dal risultato dirompente. ‘Legacy’: un’eredità colta dal passato, che ci lascia nel presente e si proietta nel futuro prossimo e venturo… Una scarpa nera con tacco a spillo: un solo elemento per esprimere tuta l’intensità di una femminilità ‘pericolosamente’ dominatrice. 

Ombretta Di Pietro  

La mostra “Helmut Newton-Legacy”, promossa dal Comune di Milano-Cultura, prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte, in collaborazione con la Helmut Newton Foundation di Berlino, con la curatela di Matthias Harder e Denis Curti, con il supporto do Coop Lombardia e Rinascente, patner tecnici Aquafil, Radici, Tessuti di Sondrio, Cittadellarte Fashion B.E.S.T., travel partner Ferrovie dello Stato Italiane. Fino al 25 giugno 2023, Palazzo Reale di Milano. Info: www.palazzorealemilano.it).

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