I fragili al centro del libro di don Colmegna, Casavola e Kauffmann

C’è una sorta di filo rosso che ci lega, inconsapevolmente, a luoghi, cose, case, persone mai incontrate prima e che forse incontreremo in un futuro o forse non vedremo mai, ma impareremo a conoscere grazie al racconto di altri, di quegli altri con cui avremo avuto il piacere di imbatterci.
Per una specie di casualità, della strana congiuntura di un destino talvolta bizzarro, che ci sa anche regalare quelle stravaganti stranezze positive in grado di disegnare, sui nostri volti, un sorriso compiaciuto di misterica incredulità. Ebbene, proprio questo filo rosso si dipana dai miei ricordi ai ricordi contenuti in questo libro, raccontati con intensità e una carica emozionale irrefrenabile, come se quelle narrazioni, quei fatti siano accaduti il giorno prima e non già decenni fa, da Don Virginio Colmegna, Vita Casavola e Ornella Kauffmann. Memorie sedimentate, ma mai sbiadite dal passare del tempo e dalle nuove esperienze di vita, oltremodo i mattoncini che hanno consentito di costruire e costruirsi come persone anche nel prosieguo di nuovi percorsi intrapresi: le memorie della bella avventura nella Comunità Parpagliona di Sesto.
Fondata negli anni ottanta, laddove io da piccola mi recavo a trovare un mio prozio, fratello di mia nonna materna, che proprio lì viveva. In una cascina piena di conigli, galline, oche, cani, gatti, rondini, che facevano il nido tra le lignee travi dei sottotetti, di prati, di orti, con quelle enormi zucchine che io pensavo sarebbero diventate zucche da trasformare in carrozze come nella favola di Cenerentola.
Un luogo fatato, dove mi immergevo nella natura, trovando sollievo dalle tribolazioni di un quotidiano già pesante da sostenere, segnato dalla malattia mentale degenerativa della nonna e da un “esaurimento nervoso” cronico di mio papà.  Malattie mentali, malattie della psiche e dell’animo: e la Comunità era sorta proprio per ospitare persone con disabilità psichica.
Rispondendo a un preciso bisogno della comunità, delle famiglie che si trovavano a sostenere da sole la “diversità” dei loro figli, vissuta come un insormontabile e lacerante problema, che tenevano nascosto dentro le mura di casa e nei loro cuori spaccati dal dolore e dall’impotenza. Ecco allora che il Centralino d’Ascolto, gli incontri di auto-aiuto, l’ospitalità a perone schizofreniche, autistiche, con sindrome di down, con problemi psichici legati alla tossicodipendenza, con disturbi della personalità di vario genere, diventano una luce abbagliante, che rischiara i destini di chi è direttamente coinvolto ma che non può non riverberare sull’intero nucleo sociale, a cui la Comunità stessa si apre e richiede condivisione attiva.
Perchè si tratta di persone come tutti, nella cui fragilità e nei cui limiti possiamo rivedere le nostre fragilità e i nostri limiti, come in uno specchio deformante dell’animo che non dobbiamo avere paura di guardare ma avere il coraggio di oltrepassare. Passare oltre la malattia, per scoprire l’enorme potenziale che si cela dietro una diversità che non è altri che una differente normalità, passare oltre le nostre debolezze, insicurezze, gracilità, per crescere tutti insieme.
Mossi da un principio fondamentale, di cui Don Colmegna ha fatto il suo cavallo di battaglia e il suo stile di vita: de-istituzionalizzare: “ambire a essere soggetti di cultura e di pensiero” ponendo la “questione della centralità della persona” che si costruisce e si consolida non sulla “distanza terapeutica” ma sui “legami di amicizia”. Aiutare e aiutarsi non con mero assistenzialismo rigidamente regolamentato e distaccatamente sovrastrutturato ma, invero, con autentiche “relazioni”, con il “dialogo”, fatto anche di silenzi che ci parlano, con la “convivialità”, con la “gratuità”, per esserci sempre e in ogni momento nella concretezza di una quotidianità solidale fatta di risposte a necessità evidenti, di sostegno empatico, di stimoli costanti e costruttivi che portino tutti a poter vivere la propria vita, ciascuno nella sua particolarità e nelle tante identità che lo contraddistinguono. Resistendo e ri-esistendo insieme, con quella passione che ha mosso Vita, Ornella, Pierangelo, e tanti altri volontari e operatori che solo in un secondo momento hanno intrapreso il percorso di approfondimento specialistico, e che hanno creduto e credono che il “limite” sia una risorsa e non un impedimento. Insieme ad Adriano, Rosario, Francesco, Laura, Guido, Gemma, Jerri, Carla, Arianna, Antonella, il signor Rossi, nomi dietro i quali si nascondono individui ritornati alla luce e di cui non possiamo che gioire per ogni loro traguardo raggiunto, che facciamo un po’ nostro… “Questa non è fantasia, ma la storia della Comunità Parpagliona di Sesto San Giovanni, che nella Stalingrado d’Italia, dal 1986 ha accolto, curato e sostenuto molte persone con disabilità e disagio mentale” (Nicoletta Bortolotti)… “Ma prima di tutto è un libro. Un veliero per mettersi in viaggio, senza paura” (Daniele Mencarelli)… quel viaggio della vita che ci vede tutti congiuntamente protagonisti, ciascuno con la sua particolarità, la sua identità, capaci di stare “dentro le contraddizioni” , di “stare nel mezzo” di un mondo con la sua complessa realtà, che si deve e si può consolidare ed edificare solo insieme, perché sia davvero un posto per e di tutti.  

Ombretta Di Pietro

Il libro “I fragili. Pionieri della de-istituzionalizzazione” di Virginio Colmegna, Vita Casavola, Ornella Kauffmann con Nicoletta Bortolotti, edizioni Castelvecchi, è stato presentato giovedì 23 marzo alla Villa Mylius di Sesto San Giovanni nell’ambito dell’iniziativa “Libri in Villa”, con il patrocinio del Comune e la collaborazione de “La Libreria della Famiglia”.

 

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