27 gennaio 1945. L’innegabile importanza della Memoria

27 gennaio 1945… Debemus nos rememorari!
Un imperativo che ci deve sempre accompagnare, di anno in anno, senza eccezione alcuna: essere “memori” di quanto accaduto in un tempo e in un luogo che paiono così lontani ma che invece sono costantemente e irrimediabilmente qui e ora. Per quel debito che noi tutti abbiamo con la Storia, perché se non siamo stati noi a compiere quegli orribili atti ingiustificabili e incomprensibili, una parte di responsabilità l’abbiamo comunque in quanto facenti parte del genere umano, che allora, come ora, ha mostrato la nefandezza putrefacente del più orrorifico lato oscuro che, tristemente, è insito nella natura stessa dell’uomo. E ancor più saremmo colpevoli se lasciassimo scivolare nell’oblio della dimenticanza tali avvenimenti, considerandoli parte di un passato che ormai è stato, e la sta e deve stare, trascritto e descritto nelle pagine di un libro di storia o un libro di memoria, da studiare, leggere, e poi riporre tra gli scaffali polverosi perché ormai non ci riguarda più. Sbagliato! Ci riguarda, eccome!
Di fronte a quelle indiscriminate efferatezze non possiamo non provare un brivido di nauseabondo disgusto ma poi girare lo sguardo perché fa troppo male e dà troppo fastidio, asserendo con certezza, per rassicurarci, che: “io non farei mai una cosa simile!”. E neppure minimamente pensare: “quel che è successo è successo”, perché purtroppo torture, eccidi, massacri, brutalità, continuano a verificarsi anche nel cosiddetto mondo “moderno”.
E mai come in quest’ultimo recente periodo ne abbiamo conferma più che comprovata, con l’incognita di quando tutto questo potrà avere fine. Ma come può finire davvero e definitivamente se ancora nel vivere quotidiano delle società dette “civili” assistiamo a comportamenti xenofobi, omofobi, misogini e ad aberranti violenze sui più deboli e indifesi, sui bambini? Ogni giorno ci “regala” una o più notizie di maltrattamenti, soprusi, coercizioni, prepotenze, uccisioni e spesso sento dire: “il mondo è impazzito, oggi si ammazza per niente”. Ma non è forse sempre stato così? Impariamo dalla Storia, perché sembra proprio che la dimenticanza sia una patologia cronica!
Sentiamone la voce, ridondante come un’eco lontana che sopraggiunge, indomita e tenace, a colpire i nostri timpani fino a farli vibrare e quasi esplodere con un frastuono di gemiti, spari, urla e grida. Non tappiamoci le orecchie, perché non fermerà questo acre suono: non rimaniamo sordi per codardia e per paura di ammettere che il lato oscuro esiste ed è anche dentro di noi! Specchiamoci nel riverbero spietato della Storia, pronti a vedere i contorni deformati e deformanti del nostro volto, e scorgere quel bagliore puntiforme e intermittente dei nostri lacrimevoli occhi, piangenti stille di insopportabile verità. Che dobbiamo avere la forza di ammettere, per poter vincere sulla parte più bieca e crudele che latita in noi, addomesticandola e anestetizzandola. Tutti abbiamo provato sentimenti di “odio”, è umano: ma è la risposta che si dà a tale sentire che fa la differenza, trasformando siffatta vibrazione dell’animo in un gesto d’amore per noi stessi, tacitando la pulsione e le sue nefande conseguenze… Ri-membra-re: ricordiamo allora, anche con il corpo, con tutte le membra, scosse e percosse da quella congiuntura tra Storia e Memoria che, inscindibili e inseparabili, ricostruiscono gli eventi, con razionalità fattuale e con emotività testimoniale, per non dimenticare mai. Saliamo sul treno reminiscente che ci porta fin là. Tra il filo spinato che circonda decrepite baracche e costruzioni dall’aspetto ambiguo; l’odore acre di putrefacenza; il fumo pungente e malevolo; la cenere che piove asciutta come neve, con i suoi grigi fiocchi, atomi di esseri disgregati dalla bruciante fiamma dei forni, che non cuociono il pane per sfamare, ma cancellano, ardendo, la memoria fisica di un’esistenza dispersa nell’aria soffocante. Tra quel silenzio irreale, interrotto dal ritmico scandire di gemiti ridondanti, suoni opachi di mute parole incredule, terrorizzate, rassegnate, che nella morte trovano consolazione alla pena. Tra quei corpi fantasmici, ossa scricchiolanti che si muovono per automica inerzia, ombre cupe senza più carne ne speranza, che solo l’istinto di sopravvivenza regge in piedi con gli ultimi residui di un sangue malato che scorre debole e insano nelle vene prosciugate. Tra quelle cataste di carcasse che di umano hanno solo una lieve apparenza, se apparire in quella oscena nudità disumanizzante può avere ancora dignità, certamente no, cancellata totalmente e definitivamente, perché si doveva eliminare ogni traccia del loro esistere…
Camminiamo su quella terra nera e sterile, intrisa di sofferenza di un trascorso che non invecchia mai, perché ogni anno torna con fermezza a bussare al nostro stomaco, a penetrare nelle nostre viscere fino a farle contorcere di dolore, angoscia, vergogna: “Come ha potuto l’essere umano compiere tali barbarie?”, la domanda, sorge spontanea. Ma ce n’è un’altra che spinge nelle nostre menti ma omettiamo di esplicitare perché non ha risposta, e forse è meglio così: “Cosa avrei fatto io allora se non fossi stato una “vittima” designata?”… 27 gennaio 2023… Mani ruvide e ruvidi pensieri mi sfiorano… e il rimembrar  m’è penoso in questo mare ancor burrascoso di malvagità! 

Ombretta Di Pietro 

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