Paolo Lezziero, il ricordo dell’amico scrittore Carlo Carlucci

A febbraio 2023 ricorreranno quattro anni dalla scomparsa del poeta e scrittore, nostro prezioso collaboratore, Paolo Lezziero.
L’amico e collega scrittore Carlo Carlucci ci invia questo scritto in cui, con grande affetto, ricorda l’uomo e lo scrittore e in cui ci aiuta a capire perché i piccoli grandi libri di Paolo sono destinati a durare nel tempo. 

“Quando si dice il destino, inequivocabile, determinato, delineato, quasi un perimetro del destino.
Paolo un omone senza infingimenti, capace di essere presente con la sua carica di simpatia e in fondo allegria di giovane nella Parigi del ’68 e fin dagli inizi da scrittore fece una scelta inequivocabile, determinata, delineata: Sesto San Giovanni, anonima periferia della metropoli  industriale sarebbe stata epicentro del suo narrare in prosa.
Generoso all’estremo, incapace di sotterfugi, fedel o quanto fedele alla sua arte, all’amicizia… 
Lezziero secondo il motto latino electa una via non datur recursus ad alteram, trovato il suo piccolo editore milanese col suo formato 12 per 17  non lo ha piú abbandonato: Edizioni La Vita Felice.
Ed ha ancora dell’incredibile la serata a lui dedicata a Sesto San Giovanni a un anno dalla scomparsa, in una sala pienissima di amici, estimatori, pubblico. Con una sequenza implacabile di relatori, senza preordinazione non una sola frase era ripetuta  quasi si trattasse di un discorso collettivo vuoi del presentatore, vuoi dell’editore, vuoi dell’amico pittore, vuoi del critico, vuoi dell’amico scrittore fosse scaturito dalla regia di un’unica persona. E questa sensazione permeava tutti gli astanti.
In certo qual modo veniva prolungato, esteso il discorso di commiato in chiesa dell’amico prete, e anche riproposto il raccoglimento profondo denso di implicazioni della piccola folla al cimitero.
La domanda sottaciuta era: ma chi é stato veramente Paolo Lezziero? Il tono asciutto ma quanto empatico e lapidario puó essere ascrivibile in un testo del lontano 1980 quel dialettale da le part.. edito dal  pittore Claudio Granaroli (Edizioni Il Bagatto Bergamo). Granaroli che ha superato gli ottanta e dipinge ancora e con forza e porta avanti le sue edizioni che hanno 60 anni e oltre con piú di cento titoli.
Le nostre tere bele verde e ciare/ e quand ca ghe al sol lustre e longhe…. Cosí l’incipit di Ad le part ad me mama. E piú avanti Oh, turnarg incora… distendarm sota i i salas (distendermi sotto i salici) /con le pasare cle ziga (il gridare dei passeri) . – putelete che pasa – con le so stanele (sottanelle)/ e le gambe bele. 

Ed ecco i tempi nuovi…Vaca di! Ac robe cas sent!/ An ghe piú temp/ par far gnent./ Par discorar/in sl’ara (sull’aia)/ in sla porta/ dla stala…
Lezziero poeta dialettale non ci allontana dal prosatore asciutto, emblematico, ma quanto dolente nel fondo. Nei racconti, nel dialogato dei personaggi riesplode qua e là la parlata dialettale (milanese) a dare forza o incisività o colore ai discorsi.
La trattazione stessa dei caratteri, il penetrarli con pochi tratti (psicologici) di penna ce li ravvisa ed enuclea con straordinario vigore.
La rappresentazione di quel mondo dentro il tessuto urbano fra Monza e Sesto San Giovanni nel comune di Cinisello sembrerebbe piana in apparenza, ma non lo è perché é un mondo multi strato o stratificato come lo è il territorio, sorta di stratificazione che emerge da notazioni laterali.
Prima il rarefatto mondo contadino, poi la rapida industrializzazione che ha cancellato ritmi e vestigia secolari, quindi nel giro di alcuni decenni eccoci al cimitero degli elefanti alias alle mastodontiche strutture vuoi di fabbriche, vuoi di alveari abitativi che il cantore sa abbracciare con lo sguardo  del geologo sociale quando legge oltre alle vicende dei personaggi  fisionomia dell’abitativo, resti sparsi, ruderi quasi fantasma del mondo contadino, case a ringhiera con l’unico cesso comune piano per piano fino agli alveari di dieci piani e oltre, quasi una vita ridotta all’ ablativo. 
Nell’avocare quelle miriadi di esistenze umili, a volte apparentemente pedisseque o senza un senso palese emerge sempre la perentorietà del singolo, ogni volta dentro il cangiante segno dei tempi e dei luoghi.
A poco a poco le storie o microstorie nel suo espressionismo o  post impressionismo narrativo rimandano, per certi versi al Van Gogh degli allucinati Mangiatori di patate, o ancora a certi interni di Arles (Caffè di notte o i biliardi) e dei ritratti che immediatamente, come riflesso visuale vengono registrati per poi campeggiare nella memoria.
È cosa nota che assolutamente tutto viene registrato e quindi immagazzinato e poi (vedi psicanalista e psicanalisi) puó tornare a galla improvvisamente etc etc.
En artiste vuoi un pittore come Van Gogh, vuoi uno scrittore  come Lezziero fissano pour toujours  tutta una serie di attimi fuggenti che si fanno fulgenti.
Mi sia lecito qui riportare due brevi prose (sono i due retro di copertina rispettivamente di da le part ad me mama  1980 e de La lucciola, l’Adriana e altri racconti). 

Cum’astet, mi dice. A sta ben, rispondo. È il Renzo Raddi, vecchio amico, anche lui come mio padre e mia madre, emigrato; di professione attore di teatro a Roma. Ed ecco l’idea del dialetto, cosí immediato nelle cose parlate e cosí totale, pieno di suoni irrepetibili e intraducibii. Un’autentica ciucca (da dialetto), una seminata di cose vecchie e nuove, un’aratura di personaggi e stagioni, una infagiolata di habitat polesano. “Mina par turnarg incora”, ma per parlarne un pó.

L’Adriana attaccata al suo portone, quando usciva o apriva all’ospite, sembrava una  piccola cariatide, una minuscola polena scolpita sulla grossa nave che era il palazzo, un piccolo essere ancora vivo che di lì a poco sarebbe rientrato o uscito senza peso, quasi volando, in quel libro di storia che era il cortile e il palazzo e lei era il segnalibro uscito per un attimo dalla polvere delle pagine. 

Le poche righe per avvalorare il o un dialetto: parlata totale,suoni irripetibili, intraducibili (perché compatti e forse rimontanti ad un’era lontanissima, forse protostorica), seminata di cose vecchie e nuove, un’aratura di ….Insomma Lezziero raggiunge una essenzialità assoluta, essenzialità si badi bene speculare quando rapportata alla prosa narrativa. E per comodità ci rapportiamo al brano successivo…L’Adriana come piccola cariatide o minuscola polena sulla nave che era il palazzo…ancora viva ma pronta ad uscire senza peso, volando….il libro di storia che era il cortile e il palazzo… segnalibro uscito per un attimo dalla polvere delle pagine…
Il trascorrere improvviso su  piani o registri nell’esiguo spazio di alcune righe mozzano il fiato e nel contempo avvengono fenomenicamente.
Ecco perché i piccoli grandi libri di Paolo sono destinati a durare permeando, dando il volto del per sempre a quanto da lui rappresentato”.

Carlo Carlucci

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