‘Un giorno e una donna’, presentato in Villa Mylius il libro di Nicoletta Bortolotti

Un’aria fresca spira dalle feritoie di vecchi muri logori e ammuffiti; un’aria salubre, che soffia sui ragnatelosi tomi antichi liberandoli dallo strato di giallognola polvere stantia, incrostata da anni di sedimentazione: sui mattoni della memoria, che insieme costituiscono l’architettura della Storia. E all’improvviso un tonfo sordo: uno di quei santi oracoli della conoscenza giace a terra, aperto, le pagine narranti macchiate da puntinanti gocce dello scorrere dei secoli, e una miniatura sbiadita è lo specchio di un racconto…
E la vediamo là, seduta al tavolo coperto da un pesante panno colorato, sullo scranno lievemente intarsiato. Nel buio della fredda stanza solitaria e silente, lievemente illuminata dalla piccola fiammella di una tremolante candela, solerte scrive epistole amorevolmente accorate alla figliola lontana, nel convento, rifugio di preghiera. Con la sola presenza del piccolo quadrupede canino come compagnia, che fedelmente le sta a fianco, vegliandola come un nume ispiratore e protettore, guarendola da ogni sua debolezza e dal dolore allo stomaco, che altri non è che il gemito dell’animo stanco e sfinito.
Come una madre premurosa e bisognosa di parlare con la sua unica figlia femmina (gli altri due figlioli sono maschi!), in uno sfogo liberatorio che forse solo un’altra donna può comprendere fino in fondo proprio perché donna! compone pagine e pagine con sonanti parole, lirica poetica del suo vivere travagliato, sofferente, miserrimo ma non miserevole, ritmata da impetuosi ed energici accenti di forza, coraggio, perseveranza, perché mai può pensare di arrendersi, fin che avrà respiro e intelletto. Descrivendo, nel dettaglio, la sua vita quotidiana, in quel “luogo che si fa tempo e in quel tempo che si fa luogo”: quella città di Parigi travolta e dilaniata dalla guerra dei cent’anni. Attraverso il vetro traslucido di stille lacrimevolmente salate osserva, dall’alto, l’ormai opaca capitale del Regno di Carlo V. Alla cui corte giunse, piccina, al seguito del dotto padre, che il Re stesso volle come suo medico e astrologo, nato in un borgo della Bologna “Grassa” e che trovò fortuna nella florida Venezia, dove lei vide la luce nel 1364, per cui a Minerva può dire di essere anche lei italiana.
L’urbe ormai sanguinante, con le sue “strade che scorrono come vene aperte”, ferite purulente al pari di quelle inflitte ai corpi delle donne dal pregiudizio insanabile che le voleva assoggettate, inferiori, solo dedite al focolare.
L’urbe che viene violata come violato, torturato e abusato il corpo di donna ritenuta posseduta dal maligno o da possedere da un uomo. Buio quel medioevo di notti scure come la pece e pericoloso era il solo uscir di casa, che lei illumina con la sua precisa descrizione, il suo “insano fanatismo per la lettura e la scrittura”, quell’insaziabile voglia di sapere e conoscere trasmessagli dal padre, che all’immenso universo dello scibile la introduce. Ed è così che è diventata Christine de Pizan, ossia Christine dei primati: prima donna scrittrice,  di saggi illuminati dallo “specula principum” e di meravigliose poetanti odi esplodenti di sentimento; prima biografa (di Carlo V e di Giovanna D’Arco); prima editrice.
Con il grande rimpianto di aver dovuto interrompere i suoi studi per il doveroso matrimonio che a quindici anni la unisce in sposa a un uomo scelto dalla famiglia, ma che lei ama con sincera intensità. Fino a quando il fato avverso la priva delle tre figure maschili per lei fondamentali: il sovrano, il padre e il marito, morti a breve distanza gli uni dagli altri. Alla sua porta bussano, inclementi, Donna Miseria e Donna Solitudine, perso non solo l’amore ma anche il danaro necessario per mantenere i figli e l’anziana madre. Ma il suo geniale talento le consente di poter sopperire alle terribili difficoltà, facendo proprio dello scrivere il suo lavoro, fin a diventare famosa presso le corti europee, i suoi elaborati dal francese volgare “d’oil” tradotti in altre lingue. Colmato il vuoto abissale della “solitudo” con i grafemi parolanti e parlanti, in un moto di rivalsa contro la mentalità retrograda e reprimente, in risposta agli odiati testi di Boccaccio “Sulle donne famose” e di Jean de Meung “Roman de la Rose”, che dipingevano le donne solo come ammaliatrici e seduttrici, redige il celebre “La città delle Dame”, nel quale presenta un’utopica e allegorica società tutta al femminile, dove “dama” è nobiltà di spirito e non di sangue. Una città fortificata costruita secondo le indicazioni di “Ragione, Rettitudine e Giustizia”, nella quale trovano posto sante, poetesse, eroine, scienziate, regine (da Semiramide a Didone, Medea, Lucrezia, Griselda, Pentesilea, Saffo, Proba, Novella, Ortensia, e via dicendo), esempi del grande potenziale femminile, di cui una sana comunità non può fare a meno, perché non esiste inferiorità per genia ma solo per malevola volontà di sopraffazione al maschile. Un mondo immaginario e immaginato, ma, del resto solo immaginando si può davvero raccontare la verità e costruire il futuro!…
E Christine scrive e poi scrive, un foglio dopo l’altro, una lettera e ancora una, in una metamorfosi di se stessa che la porta dall’imo buio abissalmente fagocitante alla luce splendente della scienza, della coscienza, della conoscenza, del sentimento autentico e della potenza e sacralità dello spirito…
Dall’oblio della dimenticanza il tomo caduto, giacente a terra aperto, con le narranti pagine macchiate dallo scorrere dei secoli, restituisce alla consapevolezza della menti e all’emozione dei cuori colei che scrisse “Sola sono… smarrita come nessuna… nascosta in un angolo… chiusa nella mia stanza… abbandonata da tutti…”… ma che da oggi in poi non più sola sarà. 

Ombretta Di Pietro

L’ultimo libro di Nicoletta Bortolotti “Un giorno e una donna”, edizioni HarperCollins, è stato presentato venerdì 13 gennaio c/o la Villa Mylius di Sesto, nell’ambito dell’iniziativa “Libri in Villa”, con la collaborazione della “Libreria della Famiglia-Presenza”.

 

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