Milano, Settis presenta il nuovo libro ‘Raffaello tra gli sterpi’

Raffaello, autoritratto con amico Louvre

Il fascino ardimentoso che le rovine dell’antica Urbe suscitano ancora su di noi, dopo secoli e secoli dalla loro costruzione, è un qualcosa di intenso e fors’anche inspiegabile. Di fatto, un’alchemica magia ci ammanta mentre osserviamo i resti della leggendaria Città Eterna, resa tale proprio dalla resistenza e dalla sopravvivenza dei primi testimoni della sua nascita e del suo divenir glorioso e imperituro.
Quei tasselli che compongono il suo mosaico genealogico ai primordi, brandelli di edifici un dì maestosi, luoghi sacri o profani di cui or rimane un tracciato nel terreno sterposo, una qualche colonna e archeggiante struttura a stagliarsi contro il cielo luminoso di quella che fu la capitale di un Impero e che ancor è la capitale d’Italia.
E’ quasi commovente rimirar tali memorie pietrose che vincono nello spazio, restando ancorate alle loro fondamenta originarie, e nel tempo, presenti ancor sulla natia terra che le generò, le ospitò e le conserva, vincendo sulla caducità umana e sulla finitudine che par riguardare ogni vivente essere. Ma queste sono “cose”, già dall’uomo stesso costruite con fatica, ingegno, sforzo e abilità, ma differenti nelle leggi di natura: e potranno, così, vivere e sopravvivere a interi mondi con il solerte aiuto della mano vitale che ne preservi la forma restante. Tale fascinazione verso il remoto, l’arcaico, è un retaggio ancestrale, custodito nelle nostre menti e nel nostro sentire come legame con la nostra storia fin dal principio e con la nostra identità, mutevole e cangiante, ma che può essere capita appieno solo con l’indagar del passato e la conservazione della memoria e, quindi, più che mai della sua esplicitazione concreta: forme artistiche sublimi e sublimanti la nostra essenza primordiale. Immaginiamo, quindi, quanta attrattività potessero esercitare siffatti testimoni d’arte memoriale sugli artisti di ogni epoca, che ne rimanevano estasiati al punto da passare ore e ore in visita a codesti “mausolei” dell’eterno; e su Imperatori e Papi che, comprendendone non solo il valore culturale ma anche monetario e di pregio valutabile, non mancarono di far il possibile per accaparrarsi il controllo di tali beni preziosi. Purtroppo talvolta depredando o lasciando depredare da “vandali” privi di scrupoli, senza porsi alcun dilemma sulle terribili conseguenze di tali azioni, distruttive di luoghi e universalità di sapere e coscienze…
Così figuriamoci il nostro Raffaello vagar per tali siti e quanto brivido e quanto stupore, soprattutto di fronte alla beltà quasi crudele delle “Grottesche” nella Domus Aurea, che rimirò, studiò e riportò alla gloria dei secoli riproponendole e ripresentandole nelle sue stesse opere. E dal girar e contemplar ammirato tra gli sterpi impervi e perigliosi, pungenti come a voler proteggere ciò che a prima vista potevan celare a occhio poco fine e accorto, ecco nascer una lettera, o meglio tre manoscritti e una stampa della medesima. Che, però, compose insieme all’amico Baldassarre Castiglione, letterato famoso per il suo celeberrimo libro “Il Cortegiano”, abile di penna come Raffaello di pennello.
Una lettera scritta a quattro mani, esattamente come questo libro di Salvatore Settis e Giulia Ammannati, che seziona l’elaborato nelle sue varie versioni e nelle susseguenti postille e modifiche, per fare ulteriore chiarezza sulla stesura e sui contenuti, sviscerando, con un’attenta analisi “critica, genetica e sinottica” e un rigorosissimo “esame paleografico e filologico”, la modernità di un testo redatto “in fieri” tra l’estate e l’autunno del 1519.
Ma chi fu il vero autore tra i due? ci si chiese per parecchio tempo. Ebbene se la forma in un volgare forbito è da attribuirsi a Castiglione, il contenuto, “l’essendo io”, sono da riferirsi a Raffaello. La lettera era destinata a Papa Leone X e, con pathos febbrile, si faceva presente all’illuminata “Vostra Santità” la necessità di provvedere alla conservazione degli antichi beni, purtroppo per decenni e decenni smembrati e vilipesi. Perché “Lasciar vivo” il parangone con gli Antichi (cioè preservarne i resti per confrontarli col presente) incita alla virtù; e la viva memoria di una gloria e grandezza italiana finisce col risvegliare li ingegni”. “Sono rimaste, è vero, solo l’ossa del corpo senza carne, eppure resta ancora visibile la machina del tutto”: quindi quanto mai necessario era osservare, misurare, fare rilievi, ridisegnare, “immaginando come ricostruirne l’intero a partire dalle mutile reliquie che ne restano”. L’ “Io soggetto” è dunque il grande pittore che comprende la necessità di rimpolpare quelle stesse ossa scarnificate per il bene di chi verrà dopo, per un futuro costruito sulle solide basi di un passato fatto nostro, metabolizzato e protetto. L’ “Io oggettivo” è Castiglione, il solo a poter utilizzare gli idiomi adeguati a rivolgersi a una figura di spicco come il Santo Padre.
Ma credo che si possa dire che la convinzione di quanto asseritovi fosse altamente condivisa da entrambi, che molto lavorarono proprio sul testo, correggendolo e rivedendolo, fino ad avere una prima bozza, poi un autografo di Castiglione e il Manoscritto di Monaco di Raffaello. Ma la missiva non fu mai conclusa e spedita: Raffaello Sanzio moriva il 6 aprile 1520, e con lui svaniva anche l’epistola e quella che avrebbe dovuto essere la sua “opus magnum”. Ma non fu tutto vano, anzichenò! Nel ‘700 la lettera venne pubblicata, dapprima attribuita a Castiglione ma, dopo accorte considerazioni, restituita alla sua paternità raffaelliana. E se non possiamo dire che Raffaello sia stato il primo commissario per la tutela delle antichità (tale mansione fu introdotta quattordici anni dopo la sua morte!) sicuramente lasciò l’eredità di una consapevolezza e di un metodo che ottennero importantissimi risultati oggettivi, che tutt’oggi sono riferimento essenziale e per i quali non possiamo che esserne grati. Anche se tanto di più si può e si deve attuare in tale direzione: certi fuor d’ogni dubbio, come del fatto che “da quella sua lezione abbiamo ancora molto da imparare”.

Ombretta Di Pietro

Il libro “Raffaello tra gli sterpi. Le rovine di Roma e le origini della tutela” di Salvatore Settis e Giulia Ammannati, edizioni SKIRA è stato presentato giovedì 24 novembre alla Fondazione Luigi Rovati, Corso Venezia 52, Milano, con la partecipazione di Paolo Chiesa, Professore di Studi Letterari Filologici e Linguistici Università di Milano, Vincenzo Farinella, Professore di Storia dell’arte moderna Università di Pisa, Fabrizio Slavazzi, Professore di Archeologia Università d Milano.

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