Marina Marazza in Villa Mylius

‘Libri in Villa’: presentato ‘Le due mogli di Manzoni’  di Marina Marazza

Un filo di seta si srotola dal bozzolo gelatinoso che il solerte baco, con il suo alacre lavoro, costruisce intorno a sé, con quei movimenti di infinito otto del capo. E vola soave e vezzoso per l’aere freddo di gelida neve, che cadendo tutto imbianca e ovatta in una dimensione di sospesa attesa e di sogno speranzoso di divenir reale. Così sottile ma così tenacemente forte, senza indugiar ricama splendidi decori sui pregiati tessuti degli abiti all’ultima moda parisienne delle nobil dame, donne emancipate e determinate, che tessono le trame della vita sociale e ricucion gli strappi di quegli aggrovigliati amori famigliari. O solletica scherzosamente i baffi, la barba, le capigliature scompigliate di uomini di penna e di pennello, di ingegno e conoscenza, che ardiscon la fama e bramosi di amor carnale, avvezzi al gioco e agli affari, spesso malriusciti. Che disegna nell’aria le note danzanti dal clavicembalo che “lei” suona con grazia, o ancor sulla carta i grafemi ondeggianti di dolci parole che “lui” compone in opere sublimi. Circondando amorevolmente protettiva la città di Milano, dove si parla el meneghin del Porta o le francais di Balzac, fervente di nuove idee liberali della borghesia famelicamente in ascesa a contrastare la vecchiezza di vedute di un’aristocrazia in declino, ma soprattutto desiderosa di soppiantare il dominio austriaco.
E trema il fil di seta l’11 marzo 1836, quando il terremoto percuote l’urbe e gli animi di lei e di lui, già rivelando il coraggio dell’una e la fragilità dell’altro. E si tinge di rosso riflettendo il color purpureo dell’aurora boreale che riempie il cielo di sanguigno tinteggio, quello che imbratterà le strade durante i moti insurrezionali, e il cuore di lei per quell’amore per lui “straziante ma così dolce”. 
Lei, la Teresin, Teresa Borri, giovane vedova del tanto amato Decio Stampa, dai “capelli folti e l’incarnato pallido”, irrequieta, appassionata, malinconica, moderna e di grande cultura; che vive per il figlio Stefano, aspirante artista sempre con blocco e matita tra le mani e allievo del D’Azeglio, che di “lui” è genero. Lui, don Lisander, Alessandro Manzoni, in realtà figlio illegittimo, nato da una relazione tra Giovanni Verri e la madre Giulia Beccaria, che  poi intrattiene un rapporto con Carlo Imbonati dimenticandosi del figlio e riavvicinandosi allo stesso ormai ventenne.
Celeberrimo autore di opere imperiture, capaci di parlar di sentimenti profondi che fan vibrar le corde setose degli animi sensibili. Come i “Promessi Sposi”, leggendo i quali Teresa si innamora di Alessandro: “galeotto fu ‘il libro e chi lo scrisse”! Un amor sospirato, impossibile, sublimato, dipinto in sogno come un quadro di Hayez: perché Manzoni è sposato con Enrichetta Blondel. Ma ciò che è “promesso” tal resta.
Enrichetta muore, intisichita e sfatta per le quindici gravidanze, “ ma paga e rassegnata, certa di aver fatto fino in fondo il suo dovere di figlia, di madre, di moglie, di nuora. Un olocausto d’amore infinito per lui”. E contro ogni previsione, che vede il Manzoni vedovo per sempre, ecco che il fil di seta avvinghia i destini di due anime affini. L’incanto si svela la sera della prima della Scala, il salotto di Milano dove tutto può accadere: e sul cantar tormentato della Malibran nella “Giovanna Gray” “suonò l’ora prescritta dal fato/si fa vano ogni umano poter”, e lo sguardo acutamente terso di lui le “accelerava i battiti del cuore, in quel miscuglio di ansia e aspettativa che tutti i cuori infatuati han conosciuto”.
Le nozze non tardano a venire, celebrate il 2 gennaio 1837, nella Chiesa di San Fedele, in vesperis: l’inizio di un tanto desiderato sodalizio, che pur si mostrerà “un amore contrastato” ma “comunque una grande avventura”. Ma a qual prezzo? Teresa si trova ben presto a convivere con una suocera ingombrante e invadente, sette figliastri problematici e di difficile gestione e il pesante ricordo di Enrichetta, che si materializza come un ectoplasma che sfiora ogni momento della sua nuova vita. Ma soprattutto con lui, un marito bravo amante ma poco accorto per tutto il resto, pieno di debolezze, infausto e tristo, nevrotico; agorafobico, anche se faceva lunghissime camminate a passo di marcia per scaricare le tensioni, le paure e le fobie; claustrofobico, anche se riusciva a salire la scaletta del pertugioso corridoio che portava segretamente nelle stanze della moglie; ipocondriaco, cioccolata dipendente (che almeno gli alzava la serotonina) e madre dipendente.
Totalmente distaccato, anche di fronte alla morte delle tre figlie, per tisi e parto, quasi che fosse un’eredità materna da consacrare, e della quarta, Matilde, che lo implora di andarla a trovare ma che lascia sola alla sua sofferenza e alla sua terribile dipartita.
Imbozzolito, chiuso nella suo gomitolo filamentoso di protezione estrema, imbastardito, capace di aggrapparsi alle donne della sua vita per succhiare amore e linfa vitale, fino a spolparle di ogni vigore: “Don Alessandro non è uomo da poter restare senza una donna al fianco”, per salvarsi l’anima, non cadere nel baratro. Ma quel velo fibroso di fili intrecciati invece non cade dagli occhi di Teresa, o meglio fa suo il motto di casa Manzoni: “E se una cosa viene ignorata, in realtà è come se non fosse accaduta davvero”, anche se il suo sguardo accecato da un sentimento idealizzato ci restituisce la figura dell’uomo che si cela dietro dietro all’artista, perché c’è sempre una persona dietro una “celebrità” e forse, spesso, è meglio non conoscerla. Teresa non lascerà mai Alessandro, nutrendosi di quell’amor malato fino all’ultimo respiro, che recide quel filo di seta con un taglio netto. “Un altro amore totale, fino alla morte”, come fu per Enrichetta: unite da una devozione assoluta, dando tutte sé stesse ma ricevendo molto meno. E se “amor vincit omnia” queste due crisalidi mai poteron trasformarsi in farfalle, essiccate prima di sbocciare. Ma il bel fil di seta è giunto fino a noi per raccontarci, in queste pagine colme passione, la storia di una donna che “cercava di leggere i cuori”, forse ascoltando poco la voce del suo, sotto il palpitìo pulsante dell’amore. 

Ombretta Di Pietro

L’ultimo libro di Marina Marazza “Le due mogli di Manzoni”, edizioni Solferino, è stato presentato giovedì 24 novembre in la Villa Mylius a Sesto San Giovanni, all’interno della rassegna “Libri in Villa” realizzata dal Comune di Sesto in collaborazione con la “Libreria della Famiglia-Presenza”.

 

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