Robert Capa Un contadino siciliano indica a un ufficiale americano la strada presa dai tedeschi Presso Troina, Sicilia, 4-5 agosto 1943 © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

Mudec, in mostra 80 scatti di Robert Capa

Robert Capa
Mosca, U.S.S.R., 1947
© Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

Un’ouverture espositiva che apre anticipatamente la suite di celebrazioni per i 110 anni dalla nascita del leggendario fotoreporter, ebreo ungherese poi naturalizzato americano, Robert Capa (Budapest 22 ottobre 1913 – provincia di Thai Binh 25 maggio 1954). Uno pseudonimo creato ad hoc (il vero nome era Endre Friedmann) insieme alla sua compagna Gerda Taro (anche lei fotografa, deceduta nel ‘37 nei pressi di Madrid, schiacciata da un carro armato “amico” delle truppe repubblicane che si opponevano alla dittatura franchista): inventandosi così il personaggio di un professionista statunitense giunto in Europa per lavorare come freelance, nella speranza, in tal modo, di aumentare la sua fortuna e vendere più servizi. E il successo non tarda a venire, certamente per la sua capacità ma soprattutto per la sua temerarietà, il suo coraggio e la sua voracità: come uno squalo (“càpa” in ungherese!) sempre in prima linea per addentare brandelli di realtà e strapparli al logorio del tempo e all’oblio della dimenticanza.
Un corpus di più di 80 immagini fotografiche in bianco e nero, alcune mai presentate prima in una mostra italiana, a cui si accompagnano una rara intervista rilasciata nel ‘47 a una radio americana e documenti d’epoca dalla collezione Magnum, la famosa agenzia di cui fu co-fondatore con Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vandivert. Testimonianze visive della storia di un uomo che ha decisamente inventato la professione del “fotogiornalista”, guadagnandosi, a soli 25 anni, il titolo di “più grande fotoreporter di guerra al mondo” dal “Picture Post”. Calandosi totalmente dentro la Storia con la S maiuscola, perché è solo se guardi le cose dall’interno che puoi davvero raccontare gli accadimenti e non solo documentarli: “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non eravate abbastanza vicino”. E diciamo pure che le sue inquadrature sono effettivamente “a campo molto stretto”, come se il grandangolo lo avesse dimenticato uscendo di fretta dallo studio. Per precipitarsi a seguire gli eventi, dagli orribili scenari di guerra, con le sue terrificanti devastazioni, a spaccati di vita quotidiana, fatta di momenti di gioia e voglia di riscatto, in una sequenza di fotogrammi che raccontano l’esistenza di persone comuni, sui cui visi traspare una nuova speranza per il futuro  tra sogni e reale concretezza. Con l’obbiettività che solo un obbiettivo fotografico, dietro il quale si cela un occhio attento e curioso, può avere e restituirci. E così lo ritroviamo spettatore, teste più che credibile e protagonista nei terribili conflitti che hanno segnato irrimediabilmente l’excursus storico del ‘900, immortalando scatti iconici che lo renderanno famoso ogni dove, gettandosi a capofitto nelle trincee di quell’ “inferno che gli uomini si sono fabbricati da soli”.
Del ‘36 è la celeberrima “fotografia del miliziano colpito a morte”, emblema della guerra civile spagnola, che lo stesso Capa dirà di aver fatto, acquattato nel fossato per difendersi dal fuoco mitragliante dei franchisti, alzando la macchina sopra la testa senza neppure inquadrare il soggetto nel mirino: “…non servono trucchi, non occorre mettere in posa. Le immagini sono lì, basta scattarle”. Nel ‘37 trascorre otto  mesi in Cina rendicontando l’invasione giapponese e la resistenza del Kuomitang di Chiang Kai-shek: è di questo periodo il capolavoro “Bambini giocano nella neve” con la sua intensa carica di magica e rasserenante sospensione.
Durante il Secondo Conflitto Mondiale arriva in Sicilia al seguito delle truppe anglo-americane, paracadutandosi da un aereo e rimanendo impigliato su un albero per un’intera notte. Lungo il percorso che lo porterà a Palermo, tra la folla in delirio sventolante fazzoletti e bandiere americane fatte in casa “con poche stelle e troppe strisce”, completerà un corposo reportage. Del ‘43 è poi la “fotografia del pastore e del soldato”, realizzata al termine della battaglia di Troina, la prima che seguiva dall’inizio alla fine: l’anziano ricurvo che indica con un bastone al milite la strada per Sperlinga mostra “quanto noiosa e poco spettacolare fosse in verità la guerra”! E poi ancora la stupefacente sequenza in direttissima dello sbarco in Normandia, in cui la sfocatura e il vibrato delle stampe rendono alla perfezione la drammaticità del momento. Il ‘47 è l’anno del complicato viaggio oltre la cortina di ferro (di cui in mostra le immagini inedite!), durante il quale riuscirà, nonostante continui controlli e censure, a far parlare le facce speranzose e dubitanti di uomini e donne dell’Unione Sovietica post-bellica. Nel ‘48 è a Tel Aviv per documentare la nascita dello Stato d’Israele e di seguito l’inizio della guerra arabo-israeliana, ponendo l’accento sulla realtà dei campi profughi. Infine nel ‘54 segue la Prima Guerra d’Indocina, la sua ultima “mission” perché vi morì posando il piede su una mina. Forse la fine più eroica, se ci può essere una morte eroica e giusta: lontano da casa, dagli amici, nella solitudine e nell’estraneità in cui la guerra ti inabissa, risucchiandoti nel suo baratro nefasto e nel suo abisso funesto, ma anche vicino alla suo amore Gerda Taro, uniti da un destino comune sia nella vita che nella dipartita… Nel ‘47 scrive il libro “Slightly out of focus”, “Leggermente fuori fuoco”: perché, in effetti, se ti avvicini troppo a un soggetto tutto si confonde e si annebbia, appunto sfoca, e per ritrovare la nitidezza, il dettaglio, devi spostarti e cogliere l’adeguato punto prospettico. Oppure puoi scegliere di avvicinarti ancora di più per infilarti all’interno di ciò che hai inquadrato e andare oltre, al di là del visibile, nel suo cuore pulsante, per carpirne l’autentica essenza: “La miglior foto, la miglior propaganda, è la verità”.
E oggi più che mai sappiamo quanto ne abbiamo bisogno! Storia di una persona che ha sempre saputo cogliere l’attimo, trascrivendo i fatti attraverso le smorfie magneticamente catalizzanti dei volti, senza parole, con il solo rapido rumore di un click.

Ombretta Di Pietro

La mostra “Robert Capa. Nella Storia” è prodotta da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, promossa dal Comune di Milano-Cultura e curata da Sara Rizzo, in collaborazione con l’agenzia Magnum Photos, main sponsor Fondazione Deloitte. Al Mudec di Milano, dall’11 novembre 2022 al 19 marzo 2023. Info: www.mudec.it; 02 54 917. 

 

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