Jheronimus Bosch Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio 1500 circa Olio su tavola Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga © DGPC/Luísa Oliveira

A Palazzo Reale la grande mostra su Jheronimus Bosch

Bottega di Jheronimus Bosch
La visione di Tundalo
1490-1525 circa
Olio su tavola
Madrid, Museo Lázaro Galdiano
© Museo Lázaro Galdiano, Madrid

Ri-nascimento: ripresa, rifioritura, rinascita succedente a de-cadenza, declino, degradamento,  appassimento. Dopo la caduta la risalita. Cui siamo soliti associare l’idea del ritorno a qualcosa di bello, mutuata dalla nostra cultura classico-rinascimentale, che fa della grazia delle immagini, della proporzione delle forme, della precisione prospettica, della luminosità dei colori i suoi canoni di trasmissione di un concetto di umanesimo di realistica gradevolezza benefica. Ma ci può essere una strada alternativa per rimontare in sella, un camminamento capovolto, a ritroso, che ci conduce dritto dritto al parossismo sarcastico della paradossale apoteosi del “brutto”: in grado di infastidirci ma altresì di attirarci, per una misterica forza repulsiva e seduttiva, che è peraltro il sostanziale potere di turbamento e fascinazione esercitato dall’arte tutta. Ed è esattamente questo misterioso tripudio dello “sgradevole” che caratterizza la produzione dell’enigmatico pittore fiammingo Jheronimus Bosch (1450-1516). Della cui biografia poco sappiamo, di cui è difficile stabilire la datazione e l’autenticità delle realizzazioni, che spesso non firmava, tanto da rendere più che mai necessario il ricorso a moderne tecniche di indagine diagnostica (riflettografia, radiografia, dendocronologia) per accertarne cronologia e attribuzione.
Mistero nel mistero. In cui ci immergiamo  totalmente in questo percorso espositivo, caratterizzato da un centinaio di opere d’arte tra dipinti, sculture, arazzi (qui il rilevantissimo ciclo dell’Escorial), incisioni, bronzetti e volumi antichi. E dove i più celebri capolavori di Bosch dialogano con importanti composizioni di altri maestri fiamminghi, italiani e spagnoli che, insieme, rappresentano un Rinascimento “altro”, dalla polifonica voce europeizzante capace di influenzare grandi artisti del calibro di Tiziano, Raffaello, El Greco, Gerolamo Savoldo, Dosso Dossi, e via dicendo, fino a solleticare l’immaginario del surrealismo novecentesco nelle sue molteplici sfaccettature.
Ma veniamo al nostro, il cui successo fu decretato dall’immediata attenzione rivoltagli dai coevi elitari collezionisti, in ispecie dell’Europa meridionale, che contribuirono, oltremodo, a diffonderne il “magnum signum”.
Di fronte a ogni suo lavoro dovremmo stare fermi a osservare per un tempo indefinibile, tanto è la ricchezza dei dettagli e degli elementi presenti: in questi trittici o polittici dipinti su legno di quercia, che paiono trasposizioni pittoriche di illustrazioni miniaturistiche, rebus da decifrare con paziente e scrupolosa analisi. Veri e propri allestimenti “filmici” di un ultimo lembo di medioevo, ormai morente ma ancora cupo e perversamente maligno; o scenografie composite di un paradiso perduto e di un Eden di perdizione. Una sfilata carnevalesca di personaggi grotteschi e caricaturali, tra santi resistentemente rassegnati e demoni provocatoriamente sprezzanti; animali di ogni genere e fattezza, ibridi di innesti e antropomorfizzazioni; alberi umanizzati e uomini alberizzati: tutti degni concorrenti dei bestiari medioevali! Navi e pesci volanti e strani uccelli poco identificabili che solcano cieli adimensionali; nudi esseri umani su piatti prati verdi intenti a ogni sorta di piacere istintuale; babeliche torri semidistrutte; cattedrali di un simil tardo gotico, che sottende come propaggine influenzante; costruzioni tondeggianti; grotte che si aprono nelle viscere della terra… Caos vitae, coadiuvato da una cospicua simbologia di non semplice traduzione, rimandi alchemici, astronomici, di una religiosità ereticale che è sempre in qualche modo presente a fare da contrappunto all’abiezione più dequalificante.
Horror vacui pressante, dove la paura si materializza in questa orrorifica sfilata esorcizzante di funamboliche creature travestite, marionette vomitate dall’enorme testa mozza di un burlesco fantoccio, i cui fili trasparenti sono mossi dalle solerti mani di un piccolo mago nascosto dal suo nero cilindro. Incubus perpetuo, macabra danza di furoreggianti entità, fino a perdersi nella totale follia irrazionale, chiara ispirazione alla “Nave dei folli” di Sebastian Brant: ma attenzione! I “pazzi” non sono figure negative perché, all’epoca, si credeva che Dio potesse esprimersi anche attraverso di loro, quindi erano tranquillamente lasciati liberi di girare. In questo disturbante e disgustante ironico spettacolo dell’umana “perversio”, che pare un dissacramento biblico, siamo obbligati a confrontarci con il nostro lato oscuro, con ciò che più temiamo per e di noi. In un incontro tra vizio e virtù, realtà e “fantastico”, bene e male, peccato e rettitudine: il gioco riflettente degli opposti, con la loro coabitazione nella “rerum naturae”, nella “perfectio” di una sfera che riverbera l’ “imperfectio” del mondo.
Tra paradiso e inferno, in una bivalenza che risente del pensiero luteriano ed erasmiano di un rapporto diretto tra l’uomo e Dio senza il tramite della Chiesa, e della “devotio moderna” che auspicava a una religiosità più intima e soggettiva, a cui si ispirava anche la confraternita di Nostra Diletta Signora, di cui lo stesso Bosch faceva parte. Ambivalenza, dunque, rafforzata anche da una pittura prevalentemente bidimensionale, dove non esistono un passato o un futuro, ma il qui e ora, né un purgatorio, che forse, se vogliamo, è la vita stessa sulla terra.
C’è, infine, uno spiraglio di luce salvifica in questa compresenza di antitesi che trovano una via redenziale nella caduta nell’abisso per poi elevarsi fino al cono di irradiante luminosità: quel crocefisso che scorgiamo nelle pitture di Bosch, la morte e la resurrezione, l’altro ri-nascimento. Una modernità di pensiero e di figurazione che lancia i suoi dardi innovatori fino alla nostra contemporaneità, lasciando tracce evidenti che sta a noi ritrovare ancora con paziente e scrupolosa analisi. Il ri-inizio di un nuovo percorso, dove tutto circolarmente torna, senza mai fine.

Ombretta Di Pietro

La mostra ‘Bosch e un altro rinascimento’ è promossa dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Castello Sforzesco, realizzata da 24ORE Cultura-Gruppo 24ORE, main sponsor Gruppo Unipol, curata da Bernard Aikema, Fernando Checa Cremades e Claudio Salsi.
Palazzo Reale di Milano dal 9 novembre 2022 al 12 marzo 2023. Per info:
www.palazzorealemilano.it; infoline 02 54912. 

 

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