Profumi e suggestioni dei magici 80 nel libro d’esordio di Marco Giangrande 

Presentato in Villa Mylius ‘Che male c’è’, il libro d’esordio di Marco Giangrande

Prima di copertina: un ragazzo e una ragazza si abbracciano teneramente e pudicamente, i loro corpi si sfiorano appena, mentre osservano dal viale il un tranquillo braccio di mare che si distende dinnanzi a loro. In lontananza l’imponente Vesuvio e in primo piano la sfolgorante vespa rosso fuoco. Una perfetta fotografia degli anni ‘80, quelli del boom economico, dell’affermazione del ceto borghese, delle canzoni cult, delle grandi compagnie, dei vestiti firmati; dei sogni a occhi aperti di chi era allora adolescente, che di solito contrastavano nettamente con le aspettative dei genitori, desiderosi, anche troppo, di dare ai figli tutto quello che era mancato loro e che avevano faticato per conquistarsi. Un periodo che faceva da ponte tra i turbolenti anni ‘70 e i turbinosi ‘90 che segnano la fine di certezze ormai prese per istituzionalizzate, e, forse, delle grandi illusioni. Quella decina, dove si aveva ancora voglia di contestare, ma senza troppa convinzione, prendendo blandamente il testimone dalla generazione precedente, ma poi: “perché disturbarsi tanto? Che problema sarà mai?”. Il problema vero era decidere se essere paninaro o metallaro, se essere fan dei Duran Duran o degli Spandau Ballet (per citare due dei tanti contendenti canori!), se mettersi le Timberland o le All Stars, il Chiodo o il Moncler.
Insomma, gli anni del “si stava meglio quando si stava peggio”, come si è soliti dire! E proprio su questo palcoscenico, in una Napoli solare, che profuma di tradizione e incanto,  si svolge la vita di Francesco, per gli amici Zez, da “Zezo” che in napoletano significa “cascamorto”, perché il soprannome è d’uopo, imprescindibile, il vero elemento di distinzione ma anche di riconoscimento, non può mancare in un gruppo di amici, altrimenti che amicizia è? Esattamente come in quella comunità non ci si può rivolgere agli uomini e alle donne di un certo “livello” senza il “don” e il “donna” che precede il nome, guai, sarebbe una mancanza di rispetto.
Zez è un quattordicenne, nato in una famiglia alto borghese, che potremmo definire un poco “sfigatello”: brufoloso, dinoccolato, goffo con le ragazze, che si sente inadeguato, non abbastanza, eh, santissima adolescenza! Ma a rassicurarlo ci sono loro, gli amici di sempre e per sempre, con cui si passa il tempo noiosamente e cercando un posto qualunque per giocare a calcio, tra le vie della città o in prati abbandonati. La partitella con il gruppo di sodali è irrinunciabile, come il tifo per l’unica squadra del cuore, un tifo pacato, rassegnato, perché ancora non era arrivato il mitico Maradona, e il Napoli se le prendeva pure le sue pappine.
Ma il mondo bozzoloso di Zez si sgretola quando il padre viene trasferito per lavoro e tutta la famiglia lo segue in una nuova città. Zez perde improvvisamente tutte le certezze e i riferimenti e si trova, solo, senza la sua fraterna comitiva, ad affrontare il nuovo, e l’ignota strada verso l’età adulta: e a chi di noi non è capitato, nel momento di uscire dal guscio, di inciampare e, come pulcini indifesi, cadere col sedere a terra? Ma poi ci si rialza, e magari un po’ più grandi e un poco più forterelli. Quindi a Zez non va così male a Catania, un posto ricco di suggestioni, dove frequenta l’ultimo anno di superiori. Poi l’università, ma la scelta della facoltà non gli spetta, è competenza del padre, come del resto è sempre stato per ogni cosa: la sua vita già scritta, all’interno di precisi binari che cominciano a convergere e a soffocarlo. Zez decide, così, di lasciare tutto, trasferirsi lontano, al nord, dove trova lavoro in una compagnia aerea… E qui inizia il volo verso la sua nuova esistenza, fatta di nuovi luoghi (fino a Parigi!), nuovi incontri, di situazioni rocambolesche al limite del paradosso, di personaggi caricaturali; affrontata con prontezza di riflessi, disponibilità e un bel pizzico di ironia, che non guasta mai…
Un romanzo corale, costruito con l’ausilio di aneddoti e racconti di amici e conoscenti, assolutamente non autobiografico, perché Zen non è Marco. Ma, certamente, il sentimento di quegli anni spensierati vissuti dallo stesso autore pervade tutto lo scritto. Un inno all’amicizia, che conta fors’anche più dell’amore, che nella narrazione rimane un po’ in sordina, “ai piedi del letto”, senza mai affrontare l’elemento “sesso”. Una consacrazione della “normalità”, perché in fondo “che male c’è” “che c’è di male” (come cita il titolo del libro e una canzone del grande Pino Daniele!) a essere normali, senza eccezionalità particolari, e a fare una vita “normale”, evitando di farsi travolgere dai problemi, che certe volte, se non ci sono, ce li inventiamo pure, perché senza, appunto, non è normale?!
Una colonna sonora che emerge dal rigo delle pagine in tutta la sua potenza, consacrandola nel limbo dei classici eterni. Un libro divertente, leggero ma non troppo, che fa sorridere e commuovere con quel procedere disincantato e un po’ incespicato alla Massimo Troisi, che suscita tenerezza e tanti ricordi per chi allora viveva i suoi anni più belli. Ma anche un libro nato durante le lunghe notti insonni passate in una stanza di terapia intensiva, un luogo senza o con pochissime speranze, al cospetto del letto di un figlio che soffre. E non c’è dolore più grande, un dolore che lacera e che divide, perché si tende a farlo prevaricare su quello delle persone che lo vivono come te, perché ti senti impotente e colpevole per non poter far cessare tutta quel supplizio. L’unica cosa che si può fare è soccombere o trovare una via di fuga… Marco scrive, immergendosi in divertenti memorie di fatti che ancora lo allietano, usando proprio l’ironia per curare la ferita straziante e bruciante.
Ora fortunatamente il peggio è passato, e una cosa questo testo ci insegna: che anche da un enorme dolore, da una paura terrorifica, da un’angoscia dilaniante può nascere della fantastica letteratura.

Ombretta Di Pietro

Il libro d’esordio di Marco Giangrande “Che male c’è”, edizioni Longanesi, è stato presentato sabato 15 ottobre in Villa Mylius, alla presenza dell’Assessore alla Cultura Luca Nisco e della Responsabile alle Attività Culturali Paola Malcangio; evento organizzato dal Csbno col patrocinio del Comune, in collaborazione con la Libreria della Famiglia di Largo La Marmora 9.  

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