Milano celebra Richard Avedon, maestro della fotografia del Novecento

Richard Avedon, Self-portrait, Provo, Utah, August 20, 1980; © The Richard Avedon Foundation

La mano che copre una metà del volto, lasciando trapelare spiccatamente, sulla parte non celata, quel solo occhio dall’ingurgitante profondità espressiva, vivo, curioso: scruta il mondo da una posizione privilegiata, con una focale unilaterale, alla ricerca spasmodica del più piccolo e immensamente rilevante particolare; osserva la variegata umanità che il mondo stesso compone, la punta attraverso il mirino, la mette ben a fuoco e, nel solo attimo preciso, quello giusto, spara, attraverso l’obbiettivo, il click che immortala scatti memorabili. Restituitici nella loro artisticamente ossessiva perfezione esecutiva e compositiva, generata dall’ “incontro tra il controllo e l’incontrollabile”, che altri non è se non la metafora medesima della vita.
In tal posa si autoritrae sovente Richard Avedon (1923-2004), e già in questo unico fermo-immagine sono racchiusi tutto il segreto e la potenza della sua sempiterna arte.
Torna nella Milano che lo aveva ossequiosamente ospitato nel 1995, sempre tra le mura di Palazzo Reale, nella Sala delle Cariatidi e in parte di quel primo piano non ancora ristrutturato, ma che Avedon stesso considerò location ideale per la sua retrospettiva itinerante e, in particolar modo, per quelle istantanee dalla raccolta American West, dedicata ai dignitosi working class heroes della società americana: in soli 45 giorni un successo di pubblico inaspettato.
Riallacciando la relazione amicale con la città emblema del Fashion nazionale e internazionale e, virtualmente, con la casa di moda Versace, il cui fortunato sodalizio durò per circa un ventennio (dal 1980 al 1998). Innovatore per eccellenza della fotografia di moda (importanti e durature le collaborazioni con le famose riviste Harper’s Bazaar e Vougue), da lui trasformata in cultura visiva contemporanea e linguaggio moderno di comunicazione.
Rompendo con i rigidi schematismi prefissati che volevano le riprese tassativamente in studio e in pose statiche, Avedon porta le sue modelle all’esterno, tra le rumorose, luccicanti e brulicanti vie cittadine, librandole in dinamici salti e giravolte. O, altresì, in locali glamour trasformati con minuzia in set cinematografici dove le sue “divine” diventano le attrici protagoniste, evocando una narrazione filmica nell’immaginario di chi li osserva. Stabilendo una relazione speciale con queste sue “dive”, muse ispiratrici, che, a ogni inquadratura, trasforma in icone di bellezza, emancipazione, sensualità, nelle cornici dei loro splendidi abiti.
E anche quando fa ritorno in studio ricercate coreografie vedono danzare, in un ensemble di raffinata eleganza, corpi e vesti, in un tripudio di vitalità inarrestabile.
Gioco, divertimento, ilarità, amore per il “bello” e la bellezza della vita. Una relazione empatica che  si ritrova negli splendidi ritratti di personaggi famosi, artisti, scrittori, attori, registi, cantanti, ballerini, scienziati, attivisti per i diritti civili, politici membri del Congresso americano (dal reportage “The Family”, realizzato, nel ‘76, per la rivista Rolling Stone, e che documenta l’elité del potere politico statunitense): storiche effigi, simbolici simulacri di tutto il ‘900 ed eredità del nuovo millenio. Taluni immortalati anche più volte, in un prima e un dopo che  racchiude in sé il mutamento nel passare temporale dell’esistere.

Richard Avedon, Dovima with elephants, evening dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, August 1955; © The Richard Avedon Foundation

Una vasta e varia carrellata di individui che emergono da uno sfondo nitidamente bianco, tanto da sembrare ritagliati e incollati su di un foglio di carta; enigmatiche figure che giganteggiano scrutandoci con sobrietà e serietà pressochè sfidanti: in un’alternanza di pieno e vuoto, bianco e nero, luci e ombre perfettamente calibrati. Fissamente riprese da vicino, evidenziando ogni segno sulla pelle che è già il disvelamento, in superficie, di un’interiorità e una psicologia peculiari di ciascun soggetto: “Ho molta fiducia nelle superfici. Una buona superficie è già piena di indizi”.
Un percorso espositivo in cui non solo si mette in rilievo quanto ciascuna immagine sia una vera e propria opera d’arte, ma, in ispecie, quanto importanti e imprescindibili siano le relazioni stesse: “Sono sempre le persone a stimolarmi. Quasi mai le idee”. Anche quelle con il pubblico, invitato a entrare proprio dallo stesso Avedon nella foto posta al principio, che lo ritrae con le braccia piegate e in movimento, a svelarne il viso dallo sguardo intenso: “Eccomi qui”, sembra dire, “per essere da voialtri scoperto e vissuto”!
Ed è, certamente, una mostra tutta da vivere, da “meravigliarsi”, un continuo transfert in un corpo, in un abito, in un’occhiata, in un mondo immaginifico che noi stessi ricreiamo.
“Penso che il fascino sia la capacità di essere veramente interessati agli altri”: e dalla fascinazione di queste parole e dei suoi lavori ne veniamo totalmente inebriati.   

Ombretta Di Pietro

Richard Avedon – Relationships’ promossa dal Comune di Milano Cultura, prodotta e organizzata da Palazzo Reale e Skira Editore, in collaborazione con il Center for Creative Photography e la Richard Avedon Foundation, curata da Rebecca Senf, main partner Versace e media patner Vougue Italia. Dal 22 settembre 2022 al 29 gennaio 2023, Palazzo Reale di Milano.
Info: www.palazzorealemilano.it; tel. 02- 88465230.

Circa specchiosesto

Controlla Anche

Imprese spettacolo, i timori per il calo presenze e i rincari energia

Creare iniziative congiunte per ridare slancio alla domanda di eventi di spettacolo: AGIS lombarda (AGIS …

Lascia un commento