Matteo Renzi e Claudio Martelli al Teatro Franco Parenti

‘Vita e persecuzione di Giovanni Falcone’, presentato l’ultimo libro di Martelli

Due personaggi assai noti sul palco, a interloquire di fronte al pubblico astante, parlando della personalità di un uomo, non santo ma martirizzato, che nell’immaginario collettivo è assurto, a buon diritto, alla gloria di eroe indefesso e senza macchia: e non si può certo smentire questo spontaneo sentimento, più che dovuto e comprovato da una rettitudine morale e professionale che, oggi come oggi, sembra un’eccezione più che una regola sine conditio, valida per tutti, ma in ispecie per chi riveste ruoli istituzionali.
Un politico del presente, dicevamo, che ha vissuto in giovanissima età le stragi di mafia e che cerca di comprendere e trovare risposte a quegli interrogativi che sorgono spontanei e ancora richiedono chiarimenti.
Un politico del passato, testimone diretto di quei tempi, vissuti in prima persona, e che sente, dopo 30 anni, il bisogno e il dovere etico di dire la “verità”, ancora offuscata e travisata, di raccontare la versione dei fatti a lui ben nota in quanto ne è stato coprotagonista. In memoria di chi si è sacrificato per uno smisurato senso della giustizia, dell’amor patrio e del bene comune, e per le nuove generazioni, perché sappiano e possano portare avanti l’esempio di un grande uomo, la cui storia è la nostra storia. Quanto siamo ora e quanto ora sta accadendo è  retaggio anche di quegli anni bui: su cui spicca, fortunatamente, la luce folgorante di Giovanni Falcone.
Lo straordinario magistrato a capo del pool antimafia, istituito dall’allora Capo Ufficio Istruzione di Palermo Antonino Caponnetto, succeduto a Rocco Chinnici dopo il suo terribile assassinio. Che ebbe la capacità, grazie alla sua acuta intelligenza e propensione logico-analitica, a “una sensibilità laica, moderna, illuminista e un approccio pragmatico e sensista”, di elaborare un metodo d’indagine la cui “architettura” si compone di fatica, estremo rigore, rispetto totale del diritto e delle leggi, “imperativo del dovere”, approfondimento, ricerca di prove effettive, schiaccianti e inconfutabili per non correre il rischio di inviare avvisi di garanzia “come pugnalate alla schiena”: “non si istruiscono processi senza la ragionevole convinzione di ottenere una condanna”, era solito affermare con fermezza! Unitamente alla necessità insindacabile dell’unione, della collaborazione e del coordinamento di tutte le parti chiamate in causa nel portare avanti, insieme, la guerra alla mafia, quindi la stessa magistratura, la politica, le forze dell’ordine, l’intelligence: “Lo Stato è molto più forte della mafia e può vincere… se unisce le sue forze … e se lo vuole”.
Ma forse a volerlo davvero erano più Falcone e il suo pool che l’intero apparato, quello Stato-Stato che si sarebbe dovuto opporre e anteporre, con tutta la sua forza e determinazione, allo Stato-Mafia. A riprova ne è che, dopo il successo e il clamore del maxiprocesso, a cui si arrivò con un lungo e sfinente lavoro investigativo, “seguendo i soldi” e interpretando perfettamente la struttura verticistica mafiosa, il suo essere non già un problema locale ma un cancro sviluppato e diffuso, con ramificazioni ovunque, anche all’estero, un potente morbo espanso e letale nel suo procedere “organizzato, modernizzato e internazionalizzato”.
Dopo tutto questo, dunque, inizia la messa alla gogna e la persecuzione di Giovanni Falcone. E in particolar modo da parte proprio di quella magistratura di cui faceva parte, rea inconfessa e che “forse ha più colpe di ogni altro”, come affermò convintamente Paolo Borsellino.
Se la mafia, di fatto, uccise fisicamente Falcone, una parte obsoleta della magistratura, della politica, delle forze dell’ordine, dei media, decretarono la sua condanna, isolandolo, screditandolo, tacciandolo di mania di protagonismo e smania di potere, sottoponendolo a suggestive inchieste per presunte colpevolezze. E, in questo caso, un uomo solo è un uomo morto!
Dopo la mancata nomina come successore naturale di Caponnetto, preferendogli, con un assurdo pretesto, il meno esperto Meli che, in men che non si dica, abortì il suo “metodo”, sciogliendo il pool e decentrando le indagini, e quella al CSM, Martelli, allora Ministro della Giustizia, lo chiamò per affidargli l’incarico di direttore degli Affari Penali. Falcone accettò non certo perché si era “venduto al ministro socialista”, ma perché gli era stato impedito di continuare la sua “missione” a Palermo, calunniato fino all’inverosimile, e perché sempre convinto che “uniti si vince”.
Martelli, Falcone, l’allora Ministro degli Interni Scotti, nell’ultimo governo presieduto da Andreotti, quel vituperato e ambiguo personaggio la cui ombra oscura ancora getta un’aura di amletico mistero nella vita politico-istituzionale del nostro paese! riuscirono a varare la più “organica determinata ed efficace strategia di contrasto a Cosa Nostra”.
E poi: la fine, con la morte di Falcone e, poco dopo, di Borsellino. E le false lacrime, il falso pentimento di coloro che si definirono allievi ed eredi dei suddetti, ma furono, invero, perlopiù colpevoli di invidia malevola e, talvolta, di collusione.
Infiltrazioni mafiose si riscontrano a tutti i livelli delle istituzioni dello Stato e creano quella pericolosa “saldatura” tra due entità parallele, che convergono in un potere occulto strategicamente fuorviante.
Allora la mafia ha vinto? Diciamo che continuando a esistere si potrebbe definire vittoriosa. Ma soprattutto vince nel momento in cui è più veloce nel cambiare camaleonticamente aspetto rispetto alla paludosa staticità e frammentarietà dello Stato stesso. Incapace di far prevalere “Il superiore interesse umano e il diritto naturale in costante evoluzione”, che “dovrebbe sempre farci da guida” con “regole e leggi superiori e condivise”; a favore, invece, di interessi di classe, di partito, corporativisti, associazionisti, con l’insorgere di individualismi esacerbati che poco hanno a che fare con il bene collettivo… Ancora oggi stiamo assistendo a un gioco “circense” di forze politiche allo sbando, più capaci di vittimismo persecutorio da parte di un ancorché lacunoso sistema giudiziario, troppo spesso di “casta”, ma da cui si pretende un garantismo assoluto, che di “responsabilità”.
Un sistema in implosione, a un punto di non ritorno, figlio del precedente aberrato in cui solo poche figure si distinguono per rettitudine e volontà di integerrima integrità.
Tra queste stelle del firmamento ecco spuntare quelle di Falcone e dell’amico e predestinato collega Borsellino. Che da lassù continuano a proiettare la loro ombra salvifica, che resiste, vive, giganteggiando imperitura, precedendo e seguendo questo nostro opaco tempo, bisognoso di un restyling e di una metamorfosi efficacemente esaustivi a tutela della democrazia liberale e progressista.

Ombretta Di Pietro       

Il libro di Claudio Martelli “Vita e persecuzione di Giovanni Falcone”, La nave di Teseo editore, è stato presentato lunedì 11 luglio al Teatro Franco Parenti di Milano, con la partecipazione di Matteo Renzi.

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