Gustav Klimt, in mostra fino al 24 luglio a Piacenza

Ritratto di signora – Gustav Klimt

L’importanza di essere Gustav Klimt. Padre putativo del secessionismo, quel trionfante e travolgente movimento artistico culturale sviluppatosi in Austria tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, la cui ridondanza risuonerà in gran parte delle avanguardie del XX secolo.
Eccentrico, indomito, ribelle per natura, capace di leggere i tempi in cui vive e le nuove necessità espressive corrispondenti a moderni canoni estetici, etico-morali, culturali, rinnovatore e innovatore, libero, “liberale” e libertino, uomo carismatico circondato da un alone misterioso.
Come il mistero che attornia l’opera clou del percorso espositivo: “Ritratto di Signora”(1916-17), vanto della Galleria Ricci Oddi dal 1925, con una lunga parentesi di sospensione. Nel febbraio 1997, infatti, viene abilmente trafugata, lasciando un vuoto incolmabile sulla parete di cui ne era fregio; per ricomparire magicamente nel dicembre 2019, in un vano lungo il muro esterno dei giardini della Galleria. Dove sia stata per tutto questo tempo e chi ne sia il responsabile non è dato di sapere, e forse non lo sarà mai. Quel che sappiamo per certo e che un secondo enigma caratterizza questa tela, svelato dall’occhio attento  di una giovane studentessa, Claudia Maga, che nel 1996 nota una fortissima somiglianza tra quest’opera e la precedente Backfisch (ragazzetta), di cui si erano perse le tracce e, pertanto, era visionabile solo sui libri.
Dalle indagini ai raggi X ecco apparire sotto la folta capigliatura, il multicromatismo mosaicale e il tratto “impressionista” della veste della donna, il grande cappello, la stola avvolta intorno al collo, le spalle scoperte e il sobrio abito monocolore della ragazza. Solo le gote rosee, le labbra socchiuse, l’inclinazione del capo, in una sorta di ammiccamento invitante, restano invariati.
Dalla fanciulla si genera la donna, in una trasformazione che corrisponde a quella dello stile stesso di Klimt, che man mano si avvia alla sua piena maturità. Ah le donne! Soggetti prediletti dell’artista con tutta la loro sprigionante forza matronesca, la loro sensualità accattivante, il loro erotismo disinibito e la loro sessualità emancipata. Nei loro corpi vestiti, dove gli abiti non nascondono ma, invero, evidenziano le forme; nei loro corpi agghindati di auree vesti di iconica grecità, orientalismo, mitologiche “Veneri” castranti; nei loro corpi nudi, dalle membra affusolate, le lunghe mani, flessuosi come il fluire dell’acqua, elemento di vita e di riproduzione, provocanti “Ninì”.
Ma queste “Femmes fatales” non sono solo spregiudicate e provocatorie rappresentazioni ritrattistiche di una bellezza disarmante, ma, altresì, l’incarnazione della duplicità dell’essere e dell’esistente, Thanos, spietato e crudele, ed Eros, generoso e altruista, in un gioco continuo di vita e morte. La nascita, l’amore e la fine: il trittico circolare che si ripete all’infinito, con quella sorta di horror vacui che, come sulle tele, riempie completamente, con particolari finemente dettagliati, l’andante dell’arco vitale.
Un senso di finitudine che si accompagna a un risorgere rinascente, corrispondente a quanto accade nel contesto sociale e nel clima artistico-intellettuale dell’Austria del periodo. La vecchia e stantia aristocrazia si sta sgretolando mentre avanza una giovane ed esuberante borghesia, propensa al divertissement  della Belle époque.
Si fanno strada le teorie psicoanalitiche di Freud, il pensiero filosofico, tra gli altri, di Schopenhauer, Nietzsche, Schelling, che molto influenzeranno quello klimtiano. Così la donna diviene allegoria di un cambiamento irreversibile, di quella stessa rinascita sociale, della vita che sempre si reitera, riproponendosi con rianimato incanto, di una realtà da comprendere e non idealizzare nel suo procedere ineludibile. E, ancor più, metafora di un’arte rifiorita nel suo rinvigorito germogliare, inedita, fresca e, soprattutto, libera: “A ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà”, é il motto che campeggia a lettere d’oro sull’ingresso del palazzo della Secessione. Non più e non certo, quindi, una differenziazione tra arte di serie A o di serie B, per ricchi o per poveri, ma una sola Arte universale e multidisciplinare, fondata sul sapere e la conoscenza del mondo nelle sue possibili interpretazioni e nella sua fattualità.
Chi meglio di una donna emancipata può esplicitare questa stessa emancipazione artistica? L’arte, la via salvifica, dalla finitezza dell’individuo nell’infinito procedere dell’umanità. Le opere di Klimt assurgono all’immortalità proprio per l’universalità del loro messaggio, di un’attualità sorprendente. Stiamo vivendo un periodo di caos e di tensione estremi, dove ogni equilibrio sembra saltato, ogni certezza da rivedere e correggere. L’incerto, sì, ma anche e sicuramente la soppressione di diritti acquisiti dalle donne con anni di dure proteste e di tenace resistenza o, addirittura, la non concessione totale di diritti paritetici ed egualitari. Far crescere il pensiero critico, le coscienze, liberare le consapevolezze per ridipingere la tela dell’euritmia del nostro modus vivendi: é il nostro dovere categorico. Proprio come ci suggerisce quel ridipinto “Ritratto di Signora”, che ci sorride invitandoci ad andare oltre, in un connubio di parti antitetiche ma armonizzanti.
Un altro piccolo mistero: se si osserva il quadro di notte anche la “signora con il cappello” torna in luce, illuminata dai raggi infrarossi delle telecamere: del resto, è proprio di notte che l’inconscio si sveglia “vagheggiando” la sua danza!

Ombretta Di Pietro

 

“Klimt. L’uomo, l’artista, il suo mondo” a cura di Gabriella Belli ed Elena Pontiggia, Prodotta e organizzata da Arthemisia, promossa dal Comune di Piacenza, la Galleria d’arte moderna Ricci Oddi, il Belvedere, la Klimt Foundation e XNL- Piacenza contemporanea. Galleria Ricci Oddi di Piacenza fino al 24 luglio. Per info: www.riccioddi.it

   

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