23 maggio 1992-23 maggio 2022. Sono già trent’anni

Sono già trent’anni. Sembra ieri e pare sia passata un’eternità, come accade spesso quando si ricorda un fatto tragico che ci ha colpito e traumatizzato: la mente agisce così, in un elastico temporale che si allunga e si accorcia tra l’appena accaduto e qualcosa di lontano.
Trent’anni da quel 23 maggio 1992, quando, alle ore 17.57, nei pressi di Capaci (sul territorio di Isola delle Femmine), il giudice Giovanni Falcone veniva ucciso insieme alla moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, dall’esplosione di una carica composta da tritolo, RDX e nitrato d’ammonio con potenza pari a 500 kg di tritolo. In quel momento stavo guardando la televisione, non ricordo precisamente quale programma. All’improvviso bloccarono le trasmissioni: la sigla del TG edizione speciale. Io, mio padre, mia madre e mia sorella, che aveva intrapreso la strada dell’avvocatura e quel giorno compiva gli anni, strana congiuntura!, rimanemmo in silenzio, col fiato sospeso, perché quando c’era un’edizione speciale non era mai sinonimo di una bella notizia.
La voce annunciava la strage, le prime immagini di distruzione, comparabili a quelle di una guerra: ebbene di “guerra” si trattava, quella della mafia contro lo Stato. Provai un senso di incredulità, “non può essere vero” mi rimbombavano queste parole nel cervello, insieme al boato assordante dell’esplosione. Un senso di disperazione mi attorcigliava le viscere, di sconfitta. E subito dopo di rabbia, “ma perché, non è possibile, non si può arrivare a tanto, ma che razza di esseri sono quelli che…”.
Di colpo il mio pensiero fece un balzo a ritroso nel tempo, tornando al 9 maggio 1978, quando vidi il cadavere di Aldo Moro accartocciato nel baule di un’auto: avevo solo otto anni, ma rimasi così turbata che già, nella mia innocenza, mi dicevo che qualcosa non quadrava, che non funzionava, che una persona non poteva morire così! E ora un altro cadavere, dilaniato, un altro uomo fermato per aver scoperchiato il vaso di Pandora, per aver lottato contro una “malefica mostruosità”: ancora non sapevo che cinquantuno giorni dopo ce ne sarebbe stato un altro di morto ammazzato, fatto esplodere a sua volta per cancellarlo definitivamente, Paolo Borsellino. Ma quello che, certamente, i mandanti non avevano previsto è che non li avrebbero per niente cancellati!
Tre corpi, tre uomini, tre eroi, il cui sangue rappreso sul selciato non ha mai smesso di scorrere e di irrorare le coscienze, gli animi e le menti di quelle centinaia e centinaia di persone che non accettano e non accetteranno assolutamente che il lato oscuro prevalga.
I miei eroi personali, perché purtroppo, come sostengo io da sempre, gli eroi sono quelli morti e a cui ne aggiungo uno privato, mio nonno materno Tarcisio, che di guerre ne ha vissute due, l’ultima da partigiano.
La loro onestà, la loro trasparenza, la loro rettitudine morale, il loro rispetto delle regole e persino dell’“avversario”, delle procedure, il loro coraggio che riusciva a vincere sull’umana paura, anche di fronte alla consapevolezza del rischio e alla certezza di una fine annunciata: tutto questo mi è stato di grandissimo esempio, ha formato la mia educazione, ha forgiato i miei ideali, ha reso forte, nella loro forza, il mio carattere e la capacità di affrontare le durezze della vita, di cadere ma, anche se faticosamente, di rialzarmi. E a tutti loro va il mio grazie più sentito.
Trent’anni, trenta candeline su una torta agro-dolce, come lo sguardo di Giovanni Falcone, entusiasta, tenace, sorridente ma con un retrogusto di tristezza di fronte all’ineluttabilità di un destino già scritto: su cui ironizzava spesso, in una sorta di rituale scaramantico per allontanare il più possibile il funesto giorno.
Trenta candeline da soffiare, ma che non si spegneranno mai, perché il ricordo è vivido e vitale, così come lo era lui: e finché rimarrà vivo, anche la sua anima continuerà a esserlo, hanno potuto distruggerne il corpo, ma non certo la sua anima e la sua grandezza come uomo.
Paziente, scrupoloso, attento ai dettagli, perché ogni elemento è importante, determinante e decisivo per ricomporre il mosaico nel quale ogni pezzo si incastra con l’altro alla perfezione, in quel quadro d’insieme di un’organizzazione complessa, piramidale, capillare, con il suo regolamento e le sue norme, che si basano sul terrore, il potere, il controllo, la centralizzazione, la segretezza, il silenzio, l’eliminazione stessa di chi o cosa può frapporsi ai voleri di “Cosa Nostra”. E soltanto con questo quadro, con questa pittoresca opera fatta da grotteschi personaggi che fuoriescono man mano dallo sfondo rosso cupo, Falcone potrà dare un colpo decisivo che minerà l’integrità dell’intera struttura, che taglierà qualche ramo secco di quell’albero aggrovigliato nato da un seme già marcio.
In un gioco di squadra, il pool antimafia, dove ciascuno riveste un ruolo fondamentale in questa partita dove “si vince o si perde insieme”. Raccogliendo il testimone di chi aveva già corso ma poi era inciampato e caduto esanime, in questa staffetta a ostacoli verso la vittoria finale. Con un grande prezzo da pagare: l’assenza, la sottrazione, la rinuncia a una vita “normale”, il dolore e le piaghe purulente sottopelle per la derisione, il tentativo di infangarlo, il tradimento. E la solitudine, nel senso profondo di provvisorietà, nel fossato che ti scavano intorno e che prepara la tua fine: perché è solo nell’essere lasciati soli che si perpetra il “martirio”. “Solo è il coraggio”, intitola il libro di Roberto Saviano su Giovanni Falcone. O “E’ solo coraggio?” ci si potrebbe chiedere. Direi che è piuttosto il senso di una vita! In questo alterarsi di luci e ombre, ancora troppe, purtroppo, “A noi gli occhi per vederle, ma no i fili per manovrarle. Possiamo al massimo scegliere le strade più assolate. O quelle più buie” (R. Saviano)… Certe volte penso se la luna vivrà per sempre, a noi uomini non è dato tale privilegio.
Ma fino a quando si ripresenterà nello scuro cielo notturno a rischiarare i nostri sonni e le nostre coscienze, allora la fiamma ardente di chi con ardore ha vissuto lasciandoci una grande eredità, brillerà come una stella, che noi dobbiamo afferrare, tenere ben stretta nelle nostre mani e custodire nei nostri cuori, seguendone la scia.  

Ombretta Di Pietro

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