Appassionate romanzo sui misteri che si celano dietro il capolavoro di Tiziano

Che cos’è l’arte? Un ardire o un osare, un vezzo o un vizio, un artificio o una virtù, una finzione o una rivelazione? Forse vieppiù uno specchio dell’animo turbinoso e travagliato, una finestra sul bramato infinito, ardore di quiete rassicurante dal senso disgregante di finitudine.
E chi è l’artista? Un saggio o un burlone, un genio o un mentecatto, un mago o un illusionista? Altresì un temerario, che scorge la sua ombra riflessa e ne coglie l’intima sfumatura, che assorbe l’essenza e la linfa del mondo riespletandola con la forza del suo creare, diradando le nebbie che circondano l’autenticità del vero e la trascesi della purezza del sentire e del puro sapere. In ispecie, l’artista è un uomo e l’arte il suo strumento per ribadire il plutarchesco concetto: “quello che sta nel cuore del sobrio è sulla lingua dell’ubriaco”.
E noi, in questo cammino faticoso che è la vita, come pastori erranti tra ambite gioie e temuti dolori, chiediamo alla luna il perché del nostro andare, che dalla bellezza infante, passando per l’avvenente maturità, conduce inesorabile alla canuta vecchiezza e alla morte corporea. E, dalla caduta agli inferi della consapevolezza dell’inderogabile provvisorietà, possiamo tornare sublimemente, proprio attraverso la creazione dell’umana arte, a riveder lo splendore delle amorevoli stelle.
Non basta, così, rimirar la mirabile fattura di un dipinto, ma necessaria è la sua contemplazione, immergendoci totalmente nell’opera come in un mare che, attirandoci nel suo abisso vorticante, ci porta oltre l’apparire, dentro e dietro ciascun quadro. In un ricongiungimento con l’artista, testimoni del suo messaggio nel chiudersi del cerchio del generante creare, che sopisce i nostri dubbi e i nostri affanni, ristorandoci con il trovar risposta sul valore profondo del nostro essere. Cosa cambia, allora, in noi quando ci accingiamo a osservare le magnifiche tele di Tiziano? Quale destino comune contiene ogni suo componimento pittorico? Per meglio comprendere partiamo proprio dalla rappresentazione delle tre età della vita.
Se guardiamo i quadri di Giorgione (Le tre età dell’uomo, 1501 c.), di Baldung (Le tre età dell’uomo e la morte, 1539), di Munch e di Klimt (Le tre età della donna, rispettivamente del 1894 e del 1905), siamo sopraffatti dall’ineluttabilità della fine: il degrado del corpo rintocca funereo nel procedere ineludibile del tempo, disfacendosi totalmente nella morte, che rigira la clessidra di questo fatale riproporsi di una comune sorte. In Tiziano (Le tre età della vita, 1511) la connotazione e la percezione sono completamente differenti. Egli ritrae due bambini, una coppia di amanti, e un vecchio con due teschi: nessuno è solo nel triste gioco della vita e della morte, ciò che conta è il senso che ciascuno dà alla sua vita e chi dà senso al nostro esistere.
Vita che dominerà la partita finché saremo ospiti di qualcuno e qualcuno sarà nostro ospite, finché daremo e avremo attenzione. Per poi vincere definitivamente sull’estremo momento con l’amore, a-mors, senza morte, perché amare ed essere riamati è l’eternità.
E proprio il destino di un amore si nasconde tra le pennellate armoniose e le soavi cromie della sua Venere di Urbino del 1538: “L’amore, in fondo, è questa frazione di secondo tra la potenza e il naufragio”, cita l’incipit del libro; e il naufragare nell’amore è travolgentemente dolce.
Se ci soffermiamo sulla Nascita di Venere del Botticelli, 1485 c., che si erge fiera da una conchiglia, e sulla Venere dormiente di Giorgione, 1507-1510 c., che giace in un sonno serafico, ci conturba la loro distante beltà, con la perfezione ‘olimpica’ dei corpi e l’erotismo sublimato in una dimensione astratta. In Tiziano siamo di fronte a una bellezza estremamente umana, in cui ci riconosciamo, sul cui volto trapela una sofferenza rassegnata, inserita in una scena domestica, dove compaiono, in secondo piano, una bambina inginocchiata e piangente e una dama ben vestita in piedi accanto a lei. Se consideriamo che Tiziano perde l’adorata moglie Cecilia nel 1530 mentre dà alla luce il terzo dei suoi figli, Lavinia, ecco allora che tutto ci è chiaro: Tiziano segretamente dipinge ciò che sarebbe potuto essere ma non è mai stato, un casalingo focolare che si è spento prematuramente ma arde persistente, piangendo lacrime invisibili per questo destino di amore interrotto, ma che continua a esistere: “Una lacrima… gli cadde dalle guance e si impresse delicata sul volto, sugli occhi di Cecilia, come la più tenera delle carezze che mai dette in vita”, si conclude la narrazione. Negli occhi congelati e lucenti della sua Maddalena penitente (1533 c.) il pianto è trattenuto, mentre il corpo si concede all’ultimo respiro, emanando quel perseverante soffio d’amore, perché in esso noi non siamo “finiti”!
La potenza dell’arte che illumina le nostre coscienze, e il vigore dell’amore che ci rende immortali: l’amore come l’arte possono essere una tomba oppure l’inizio di un grande viaggio, per soddisfare quell’esigenza di infinito che disseta le nostre anime: “Quando l’anima trova piacere aborra sia finito” (G. Leopardi). E in questo sentimento di a-mors, di “amor che move il sole e l’altre stelle” (Dante, Paradiso, XXXIII, v. 145) non siamo più soli, né polvere di finitezza, ma rinasciamo per sempre.

Ombretta Di Pietro

Il libro di Luca Nannipieri “Il destino di un amore. Tiziano Vecellio e Cecilia”, Skira editore, è stato presentato al Teatro Franco Parenti, a Milano, giovedì 28 aprile, in occasione della mostra ‘Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento Veneziano’ ospitata a Palazzo Reale fino al 5 giugno. 

 

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