David LaChapelle Spree 2020 Los Angeles ©David LaChapelle

David LaChapelle, al Mudec la mostra I believe in miracles

David LaChapelle Annunciation 2019 Hawaii ©David LaChapelle

Fin dal principio l’uomo, di fronte alla pesante consapevolezza della propria finitudine, si è posto innumerevoli domande sul senso della sua stessa vita e dell’esistere del mondo intero. I tragici eventi, di cui è colma e strabordante la storia delle umane genti e del globo che ci ospita, rendono la ricerca di riposte sempre più pressante saecula saeculorum, generando teorie filosofiche, credi religiosi e arte nelle sue più disparate forme. E se ogni pensiero logico-razionale e trascendente, ogni fervore di fede e misticismo, ogni creazione e composizione artistica sono riflesso dei tempi e dei luoghi in cui si formano e sviluppano, sono altresì in grado di assurgere a una sorta di universalità sospesa, lasciando un piccolo miracoloso mattoncino nelle coscienze dell’umano sentire, seme germogliante di futuri frutti, in una sorta di generante continuità infinita.
Con tale chiave interpretativa possiamo leggere e comprendere la grande opera fotografica di David LaChapelle, ricca di tali e intense suggestioni da travolgerci fin dal primo sguardo. Classe 1963, inizia la sua carriera a New York, ricevendo il suo primo incarico professionale da Andy Warhol per la sua rivista “Interview Magazine”, inserendosi, così, nell’ambito della cultura pop, di cui le accese cromie diventano un segno distintivo, nei campi della moda e della pubblicità, settori che potremmo definire di fotografia di “consumo”.
Ma già qualcosa di differente si nota negli scatti di LaChapelle: un andare oltre per cogliere l’essenza stessa di chi e quanto viene ritratto, curando ogni particolare, senza lasciare nulla al caso. “Negli anni ’80 eravamo già in una guerra, contro l’AIDS, che faceva tantissime vittime”, afferma lo stesso LaChapelle. La perdita di alcuni amici colpiti dalla malattia, un senso angosciante di impotenza e di fine, sviluppano in lui una fremente urgenza di capire, di cercare e dare un significato al vivere stesso, di produrre sempre di più per lasciare una traccia tangibile di sé, un fermoimmagine di eternità contrapposto al fluire di un destino di ineluttabile caducità. Nel gioco dei contrasti tra vita e morte, tra bellezza e degrado, tra costruzione e distruzione, con una pervadente e schiacciante percezione apocalittica, la luce di una spiritualità ritrovata e preponderante irrora i suoi scatti, vincendo su ogni buio invadente, quietando gli animi turbati, rigenerati da una positività sublimata e sublime. Trasformando, così, la sua fotografia in vera e propria Arte di “contemplazione e fruizione”, dove il surreale e il simbolico rappresentano il non visibile, ossia la riscoperta dell’importanza dell’uomo in rapporto con la natura, col divino, con Dio, in un rifiorire dell’anima più profonda. Una sacralità simil “profana” che proclama la possibilità di un mondo altro, pervaso da un sentimento d’amore condiviso e totalizzante, che coinvolge tutti in una sintonia cosmica, perché non si può essere felici da soli: “Pronti a partire. Quando siete liberi, siamo tutti liberi”. Dove la nudità dei corpi è mimesi della sostanza più pura e integra di ogni essere umano: “Celebro la figura umana nella sua pienezza”.
Inseriti in una natura ancestrale e incontaminata che ne è sostentamento: “Madre Terra. Mi porti nel tuo grembo, mi nutri e poiché io sono te attraverso la tua musica trovo il coraggio di respirare”. Dove la riproposizione del sacro ricalca famose opere pittoriche, attualizzate da madonne nere, angeli dalla muscolosa corporeità, Cristi poggiati ad alberi lussureggianti e non crocefissi su pali di legno, circondati da fiori brillanti e foglie rigogliose e non feriti da chiodi, oppure girovaghi nelle periferie degradate delle moderne città per portare il glorioso messaggio a emarginati apostoli. Un percorso variegato tra intensi colori e forti contrasti, che esplicita tutte le contraddizioni della nostra epoca e più in generale del vivere medesimo.
Ciascuna immagine è una scenografia studiata, dove i soggetti sembrano in posa ma si muovono in una statica coreografia danzante, una teatralità che è la messa in scena del dramma dell’esistere ma anche della sua vittoria, della fine della lotta della sopravvivenza in una riconciliazione di tutti i soggetti del creato. Il miracolo di un nuovo “eden” in cui crede LaChapelle.
Sciogliamo allora il velo dell’incredulità e ascoltiamo il suono emesso dalla tromba di uno sciamano dei nostri giorni, che possiede un sensibile sismografo in grado di tradurre le nostre sensazioni, che siano esse di paura o di speranza, e di trasformarle in dolce melodia. Perché solo con la nostra ricezione, il nostro guardare e ascoltare questa musica di immagini, si chiude il cerchio di siffatto atto creativo. Portandolo al totale compimento, nel suo farci dono del “miracolo”: la “meraviglia” che la vita stessa contiene in sé e che ci deve ancora sorprendere.

Ombretta Di Pietro

La mostra “David LaChapelle – I Believe in Miracles” prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, promossa dal Comune di Milano, a cura di Reiner Opoku e Denis Curti in collaborazione con lo Studio LaChapelle, main sponsor Fondazione Deloitte, hospitality patner Magna Pars.
Dal 22 aprile all’11 settembre 2022 al MUDEC di Milano, Via Tortona 56. Per info: 02-54917;
www.mudec.it. 

 

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