Un augurio per Pasqua: un ramoscello d’ulivo accanto a un tulipano

Pasqua. Quella ebraica, Pesach, che celebra la liberazione del popolo ebreo dalla schiavitù d’Egitto. Quella cristiana, osanna della resurrezione di Cristo che, passando dalla morte del corpo alla vita dello spirito, segna una nuova via per gli uomini liberati dal peccato originale e chiamati, per questo, a rinascere con Gesù nell’avvento del Regno di Dio, che è Amore allo stato puro. Vincendo, così, sulle distorsioni del mondo, sulla finitudine e limitata conditio delle umane genti, sulla morte stessa: nel trionfo dell’anima, irrorata dal bramoso anelito di un rinnovato soffio vitale.
In sostanza, la Pasqua può dunque rappresentare per tutti gli esseri umani, indistintamente, il liberarsi dalle pulsioni più dolenti, nocive, tossiche, dall’istintualità più bestiale del nostro lato oscuro, per far librare in alto la nostra componente più umana, più equa, più sana e sensata: rieducandoci al bello e riscoprendo l’immenso valore del “buon” sentire e agire.
La Pasqua è anche Resurrectionem: “Resurrezione” come ri-nascita, e “Risurrezione” come ri-costruire. Venire a nuova luce, rinvigoriti da un sentimento di autentico amore, che ci viene donato e che dobbiamo necessariamente ri-donare; ricomporre il nostro essere, in una pacificazione con noi stessi, con l’intera umanità, con Dio o con il divino.
In questi giorni stiamo assistendo a qualcosa di terribilmente orrorifico come solo la guerra può essere: uomini che si uccidono l’un l’altro, e così facendo uccidono prima di tutto la loro umanità, per scelta o per obbligo, per volontà o per difesa. Un popolo intero dovrà risorgere dalle proprie ceneri e ricostruire interamente il proprio mondo, ora bruciato, devastato, reso macerie e morte, dolore straziante e atroce rabbia. Ma dovrà rinascere anche chi ha dato il via a una simile brutale insensatezza, schiacciato dal peso della propria colpa e dalla sua stessa autocondanna. E anche, e non da ultimi, tutti noi dobbiamo rinverdire le nostre coscienze, ridare loro vita e corpo, chiamati, più che mai, a interrogarci, a porci delle domande; a darci delle risposte? forse, o forse no, ma sicuramente a non rimanere indifferenti e, ancor più, distanti.
Risorgere tutti insieme, come la Fenice che ogni cinquecento anni si uccide e si ricrea, verso quella tanto agognata e abusata libertà condivisa e da con-dividere, bene prezioso e imprescindibile. Che questa sia, allora, una Pasqua di pensieri, di preghiere, di parole o, meglio, di silenzi, in attesa del sublime vagito di un neonato essere umano e di un nuovo mondo.
La Pasqua, del resto, cade sempre in primavera, la stagione del risveglio dopo il sonno invernale. Con tutti i suoi colori, le molteplici cromie di quell’arcobaleno simbolo di pace e di speranza che segue a ogni temporale e alle tempeste più forti e turbinose. E con tutti i suoi fiori, che risbocciano profumati riproponendoci le loro intese essenze. Come i colori e i fiori emblemi delle “Rivoluzioni colorate”, quei movimenti non violenti e di disobbedienza civile, formatisi nel corso degli anni 2000 in alcuni stati post-sovietici, per protestare contro governi corrotti e/o autoritari. Le “Rose” della Georgia, l’“Arancione” dell’Ucraina, i “Tulipani” del Kirghizistan, e poi ancora il “Verde” dell’Azerbaigian, il “Giallo” delle sciarpe della Mongolia, il “Blu” dei “jeans” della Bielorussia, e via dicendo.
Contestazioni nate, perlopiù, dalla volontà e dalla determinazione di giovani studenti, più aperti alla circolazione delle idee democratiche e di diritto, ma che riuscirono, man mano, a coinvolgere un numero consistente di cittadini. Ostacolate con sistemi repressivi, portarono a numerosi arresti, ferimenti e anche uccisioni. Così i Tulipani, i fiori dell’amore, divennero simbolo e omaggio di e per coloro che si erano sacrificati “pacificamente” in nome proprio di quei principi di giustizia e libertà da noi fermamente ribaditi e considerati irrevocabili e inviolabili.
Oggi, tra i ruderi della distruzione totale spuntano mazzi di tulipani dalle svariate tinte, posati sul rosso scuro di chiazze di sangue, quel che resta di una vita che non c’è più. Amorevolmente lasciati, giacenti, da chi ancora resiste, perché accompagnino le anime di quei corpi caduti nel loro viaggio ultimo di rinascita nella divina eternità…
Allora nella nostra Pasqua quest’anno spezziamo il pane, beviamo il vino e posiamo un ramoscello d’ulivo accanto a un tulipano, nell’universale unione virtuale di carne, viscere, spirito e animo, rievocando quella pace che la bianca colomba, adesso in gabbia, riporterà a volare nel cielo più alto e più limpido.
E pensiamo, preghiamo, parliamo e facciamo silenzio… ma non dimentichiamoci tutto con un Amen.     

                 

Ombretta Di Pietro 

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