‘Una persona alla volta’, presentato in Galleria Campari il libro di Gino Strada

Guerra. Il “bellum” latino, da non confondersi con “bellus” che si traduce con carino, grazioso. Ma con il concetto di bello proprio la guerra non ha nulla a che vedere.
È pur vero, però, che anche dalle peggiori catastrofi può nascere qualcosa di positivo e può riuscire a svilupparsi la parte migliore di noi, che germina nei nostri animi e dobbiamo solo coltivare e far fiorire.
E in questo sta proprio il grande esempio di Gino Strada e il profondo significato di Emergency, l’organizzazione, da lui tanto voluta, per curare i feriti di guerra in condizioni di emergenza, nata una sera di gennaio del 1994, durante una cena con gli amici più cari, che diventeranno i suoi più stretti collaboratori.
L’idea può sembrare folle ( “Ma a Gino non si poteva dire di no!”) e piena di difficoltà: ma si deve e può fare, insomma “si fa”!
Quell’estrema determinazione e pragmatismo, quel non fermarsi davanti a niente, quella voglia di fare senza anteporre le problematiche ma trovando a ogni costo il come, lo rendono un uomo che fa della concretezza, della prassi e dell’empirismo il suo modus operandi, superando la complessità e la lacerazione in cui si trova a languire un folto gruppo di intellettuali e politici della moderna sinistra, lui stesso uomo di sinistra.
Di certo questo suo carattere è legato alle sue stesse radici. Nato e cresciuto nella Sesto San Giovanni del secondo dopoguerra, respira quella cultura operaia dell’impegno, dell’associazionismo, della condivisione e della lotta per i diritti di tutti, nessuno escluso, dell’individualità vissuta come socialità, come comunità. Studente appassionato di medicina a Milano, in anni in cui si fa politica attiva anche tra le pagine dei libri e nelle aule della facoltà, specializzazione in Chirurgia d’urgenza al Policlinico di Milano col grandissimo professor Vittorio Staudacher, quattro anni in America per imparare il trapianto di cuore: un intervento extracorporeo, per un attimo tutto si ferma e poi riprende a pulsare, si ridà la vita al paziente, il ritmo armonioso del risveglio.
Ma è solo con la prima esperienza, negli anni Ottanta, all’ospedale di Quetta, in Pakistan, confinante con il belligerante Afghanistan, che la sua vita cambia radicalmente. Operare un bambino con la mano completamente maciullata dall’esplosione di una mina antiuomo, dover amputare la parte: “Ma cosa centrano i bambini con la guerra?”.
La sempre maggior consapevolezza che i conflitti colpiscono più i civili che i soldati lo portano alla logica conclusione che la guerra stessa, fuori da ogni retorica, vada abolita in quanto paradigmatico illogico strumento di soluzione delle controversie, che, peraltro, non ottiene mai il risultato voluto.
Ne abbiamo esempi a non finire: dal Vietnam alla Siria, all’Iraq, all’Afghanistan, che è l’ultima ostilità in cui Strada si “occupa”, e di cui ci dà una testimonianza, oltre che diretta, più che dettagliata, di tutte le sue contraddizioni, ben chiare anche a noi dopo l’assurda ritirata delle truppe americane ad agosto.
La guerra non serve: “Io non sono pacifista, sono contro la guerra”! E da qui la scelta coraggiosa, ardente e ben lontano da protagonismo ed eroismo, da cui è ben schivo perché lungi dalla santificazione e, dall’altra parte, anche dalla demonizzazione che spesso chi fa cose fuori dall’ordinario genera in persone dai facili giudizi: quella di essere sempre in prima fila nel curare tutti, senza distinzione alcuna e senza schierarsi, perché tutte parimenti vittime dell’insensatezza dell’uso delle armi.
Del resto, quando si decide per la guerra non ci sono vincitori e vinti: dal primo colpo sparato e dal primo cadavere caduto siamo già tutti perdenti. E di farlo nel migliore dei modi, costruendo strutture efficienti, tecnologicamente avanzate e “belle”, da opporre alla bruttura dei conflitti e perché siano di esempio che se si vuole si può, senza troppo starci a meditare, con quella sua “sublime cocciutaggine”, come la definisce l’amico Renzo Piano, che per lui progetta e realizza un grandioso Centro Chirurgico Pediatrico in Uganda.
In sostanza, gli esseri umani sono tutti uguali, tutti facenti parte della stessa “specie” e tutti aventi gli stessi diritti: in primis quello alla salute, a ricevere cure adeguate e gratuite, perché la salute è vita, e non è accettabile che chi ha i soldi per pagare viva chi non li ha muoia.
“Le disuguaglianze, stridenti e imploranti che affliggono l’umanità. Non è forse quest’avvertenza della diseguaglianza fra classe e classe, fra nazione e nazione, la più grande minaccia della pace?” (Pier Paolo Pasolini).
Un libro che non è un’autobiografia, ma la riaffermazione dei principi di un “eccentrico” sognatore, un “utopista” che considera l’utopia stessa come qualcosa che non è ancora avvenuta ma può concretarsi e avverrà. Che vede la “pace” come un esserci, un portare beneficio là dove c’è solo distruzione, un fare-agire e non un pensare ideologico. E che, soprattutto in questo periodo in cui (inaspettatamente?) un’ennesima guerra ci è “esplosa” tra le mani, ci offre ottimi spunti di confronto e riflessione, che toccano le nostre coscienze e ci aiutano a fare ordine nel caos generale.
Il viaggio verso un mondo abitato da un’umanità non più autodistruttiva e più egualitaria è ancora lungo e irto di complessità. Ma questi sono i principi per cui vale la pena “combattere”, ovviamente “pacificamente”, uno alla volta per una persona alla volta.

Ombretta Di Pietro    

Il libro di Gino Strada “Una persona alla volta”, edito da Feltrinelli, è stato presentato martedì 29 marzo in Galleria Campari a Sesto San Giovanni, con la partecipazione di Marianna Aprile, Simonetta Gola, Ennio Rigamonti, Michele Serra, in collaborazione con la libreria Tarantola.
I proventi del libro spettanti all’autore verranno devoluti a Emergency.

 

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