In Lui Chi Chang, la via dei negozi di antiquariato, la vetrina di un venditore di pennelli. Pechino, dicembre 1948 Vintage gelatin silver print © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Fotografia, Henri Cartier-Bresson in mostra al Mudec

China Welfare, opera di carità di Madame Sun Yat-sen: bambini aspettano la distribuzione di riso.
Shanghai, marzo 1949 Gelatin silver print, 1970s
© Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Uno sguardo che scruta attraverso la micro-finestrella a oculare di un mirino, avidamente curioso e intensamente ricettivo. Sonda l’orizzonte e ogni singola cosa che rientri nel suo campo visivo, pezzo dopo pezzo, fino a quando non avviene l’inevitabile: la percezione che quel secondo preciso è quello giusto, sì, è proprio lui! L’impulso passa al cervello e da questo al dito che schiaccia il bottone dello scatto. Parte il click che dà l’input affinché il diaframma si apra in accordo con i tempi, assorbendo la luce emanata dal soggetto, che colpisce la lente dell’obbiettivo e arriva, come una meteora, a imprimersi sulla pellicola. E quel fotogramma diviene un piccolo frammento di mondo, un pezzetto di storia con le sue armonizzanti o stridenti sfaccettature, quella storia che è l’esplicitazione concreta dell’umana vita.
“Per me, la fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento e di una precisa organizzazione di forme che danno a quell’evento la sua giusta espressione”. Con queste parole il francese Henri Cartier-Bresson esplicita il senso profondo del suo essere fotografo: un esploratore della realtà, che osserva con estrema attenzione, sezionandola, sviscerandola, fino a cogliere quel particolare specifico che, unendo soggetto e contesto nel proporzionato rapporto formale e chiaroscurale, contribuisce a comporre un vero e proprio romanzo fotografico documentaristico.
Ritenuto il pioniere del fotogiornalismo, cofondatore nel 1947 insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour e William Vandivert della celeberrima Agenzia Magnum, si guadagna l’appellativo di “occhio del secolo” per la grandiosità dei reportage realizzati. Quell’occhio che aveva il suo prolungamento nell’obbiettivo 50 mm della sua prediletta Leica 35 mm, rapida e discreta, e che scagliava come una freccia contro l’elemento prescelto, colpendolo per immortalarlo in un attimo di eternità. L’uomo del “secondo”, dell’“istante decisivo”, immediato, irripetibile, unico, pertanto indiscutibilmente lì e ora ma anche e soprattutto per sempre, in una sorta di astrazione in bianco e nero ricca di sentimento e poeticità, propri della “fotografia umanista”.
Con questa consapevolezza ci caliamo in un itinerario a ritroso nel tempo: nella Cina della caduta del Kuomitang, il partito nazionalista capeggiato da Chiang Kai-shek, che si contrappose al nascente Partito Comunista Cinese, soccombendo poi nel 1949 e ritirandosi nell’isola di Taiwan; per giungere alla Cina del “Grande Balzo in avanti”, un piano di rilancio economico voluto dall’allora leader del PCC Mao Zedong che mirava alla costituzione di una moderna società industrializzata e collettivizzata ( gran parte del reportage fu commissionato dalla rivista “Life” e le immagini pubblicate decretarono il successo internazionale di Bresson). Iniziando dalla Pechino del 1948, la cui caduta e l’occupazione da parte delle truppe comuniste è ormai imminente. Un’indolente città, tra le nebbie della Città proibita, le taverne, i mercati e le botteghe di strada, il contrabbando di oggetti d’argento, il funerale di una vecchia signora, l’indovina cieca, il rituale mattutino del tai-chi, la campagna di reclutamento dell’esercito nazionalista… Per arrivare alla Shanghai del Golden Rush, la caccia all’oro, con code interminabili di persone che si accalcano, per accaparrarsi il prezioso metallo, all’esterno di banche serrate, tra tumulti e tafferugli, panico e terrore, culminati nelle sette morti del 23 dicembre ’48. E dove la gente vive nella miseria su piccole imbarcazioni, i sampan; dove sul viale lungo il fiume Huangpu si scaricano merci e si caricano bare e rifugiati pronti ad andare verso l’ignoto; dove i bambini sono soccorsi dall’opera di carità “China Welfare” con assistenza medica, riso e vestiti.
E ancora a Nanchino nei suoi ultimi giorni di “capitale nazionalista”, tra dilagante inflazione e mercato nero degli alimenti, in una sospesa atmosfera di attesa. Fino all’arrivo dell’Esercito popolare di Liberazione, accolto dagli studenti con il folcloristico ballo yangko, e da sfilate di bandiere, manifesti e slogan anticapitalistici.
Una fugace parentesi a Hangzhou nel marzo del ’49, meta di pellegrinaggi buddhisti, tra riti e superstizioni, turisti e mendicanti. E di nuovo a Shangai: tra le variopinte, allegre ed entusiaste proteste degli studenti contro l’inflazione; le grandi parate di inizio luglio per festeggiare l’anniversario del Partito Comunista e dello scoppio della guerra col Giappone, con carri allegorici guidati dagli operai; la terribile alluvione del 22 luglio del ’49, con la tragica e coraggiosa resistenza dei cittadini…. Una breve tappa a Hong Kong, tra il benessere mostrato dai bei vestiti di giovani donne e la noia di ricchi cinesi all’ippodromo…. Per spostarci infine nella Cina del 1958, ripercorrendo i 12.000 km che Bresson compie, “scortato” da una guida-interprete, tra imponenti dighe, ferrovie, pozzi petroliferi, complessi siderurgici e industriali d’eccellenza, ma dove la sua vista acuta mette a fuoco l’esponenziale sfruttamento della forza lavoro e la milizia sempre presente… Un paese ripropostoci da tutte le inquadrature possibili e con tutte le sue contraddizioni, sulle cui fondamenta si sviluppa l’odierno “colossale impero”, che, in questo modo, riusciamo con certezza a comprendere maggiormente: un’immagine, spesso, vale più di mille parole.
Luoghi ma soprattutto persone: “Io mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo, vado al sodo… Lo scenario mi serve per collocare i miei attori, dare loro importanza, trattarli col rispetto che è loro dovuto. E la mia maniera si basa su questo rispetto”, Cartier-Bresson, 1951. 

Ombretta Di Pietro       

La mostra “Henri Cartier-Bresson. Cina 1948-49/ 1958”, curata da Michel Frizot e Ying-Lung Su prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, promossa dal Comune di Milano-Cultura in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier- Bresson e la partnership della Fondazione Deloitte. Dal 18 febbraio al 3 luglio 2022 al Mudec di Milano. Per info: 02/54917; www.mudec.it

  

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