Amicizia e avventura nell’avvincente romanzo per ragazzi ‘L’Uomo del sogno’

Sogno. Quella serie di immagini che scorrono rapide nella nostra mente, come la pellicola velocizzata di un film. Che invadono i nostri sonni facendoci vibrare di paura o di felicità o, altresì, che si materializzano davanti ai nostri occhi aperti come possibili mondi fantasiosi. Generato da passate memorie inconsce o da una futuristica fervente immaginazione: il sogno è vivo ed è vita…
E fu così che il celebre imprenditore e archeologo tedesco Heinrich Schliemann (a cui facciamo gli auguri, perché il 6 gennaio ricorreva il 200esimo dalla nascita), reduce dal suo recente successo della scoperta della città di Troia, il più grande desiderio di tutta la sua vita, approda, nell’ottobre del 1875, sull’isola siciliana di San Pantaleo con l’intento di portare alla luce l’antica Mozia dei Fenici. Un fazzoletto di terra dalla natura splendida contrapposta alla miseria in cui vive la gran parte della popolazione.
Qui abita Saro, un giovane salinaro, nella precarietà del suo lavoro stagionale, perché gli annuali sono solo i privilegiati “mulinari”, che con i loro mulini frammentano il sale, così faticosamente raccolto. Solito a guardare l’immensa distesa del mare, che rappresenta la possibilità di un’esistenza migliore: “Ogni volta che vedevo il mare mi veniva voglia di partire. C’era gente che aveva fatto fortuna lontano ed era tornata” (il complesso tema strutturale degli odierni grandi flussi migratori!). E così si scontrano e si incontrano due mondi differenti ma non totalmente distanti: quello del mito e della leggenda, che poi diviene realtà, incarnato dal “Tedesco”, e quello della superstizione e della credenza che impregna l’isola, popolandola di fantasmi e di rigida tradizione. Quello di un’ambizione che si realizza e quello legato ai “piccioli” che, se servono per la sopravvivenza, sono tuttavia sinonimo di gerarchia sociale. Quello di Schliemann, “padron Rico”, e di Saro, “il giovane”, del signore degli scavi e dell’operaio che scava la città sepolta per lui. Che scoprono (casualmente?) di avere un passato molto simile che li avvicinerà sempre di più, perché anche nella totale apparente differenza ci può essere sempre un punto di contatto e uno scambio.
Ambedue sono orfani: le madri morte quando erano bambini e che assurgono a figure di madonne veglianti sulla propria prole rimasta sola; i padri morti nella misera grettezza dell’alcolismo, malsano rimedio per il dolore della perdita delle consorti.
Bollati per essere figli di ubriaconi, dai loro stessi padri (un pastore protestante e un bravissimo maestro d’ascia) ereditano non solo il marchio a fuoco dell’accanimento becero ed emarginante, ma soprattutto propensione, talento e sogno: la passione per l’Iliade e l’Odissea per Schliemann, quella per l’intaglio di oggetti di legno per Saro.
Come forma di riscatto e rivalsa contro il giudizio lapidario e per ricucire le ferite dell’animo, l’uno insegue avidamente la bramosia di riportare alla luce la città di Troia, l’altro quello di diventare un abile carpentiere e artista del legno, proseguendo là dove i loro stessi padri si erano interrotti e ricongiungendosi ai medesimi in un atto di pacificazione. L’unico modo per andare avanti con sempre maggior fermezza nel raggiungimento del proprio obbiettivo, motivo di orgoglio personale e paterno: riannodare i fili spezzati del passato.
Supportati e ispirati, nell’inseguire quella vagheggiante aspirazione, dalle figure femminili delle loro amate, Minna e Lia, assurte a muse ispiratrici di quell’amore che ti induce a superare ogni difficoltà e ogni ostacolo che si pone sulla strada del sodalizio, in perfetto stile “trovator-canzoniero”, romanzesco e stilnovista.
Schliemann è già riuscito a portare a compimento quanto prefissosi, con tenacia, forza e coraggio e contro qualsiasi previsione sfavorevole. A San Pantaleo arriva con tutta una serie di bagagli, contenenti il suo sapere e il suo esperire, e uno scrigno custode del suo desiderio realizzato. E di questo sogno ne fa dono a Saro, ancora agli inizi della sua esistenza, con tutti i dubbi e le incertezze del caso. Gli mostra nel libro di Omero le immagini della gloriosa città di Ilio e di quel cavallo (proprio di legno!) dalle splendide fattezze ma che nasconde un tranello, perché anche nelle cose più belle possiamo trovare l’insidia, mentre in quelle apparentemente più negative un seme buono o una spinta verso una ripresa: non tutto è come appare.
E gli fa dono anche del mondo, disegnato su un planisfero: “Era una sensazione strana: tenevo il mondo tra le mani”, che lui aveva girato in lungo e in largo! E ora sarebbe toccato al giovane Saro, oltrepassando quella lingua di mare, alla conquista di sé stesso e della sua esistenza nel concretarsi del suo sogno: vincendo ogni burrasca, ogni tempesta, qualche ammaraggio e naufragio, in questo fluttuare turbinoso che è la vita. Credendoci sempre, a ogni costo, fino all’ultimo respiro. Per poi fare ritorno a casa, la personale Itaca,  luogo degli affetti sinceri e delle radici profonde di ogni omerico “Odisseo”.
Guidato da una punta di freccia fenicia, “che indica la direzione. Come l’ago di una bussola che solo tu puoi orientare”: le parole che Schliemann proferisce regalandogliela, come una formula misteriosa. L’amuleto portafortuna di un uomo che incanta con le sue narrazioni e che, come un vero mago, compie la magia più bella: illuminare la strada verso il sogno a un fanciullo e offrirgli una speranza.
Non c’è dono più grande che un adulto possa e debba fare a un ragazzo. Trasmettendogli passione, coraggio, volontà, e non smettendo mai di sognare, perché non si finisce mai di crescere. Il sogno è un atto d’amore verso di sé e verso le giovani generazioni: sogno e amore sono, del resto, il motore del mondo.  

Ombretta Di Pietro

L’uomo del sogno”, il libro per ragazzi di Marina Marazza, edizioni Solferino.

 

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