‘Heidegger, a destra della verità – La filosofia e la scelta del nazismo’

Fin dall’origine dei tempi l’uomo si è sempre interrogato sul senso profondo del suo esistere e dell’esistere del mondo. Di fronte alla grandezza della natura, del cosmo, al mistero della nascita e della morte, impellente si mostra la necessità di elaborare un pensiero che arrivi alla concettualizzazione di una forma di essenza pura che dà sostanza alla nostra vita e al nostro stesso agire: il pensiero filosofico.
Grandi teorie si sono susseguite, partorite dalle attente e acute menti di affaccendati studiosi, elucubrativi filosofi figli di un tempo e di uno spazio ben precisi, quindi da comprendersi anche inseriti in un peculiare contesto storico, in una dialettica tra universalità di contenuti e legame con una realtà concreta.
Ricerca del Vero, della Verità primaria e costitutiva, che può diventare ideologia, guida di scelte agenti, premessa di un’adesione politica, partitica e di sistema. Spesso teorie filosofiche hanno supportato movimenti politici e talvolta dei veri e propri regimi.
Martin Heidegger vive a cavallo di due secoli (nasce nel 1889 e muore nel 1976) estremamente travagliati. Filosofo tedesco considerato il maggior esponente dell’esistenzialismo ontologico, formulerà i fondamenti della sua dottrina quando già si era svolto il primo conflitto mondiale, consolidato il totalitarismo russo, il monopolismo americano, il nazionalismo fascista. Le sue speculazioni, di sicuro interesse e fascinazione, vogliono costruire un’ontologia fondamentale che ricerchi la natura costitutiva degli oggetti del mondo a partire dal soggetto e dalla coscienza trascendentale che in qualche modo li rende possibili.
Nucleo centrale di tutto è proprio quell’Essere trascendentale che non si può oggettivare e che si disvela e rivela nel tempo e nell’immanenza storica, quindi nell’effettività del mondo, in una progettualità, in un disegno preciso. L’uomo è il soggetto stesso che è in grado di porre domande e diventa l’elemento che, andando verso l’Essere, funge da anello di congiunzione tra gli enti intramondani e la trascesi “Essenziale”. Operando, pertanto, in vista di uno scopo: il destino del manifestarsi dell’Essere.
Quindi l’uomo non è semplice presenza ma “progetto” e “possibilità”, è “Dasein”, esserci, essere nel mondo, nodo inestricabile di situazioni nel quale si trova calato. Meglio ancora è “progettato”, nasce e muore senza averlo deciso, si libera nella coscienza trascendente, ma è vincolato dalle condizioni in cui essa si esplicita nella storicità.
La morte diventa essa stessa l’elemento principe affinché si ritrovi l’”autenticità” dell’esistenza, accompagnata dal sentimento emotivo dell’angoscia, che rende consapevoli della nostra finitezza e nullità: ma non porta alla paura e alla fuga dalla propria conditio, bensì alla riconferma della fondamentalità dell’esserci in quanto tale nel mondo per rispondere al progetto storico-temporale, che è poi il senso della vita dell’uomo in nome dell’Essere Verità medesimo.
Si assiste ad un totale annullamento del libero arbitrio, della volontà, del subiectum, dell’individuo: “L’uomo diventa così il “pastore dell’Essere”, la cui essenza, in quanto e-sistenza, consiste di abitare nelle vicinanze dell’essere”, che nell’ultimo Heidegger assume una valenza similmente mistico-religiosa nell’autorivelazione, dovuta all’amare accettazione, infine, del “nulla dell’esistenza”. Eccoci al punto.
Tali le premesse che, per quanto costituiscano un pensiero di indubbio spessore, porteranno lo stesso a sposare le idee del nazionalsocialismo: nel nazismo Heidegger vede la nuova possibilità, il nuovo “darsi” dell’Essere medesimo nell’avvicendarsi storicizzante, il nuovo progetto.
Nel ’33, mentre Hitler salirà al potere e promulgherà un provvedimento di espulsione dalle cariche pubbliche dei non ariani, Heidegger otterrà la nomina di rettore all’Università di Friburgo, portando, nel suo discorso di insediamento, l’ideologia nazionalsocialista a un livello di elaborazione mai udito prima. Il suo antisemitismo metafisico, per cui un popolo senza terra, che usa e abusa della tecnologia, ostacola, in quanto esso stesso solo ente, il compimento dell’Essere, trapela raramente nei suoi scritti, ma sarà più che evidente dopo la scoperta e la pubblicazione dei “quaderni neri”, da lui stesso tenuti nascosti, nei quali trascrive le sue posizioni più intransigenti. Appartenente alle SA, non mancherà di criticare Hitler e i quadri del partito che, conniventi con la classe aristocratico-capitalistica, si erano discostati dal progetto originario. Ma non prenderà mai distanza da tali posizioni, né si pentirà di tale scelta: neppure di fronte alle terribili atrocità che il regime perpetrava e di cui tutti sapevano, dal più grande pensatore al contadino che portava gli approvvigionamenti nei lager. Tutti corresponsabili, per convinzione, per mancanza di scelta o per paura.
Per fortuna la storia si è presa la sua rivincita, ma a quale prezzo? Quello che mi ha sempre lasciata più perplessa era vedere, nei filmati dell’epoca, la folla inneggiante dittatori criminali, violenti oppressori dall’ egocentrismo esacerbato. Ma adesso ciò che mi spaventa di più sono le elaborazioni filosofico-ideologiche che hanno sostenuto questi regimi e di cui gli stessi si sono nutriti, muscoli intorno a scheletri gibbosi e marcescenti che hanno contribuito a far camminare zombici sistemi coercitivi. Come se la filosofia fosse la mente e la gente il braccio: o, per usare un termine allora in voga, sangue l’una e carne l’altra. Spero mai più! Anche se spesso la storia si ripete e il nostro livello di attenzione deve sempre essere alto. Oggi più che mai c’è un campanello di allarme la cui eco giunge di lontano: non siamone sordi!

Ombretta Di Pietro

Il libro “Heidegger, a destra della verità. La filosofia e la scelta del nazismo” di Giuseppe Dambrosio, edizioni Mimesis, è stato presentato giovedì 3 febbraio alla Casa delle Associazioni di Sesto in P.zza Oldrini, con la partecipazione di Andrea Forria. L’incontro conclude gli eventi celebrativi del Giorno della Memoria.

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