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Corpus Domini, a Palazzo Reale il corpo ‘si racconta’

Corpus domini: il Cristo che si fa carne e sangue per indicare la strada salvifica della fede e che, con l’estremo sacrificio, si fa spirito per liberarci dai nostri peccati e pervaderci di mistica trascesi. Che rivive, nella sua corporeità, nell’ostia consacrata, di cui ci si ciba per ingerirne la pura essenza divina in essa contenuta, nutrimento e sublimazione dell’interiorità. Corpo e anima, strettamente connessi, inscindibili e imprescindibili…
Abbiamo sempre bisogno di un corpo per credere ed esistere: la nostra materialità fisica, che è il nostro essere vivi, l’esserci nel mondo, identificati e identificabili, visibili, concretamente presenti. Fatto di pelle, muscoli, nervi, tendini, ossa, vene, arterie e organi, una macchina perfetta ma che può tradire. Veicolo di piacere e dolore, bello o brutto, perfetto o deforme, sano o malato, vivo o morto, preservato o annientato, amato o abusato. Il nostro biglietto da visita perché così appariamo ai nostri e agli altrui occhi, la nostra unicità più tangibile, la nostra appartenenza al genere umano nella sua totalità egualitaria di composite differenze esclusivamente somatiche. Ritratto da sempre dall’arte nella sua maestosa bellezza e nell’imponderabile caducità, nella sua gioia e nella sofferenza più cupa, nella sua evanescenza e nella sua carnalità, pudicamente coperto o spregiudicatamente disvelato.
Dalla gloriosità classica alla spettacolarizzazione dell’epoca moderna, alla frammentazione contemporanea, alla trasformazione di altro da sé nell’evaporazione della dimensione del virtuale. Ma cosa sarebbe questo contenitore, questo involucro senza le pulsioni dell’animo, la consapevolezza della ragione, la conoscenza e la coscienza etica ed estetica di noi, degli altri e dell’esistente complessivo? Un sacco vuoto che non avrebbe ragion d’essere, animato solo da primordiali pulsioni istintuali e da sensazioni prettamente sensoriali, che si affloscia pian piano ammassandosi in un cumulo informe che sopravvive arrancando. Allora questo sacco va riempito con la linfa vitale dei sentimenti, la vivida spinta dell’animo, l’elaborazione del pensiero e del sapere e del sentire più intimo, nell’animata esplosione della vita e del vero vivere. La magnificenza del corpo e le rovine dell’anima: perché spesso prevale l’annichilimento e lo sfacelo interiore sull’edonismo e la sopravvalutazione esteriore. Ma il corpo è destinato a un cammino in discesa, verso il logorio e il deterioramento del tempo, mentre l’animo umano compie l’esatto inverso, accrescendo la forza della sua autocoscienza e della sua conscia cognizione col passare del tempo stesso. Una mostra che è un percorso scenico all’interno di questa dicotomia.
Tra sculture dall’iperrealismo ironicamente pop, o improbabile e impossibile, o, ancora, terrificantemente disfacente. La Body Art, che fa proprio del corpo dell’artista strumento e materia nella realizzazione di quanto mai reali performances artistiche. Installazioni testimoniali di brutali accadimenti storici e cronachistici di eliminazione della dignità e della corporeità umana, come una montagna di accatastati vestiti neri logori e impolverati chiaro riferimento all’Olocausto. Oggetti che richiamano un corpo che non c’è e rimandano alle memorie personali e collettive, i mattoni che costruiscono lo scheletro strutturale dell’individuo e della società. Così una serie infinita di scarpe legate insieme da nastri rossi che si congiungono in un unico punto di origine diventa il simbolo del tragitto unidirezionale che tutti compiamo, partendo insieme da un solo inizio e percorrendo ciascuno il proprio itinerario in un sistema condiviso, lasciando una singolare e univoca orma sulla strada, anche di uno “stato” che non è più, scomparso o abbattuto. Un muro di valigie rappresenta la metafora dell’immigrazione dovuta e non voluta o altresì il peregrinare andante dello stesso vivere da cui non si può prescindere. La ricostruzione di microambienti colmi di miniaturizzati vestiti e manufatti di uso quotidiano esplicitano la volontaria costruzione di una contradditoria mondanità consumistica che ci sta stretta e claustrofobicamente ci soffoca.
Videoproiezioni evidenziano la precarietà dell’esistenza, in quel suo incedere incessante di piccole figure, puntini neri, “ominidi” incolonnati nell’andamento obbligato e ordinato sul deserto distorto, scrostato e crepato del creato. Grande e perdurante è la sensazione di degrado, di finitudine, quasi di sconfitta dell’umanità medesima nella sua corporeità e nella sua essenzialità più profonda. Ma c’è sempre una via d’uscita. “Art for a better life” (l’arte per una vita migliore), e l’artista, che può e forse deve in qualche modo essere ciascuno di noi, osservatori e protagonisti, diviene “un viandante solitario che esprime un atto artistico, un liberatore il cui spirito è ribelle e contribuisce a cambiare l’essere umano e la società”. Il corpo, allora, finisce la sua corsa, ma ciò che conta è la resistenza e la persistenza dell’anima, che resta nel fotogramma di un sussurro, di un sospiro; di impronte digitali, una diversa dall’altra, identitarie di un unicum che partecipa ad assemblare il tutto armonico del qui e ora eterno e la gloriosa infinitezza delle umane genti.

Ombretta Di Pietro

Corpus Domini. Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima’, curata da Francesca Alfano Miglietti, promossa e prodotta da Palazzo Reale, Comune di Milano-Cultura in collaborazione con Marsilio Arte e Tenderstories. Fino al 30 gennaio 2022, Palazzo Reale Milano. Per info: 02-88465230; www.palazzorealemilano.it. 

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