Spettacolare esposizione delle sculture di Pablo Atchugarry a Palazzo Reale

Noi interagiamo con ciò che ci circonda con tutti i nostri percettori sensoriali, sempre pronti a cogliere ogni minima vibrazione che scaturisce da un qualsiasi elemento. Taluno, nella sua fisicità, può apparire inerme e inerte, ma al tatto risultare caldo o freddo, liscio o ruvido; all’olfatto odorante di variegate essenze profumate; all’udito tintinnante di suoni muti, lievi o ridondanti; al gusto assaporante di molteplici aromi; alla vista colorato di variopinte tinte, tenui o forti. Comunque sia, o vivo come la potente natura o inanime come un qualunque oggetto, se si sa ben vedere e sentire, ciascuno di loro è in grado di trasmettere tutta la pulsiva energia che è connaturata nel suo stesso esserci ed esistere, travolgendo il nostro sesto senso: quello dell’animo. Così un sasso appuntito mostra la sua resistenza all’erosione delle intemperie, rimandandoci, nelle sue fattezze, a forme immaginifiche che appaiono alla nostra fantasia.
Un orologio rintocca senza sosta il fluire interminabile dei minuti, ricordandoci lo scadere, nel veloce passare, dell’inesauribile tempo. Il tronco nodoso di un albero secolare ci ostenta la sua resilienza nel lanciarsi sempre in alto, fino a toccare il cielo. E uno scalpello ci fa pensare al suo poderoso scalfire masse, generando significanti sagome. Sono tanti i segreti racchiusi in ogni cosa. Come in un granitico pezzo di marmo, che “ha una voce sottile e delicata, però se noi siamo attenti e abbiamo la pazienza di ascoltarla” può darci “dei suggerimenti su come lavorarlo, o fino a dove poter arrivare e quali sono i suoi limiti”, quanto “togliere o lasciare”.
Quel che riesce a fare alla perfezione il grande scultore di fama internazionale Pablo Atchugarry: leggendo ogni venatura della candida pietra, in cui scorre la sua linfa sanguigna, origliando il sommesso battito del suo cuore, penetrando nella sua interiorità e, in un abbraccio armonico, respirando “quasi all’unisono, con il ritmo segnato dal marmo” stesso. “Quindi questo è un universo” dove l’artista da vita alla materia, lavorando con i suoi strumenti e con la fatica delle mani, del corpo e la profondità dell’anima: ricoprendosi di quella sottile polvere che evapora ad ogni colpo e da ogni parola pronunciata dal marmoreo blocco… Splendide opere ci appaiono in tutto il loro bagliore stordente ancor prima di apprestarci a oltrepassare l’arco d’ingresso della sala ospitante, lasciandoci senza fiato per l’effetto scenico che si prospetta dinnanzi ai nostri occhi: un sorprendente gioco di luci e ombre, di rifrazioni e riflessioni, messo in scena da siffatta specie di folgoranti “lampade”, che si accendono per contrastare le tenebrose oscurità. Procediamo, come ipnotizzati, all’interno di questa meandrica grotta, nel centro infuocato del globo terrestre, per ritrovare, in questa sorta di totem archetipici, somiglianti a stalattitiche e stalagmitiche formazioni, che dalla terra si ergono verso l’empireo celeste, quell’ ancestralità primordiale che costituisce le radici del nostro essere, sospingentici verso una dimensione di trascesi. Mentre le Cariatidi dal volto anonimo, che resistono al logorio degli anni, vigilano da lassù, sostenendo il peso del soffitto e dell’età, allungando una mano verso le prospicenti costruzioni scultoree per aiutarle nella loro scalata alla conquista della luce.
Camminiamo in questa foresta di geometrici parallelepipedi tagliati da piani che si intersecano nel comporre scalinate conducenti verso cime crestose; o, altresì, di composizioni morbidamente sinuose, dove una parte si poggia dolcemente sull’altra in uno sforzo comune di accelerazione turbinosa per staccarsi, decollando, dal piedistallo. E, come per incanto, buchi di varia grandezza, ovali oblunghi o circolari, si aprono nelle trame multistratiche alla stregua di fantasmiche bocche, che fanno da eco allo spirito stesso che sospira dall’interno. Oppure ancor paiono varchi di assenza di materia che ci proiettano in un oltre dimensionale, verso uno spazio cosmico, tra meteore pronte a lanciarsi alla volta dell’ignoto. Questi marmi bianchi, rosa e grigi, che si riverberano, moltiplicandosi, negli specchi appesi alle pareti, porte di passaggio in un altroquando sognante di incontro infinito di possibilità. Nei quali intravediamo le più disparate parvenze: filari di alberi attorcigliati, insiemi di canne di bambù, cavalieri dalle puntute armature, volti stilizzati, farfalle, uccelli, mani che si congiungono, architetture futuristiche, flessuosità antropomorfe, entità tra il primitivismo e il robotico, in un’astrazione stilistica che lascia l’immaginazione ampiamente libera di viaggiare. Un inno alla vita in queste materiche realizzazioni, imponentemente verticaleggianti per spingersi tenacemente al di là, dove, nell’ascoltante silenzio privo di gravità, si ritrova l’inebriante autentica intimità di ciascuno e del tutto in ogni sua singola parte.

Ombretta Di Pietro

La mostra di Pablo Atchugarry “Vita della materia”, realizzata dal Comune di Milano Cultura e Palazzo Reale, a cura di Marco Meneguzzo, sarà ospitata fino al 30 gennaio 2022 nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, ingresso gratuito.

 

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