Un evocativo fiume di ricordi negli ‘Abbracci d’autunno’ di Giuseppe Selvaggi 

Autunno. Gli alberi cambiano la loro verde veste accendendosi con le forti cromie di gialli e aranci infuocati. Ma quel manto caduco perde pian piano i suoi adorni nella lenta scesa di una foglia dopo l’altra che, staccandosi dall’unione affettuosa col proprio ramo, salutano le compagne rimaste ancora lassù, per posarsi lievi a terra, attendendo la loro metamorfosi.
Un secco tappeto crepita al tocco di calmi passi, mentre l’ultimo cinguettare risuona nel bosco dell’anima e il sole, a mezzaria, irrora di fulgida luce i cuori, che si affrettano a rientrare nell’abbraccio caloroso del focolare domestico. Tutti seduti accanto al braciere, che fa fuoriuscire dal comignolo un rivolo di fumo odorante di caldarroste, confondentesi con la nebbia che ammanta l’assonnata urbe. Mentre ciascuno racconta la sua storia, i suoi ricordi, le sue nostalgie, i suoi sogni, che esploderanno in nuove primavere di speranza e di rinnovata esistenza, come il ridivenire prepotente della natura che si riapproprierà del proprio spazio.
Gemme variopinte rispuntano, allora, su legni trasudanti linfa vitale, ricoprono verdeggianti prati pronti a far festa lanciando farfalle danzanti verso cieli impavidamente tersi. E sui sentieri acciottolati, tra gli interstizi terrosi, riemergono fili erbacei che liberano la loro potenza creativa, componendo astratte figure, ben distinte da quelle precise simmetrie imprigionate nelle aiuole circostanti: e dalle pieghe dell’anima più profonda ricostruiamo l’architettura composita del nostro stesso vivere.
Autunno e primavera, le stagioni di mezzo: preludi dell’inverno dormiente e dell’estate convulsa con i loro mari spumeggianti di fredde onde turbinose o di specchi luccicanti di ridondanti maree. Perché c’è sempre un mare dentro di noi, che viene e va come il fluire del vivere, che si allontana e poi ritorna carico di memorie e cambiamenti: “Dimentica tutto quello/ che credevi di possedere/ amerai sempre il mare/ finalmente libero” (Giuseppe Selvaggi)…
Un pensiero. Il mio mare è quello di mio padre, della sua terra d’Abruzzo che è un po’ anche la mia, ondeggiante di incontri e scontri, di troppi silenzi e cose taciute che non potremo più dirci: ma forse ci siamo letti attraverso gli sguardi dei nostri occhi umidi…
Un viaggio in una moltitudine di emozioni, evocate dai tanti scenari e protagonisti nati dall’osservazione attenta e dai pensieri evaporanti di uno scrittore che, tra euforia, fatica e frustrazione, partorisce il libro, sapendo di doverlo lasciare andare, alla stregua di un figlio, perché diventi per gli e degli altri, assorbito dalla loro individuale sensibilità. Un viaggio nello spazio. Tra le radici del suo luogo natio, Bisceglie, dove il vento tintinna tra i vicoli vuoti e pietrosi, apparentemente esanimi e fantasmici, ancorché risuonanti della musica della tradizione, della saggezza popolare, delle feste di paese, dei fuochi d’artificio, dello sciabordio salato.
E l’accoglienza della città dove si è trasferito da molti anni, Milano, al primo annusare fredda e distaccata, invero ricca di variegata umanità; che ti risucchia nella sua vorticosa frenesia ma ridonda di stimoli e pulsioni, e i cui vibranti bagliori si liquefano nella vastità di un oceano immaginario.
Un viaggio nel tempo, che scorre e fugge via, non consumando ma modellando, come uno scultore, tutto ciò che incrocia sulla sua strada, perché niente finisce mai ma solo si trasforma. E se il tempo dell’uomo è, purtuttavia, limitato, allora tocca al poeta saggio restituire le imperiture emozioni attraverso lo sgorgare delle zampillanti parole, in una celebrazione dei sentimenti.
Un viaggio che è il viaggio della vita, che diviene come il succedersi delle stagioni. Che si compone di tante convergenze e, tra i chiaroscuri, le luci e ombre del nostro scrutare, di quelle mille sfumature che ne fanno l’armonia dell’esistere. E anche ciò che udiamo come stonato e stridente, a uno sguardo acuto, che sa mirare un po’ più in là, mostra una graziosa intonazione, producendo un ironico sorriso. Così la bicicletta diroccata appesa a un reticolato, abbandonata a se stessa nella sua inutilità, è un’opera d’arte postmoderna; e il cartellone della stazione che segna i ritardi sempre più netti dei treni, aggiornandoli di continuo, è l’orologio dell’impaziente desiderio di arrivare dalla tua famiglia in tempo per il pranzo di Natale. E il “Buongiorno signore” del clochard, che sembra fare di quel saluto il suo lavoro, è l’unico fonema amico che rompe il tuo silenzio, fra i tanti figuranti senza copione pronti a recitare, ammutoliti, la loro parte.
In questo attraversamento che è il vivere stesso, dobbiamo sempre essere golosi di suggestioni, saperci fermare un attimo per riappropriarci di ciò che si perde se si guarda ma non si sa vedere. Con l’ingordigia di quel bambino che, davanti ai binari che si proiettano verso l’infinito, fissa il rovente cerchio all’orizzonte, mentre la voce di suo padre gli sussurra nell’orecchio “Giuseppe, abbraccia l’autunno. E’ un passaggio in cui il sole diventa solo un poco più avaro. E non ti stancare di cercare nuove primavere”…  

Ombretta Di Pietro   

Il libro di Giuseppe Selvaggi “Abbracci d’autunno. Cercando nuove primavere”, SECOP edizioni, è stato presentato martedì 26 ottobre presso la Casa delle Associazioni di Sesto San Giovanni, nell’ambito della rassegna “SestoScrive”.

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