Roberto Saviano in scena con ‘Sono ancora vivo’

Foglio bianco… Siamo seduti in teatro, finalmente a capienza totale. Sul palco una poltroncina, un  tavolino e uno schermo che proietta la copertina della graphic novel, dalla quale un volto ci fissa costantemente, fuoriuscendo per metà dall’acqua in cui galleggia ma che non gli impedisce di urlare a labbra serrate: “Sono ancora vivo”.
L’energia crescente di un’attesa tensiva e ingorda dirompe in un interminabile applauso fragoroso quando sulla scena compare lui, un uomo, semplice, dal sorriso commosso, che ringrazia ossequioso: Roberto Saviano. Lì, per raccontarsi e raccontarci la sua storia, per mettersi a nudo, spogliandosi per un po’ di quell’armatura dorata che fa da scudo a un corpo ustionato. Per mostrarci la profonda ferita di chi ritorna sopravvissuto da una battaglia: infetta, in parte guarita e ancora da curare, dannazione di una vita in sospensione tra il non essere né vivo né morto.
La voce calma vibra dal microfono, batte sulle pareti e ci circonda in un caldo abbraccio che ci dà e ci chiede conforto. Mentre con un telecomando fa scorrere alle sue spalle i disegni mirabilmente realizzati da Asaf Hanuka, quelle immagini che colpiscono come dardi infuocati per l’immediatezza comunicativa ed evocativa, graffi su carta come i graffi nell’animo, rivoli di inchiostro come i rivoli di sangue che sgorgano da quella lacerazione profonda. Dalle tinte forti che si contrappongono ai grigi, come il rosso della paura, il giallo del sole, l’azzurro del cielo terso di Napoli, il verde della speranza: i colori di una vittoria e di una condanna. Quella inflittagli dalle cosche il 13 ottobre di quindici anni fa, quando iniziò la sua esistenza sotto protezione per le esplicite minacce di morte ricevute dopo la pubblicazione di ‘Gomorra’ per le conseguenze che ebbe sulle coscienze delle persone. Che attraverso quelle parole potenti e viscerali compresero l’esistenza di una vera e propria guerra in atto in una città, nel cuore dell’Europa, che non riguardava solo i clan, ma l’intera comunità.
Le parole che detonano e dirompono sovrastando lo scoppiettio esplosivo dei colpi di pistola e che bucano più di un proiettile, portando la luce della consapevolezza e della verità tra il buio già noto di un’accettazione passiva. Scritte per bisogno, necessità, con spregiudicatezza e un filo di quell’arroganza giovanile (all’epoca aveva 26 anni!) nel voler cambiare il mondo. Oggi a 42 anni col senno di poi, forse non, forse diversamente… ma ognuno ha un seme che si porta dentro a cui non si può impedire di germogliare.
Qualcuno ha tentato di recidere la pianta, di mettere un cerotto sulle labbra impudiche che vomitavano crude e scomode realtà, ma senza successo.
Piano B: fargli vivere una non morte, perché ucciderlo lo avrebbe reso un eroe. Ma soprattutto una non vita! Isolato in stanze piccole e anonime, lui incarcerato, i veri delinquenti liberi. Sorvegliato speciale, solo, lontano dagli affetti più cari, dovendo rendere conto di ogni spostamento.
Ansia, alienazione, sfinimento, aggrappandosi tenacemente, per non crollare, agli scrittori preferiti, divorando con le fauci di un minotauro perso nel suo labirinto chili di libri e di ricordi, come le partite a subbuteo giocate col fratello da piccoli: forse un giorno, chissà
Attaccato e infangato non solo dai nemici ufficiali, da politici o presunti tali, ma anche dalla “gente per bene”: perché se non muori allora non sei credibile, allora non ti si può santificare, manca il simbolo del martirio. Fino a sentirsi colpevole di essere vivo, a non fidarsi più di nessuno neppure di se stesso, a considerarsi una persona rabbiosamente, frustratamente peggiore e non migliore.
Ma continuando a difendere il diritto della libertà di espressione e della verità… 24 maggio 2021, dopo un processo durato 13 anni, il Tribunale di Roma emette la sentenza di condanna per il boss casalese Francesco Bidognetti e il suo avvocato Michele Santonastaso per intimidazione con aggravante mafiosa verso la di lui persona: “quel giorno la parola minacciata, delegittimata, vituperata e rinchiusa ha vinto”, e lui diventa “la prova vivente del loro fallimento”.
Tutta la vita non vissuta gli passa davanti in un lampo e: “Maledetti bastardi, sono ancora vivo”! Adesso è il momento di passare oltre, di uscire da quell’acquario in cui da troppo si sente sprofondato e inglobato, guardando tutto e tutti attraverso un vetro… che improvvisamente diventa fluido, le sue mani l’attraversano arrivando a toccarci, la sua ferita diventa una feritoia da cui sgorga una rinnovata acqua di sorgente che ci disseta, un raggio che accende le nostre lanterne del sapere e del sentire: e finché ci sono luci che si accendono le ombre saranno sempre perdenti.
Questa narrazione disegnata rimette ordine e ricompone un pezzo di puzzle, diventando “un’esecuzione di Saviano” il personaggio, “per riprendersi Roberto”, l’uomo, che deve rinascere in quanto tale o forse addirittura nascere davvero, riemergendo da quelle stesse lacrime mai versate per non affogarci dentro. E magari ritrovando il gioco del subbuteo.
Ah, una cosa Roberto: il Napoli e il Milan sono primi in classifica alla pari per il momento. Che vinca il migliore, ma, comunque vada, sarà un successo!… Foglio scritto.

Ombretta Di Pietro

Lunedì 25 ottobre Roberto Saviano ha inaugurato al teatro Carcano un ciclo di incontri con giornalisti “Follow the Monday”, parlando della sua autobiografia a fumetti, la graphic novel “Sono ancora vivo” realizzata con Asaf Hanuka, pubblicata da Bao Publishing.

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