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Il secolo della solitudine, presentato al Piccolo di Milano il libro di Noreena Hertz

La solitudine: uno stato mentale e uno stato di fatto. C’è chi si sente solo e c’è chi solo lo è realmente suo malgrado. A chi non è mai capitato di provare tale lacerante soffocante sensazione? Soprattutto in certi momenti difficili, in cui ci siamo sentiti scollati dal mondo e faticosamente obbligati a dover risolvere tutto con le nostre sole forze, scalando una montagna a mani nude senza il supporto di una corda di sostegno morale, ritenendoci assolutamente non compresi, inducendoci a isolarci sempre di più per difenderci da un’esteriorità percepita come indifferente e ostile.
E poi quante persone sono davvero lasciate sole, come molti anziani che ricevono poche e rare visite dai loro stessi famigliari; o il clochard che siede sul marciapiede chiedendo solo una moneta e una corrispondenza umana, quel tendere la mano che è un gesto di “espansione” verso l’altro.
Un isolamento voluto, che porta alla separatezza, all’impenetrabilità, all’autoemarginazione, all’individualismo esacerbato; un isolamento forzato, che porta all’abbandono.
Diciamo pure che la solitudine “è un posto molto affollato”. Potrebbe sembrare un ossimoro, ma in questi due anni di pandemia tutti ci siamo trovati a fare i conti con questo turbamento che ci ha risucchiato in una voragine di angosciosa sospensione in un tempo e spazio vuoti di presenze, colmati con l’uso delle tecnologie, ormai dilaganti, che in questo caso sono risultate sanamente compensative.
Recenti studi scientifici hanno dimostrato un grave impatto non solo psichico (ansie, depressioni, tendenze al suicidio, paure estreme) ma anche sulla salute fisica dell’essere e sentirsi soli: il nostro corpo mette in allerta quegli indicatori di allarme per qualcosa che non va e reagisce con alterazioni metabolitiche, con un 30 per cento di possibilità in più di morire prima.
“La solitudine uccide”: mente, corpo e, in senso più ampio la collettività. Perché, paradossalmente, maggiormente questo stato si radica in noi più siamo indotti a rimanerci, cercando soluzioni al riparo da un esterno che consideriamo e identifichiamo avverso, proteggendoci strenuamente per una difficoltà e incapacità di riaprirci, creandoci una sorta di comfort zone più semplice da gestire: una “tirannide della comodità”.
Siamo disposti ad affittare un amico, il Rent a Friend americano per 40$ all’ora, o a comprare coccole; a dividere spazi abitativi o lavorativi, come il coworking, non già per una questione di alleggerimento delle spese ma per “appesantirci” con un’attorniante energia matericamente viva, anche se ciascuno continua ad agire nella propria individualità.
Un’ “economia della solitudine”, sostenuta e alimentata anche dall’uso spropositato di quegli stessi strumenti tecnologici che con un solo click, attraverso un video, col solo mandare immagini e parole scritte ma non dette, sembrano ipercompensare quell’assenza esistenziale, non accorgendoci che, invece, ci sprofondano nelle sabbie mobili di un distanziamento distonico.
Una vita online che soppianta quella offline, fatta di mille contatti social, di likes ed emoticon, ma senza quell’attrito del touch reale, corporeo, tangibile: connessi continuamente nel virtuale, disconnessi da una socialità concreta. Certo il virus è stato il detonatore di una bomba a orologeria che era, però, già pronta a esplodere. Da tempo l’oscuro malessere di sentirsi invisibili, non riconosciuti, trasparenti e senza voce, in una società dominata non più dal “Noi” ma dall’ “Io” totalizzante e prevaricante, ha portato al distacco da un contesto forse troppo duro da sostenere, dove tutti diventiamo concorrenti e non condividenti, maturando la presunzione di non aver più bisogno degli altri, di dover stare bene noi non solo prima ma indipendentemente da tutto e tutti, pretendendo apaticamente o talvolta con rabbia e cattiveria il beneficio “esclusivo”.
In una deflagrante frantumazione sistemica, questa forma di capitalismo portato all’eccesso plasma un’infinità di ombre senza corpo che rinunciano passivamente a una superiore espressione di democrazia, che è libertà nell’incontro-scontro di un vivere comunitario, dove l’insieme collettivo e aggregativo è sostanziale risorsa e imprescindibile requisito per la costruzione di uno stato di benessere nel senso più ampio del termine, che vinca la diffidenza e questo tormentoso male del secolo: la solitudine, appunto. Senza essere lasciati in balia di coloro che di questo stesso ne fanno un’arma, utilizzando l’emarginazione come carta vincente per arrivare alla vetta del potere, con un linguaggio che pare inclusivo, “Fratelli”, “Popolo”, ma in realtà è monopolizzante, demagogico, autoritaristico. Ma si può ancora fare qualcosa, perché c’è sempre una via salvifica: “l’ebrezza dell’altruismo”.
L’uscire dalla propria bolla e ri(-)uscire a dare affetto, “impressionando” una parte di noi sull’altro da sé, su ciò che sta al di fuori del proprio ego, smettendo anche solo per un attimo di richiedere e assorbire, emanando un effluvio di tenera e autentica corrispondenza nell’attimo empatico di una microrelazione consonante di uno sguardo, un suono davvero reali. C’è allora una solitudine che può essere lecita: quella introspettiva, per comprenderci e capirci a fondo, per fare i conti con i nostri limiti e le nostre inquietudini, riprogrammandoci, diventando più forti e ricucendo le trame delle nostre intime ferite. Per tornare, con coraggio, ad estrinsecarci verso l’altrui e reciproca “riacquisizione”, nella piena consapevolezza che da soli non ci si basta mai.

Ombretta Di Pietro

“Il secolo della solitudine” di Noreena Hertz, edizioni Il Saggiatore, è stato presentato domenica 24 ottobre al Teatro Studio Melato di Milano, con la partecipazione di Lisa Iotti e Seba Pezzani.

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