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Dalla fantasia di un nostro lettore un racconto legato alla storia della Campari

Ci scrive il nostro lettore Giovanni Giudice per condividere con noi (e voi lettori) un  delizioso racconto breve che vede protagonista un piccolo prezioso oggetto legato al marchio Campari.
“L’altro giorno – scrive Giovanni Giudice – fra le mie cose ho trovato un piccolo coltellino regalatomi mio nonno quando avevo appena 8 anni. Era un grosso commerciante di pellami e tra le casse che arrivavano dal Nord Italia, trovò questo coltellino.  A vederlo la mia mente si è messa subito in moto e ho pensato di scrivere una piccola storia”.
E noi volentieri la condividiamo con i nostri lettori.

Il coltellino Bitter Campari. La mia storia

Grazie al mio prezioso amico Michele, sono sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e come potete vedere dalla foto sono ancora in condizioni invidiabili.
Sì, non è un errore, sono proprio un piccolo coltello nato per fare la pubblicità ai prodotti di qualità della Campari.
Allora il marketing era puramente artigianale. Mi hanno raccontato che la società Campari è stata fondata da Gaspare Campari che, nel 1860, avviò a Milano una distilleria a cui fece seguire l’apertura del Caffè Camparino, nella Galleria Vittorio Emanuele II.
Alla morte del fondatore, la gestione dell’azienda, già allora nota per il suo Bitter, passò ad uno dei suoi cinque figli, Davide Campari. Fu proprio lui a dare un decisivo impulso alla società, sia sul piano dello sviluppo industriale, con l’apertura nel 1904 degli stabilimenti di Sesto San Giovanni, sia concentrando la produzione su due prodotti, il Bitter e il Cordial.

Nel 1943 l’altro fratello Guido Campari e il nipote Antonio Migliavacca trasformarono la società in “Davide Campari – Milano S.p.A.” e proprio in quell’anno, con tanti altri gemelli, sono nato io a Sesto San Giovanni.
Come strumento pubblicitario vengo inserito in una cassa assieme ad altro materiale di pelle pregiata e dopo un lungo viaggio mi ritrovo in un grosso negozio di pellami a Vittoria, in Sicilia.

Il proprietario appena si accorge della mia presenza mi consegna al suo nipotino Michele, di appena 8 anni. Questo bel bambino mi ha portato sempre con sé al mare, in campagna, nelle feste da ballo e in tutte le gite. Ero diventato il suo migliore amico, il suo porte-bonheur.                                                                                                                                                        In casa, mi custodiva gelosamente in un piccolo scrigno di legno assieme ai suoi più cari oggetti che nel tempo e in base alla sua età cambiavano.
Da questa trasformazione ho potuto capire che lui diventava sempre più grande e gli anni passavano velocemente.
In quel piccolo contenitore ho conosciuto tanti articoli che mi davano notizie di Michele e così siamo diventati persino amici: una trottola colorata, qualche giornalino di Gim Toro e di Tex, delle monete d’argento da 500 lire, delle letterine d’amore con le foto di ragazze, un ferma cravatte con le sue iniziali e molti orologi. Uno di questi, esattamente un “Longines” doro, mi ha raccontato che Michele aveva iniziato a fare la collezione di orologi di tutti i tipi e misure da quando, all’età di 14 anni gli avevano rubato il suo primo orologio, un “Mercury”, ricevuto in regalo da Frank, il suo padrino di cresima che l’aveva portato personalmente da New York dove era titolare di uno studio legale.

Michele era rimasto proprio scioccato e raccontava a tutti che durante una partita di calcio lasciò l’orologio nella tasca dei pantaloni nello spogliatoio e al suo ritorno non lo trovò più.
Da allora Michele in ogni occasione e ancora oggi, durante i suoi viaggi di lavoro e per turismo dal Giappone all’America e dall’Europa all’Africa acquistò parecchi orologi per la sua collezione. Devo confessare che anch’io ho sofferto per lui.

Michele per una trentina di anni lavorò in una società siderurgica presso la Direzione Impianti di Genova e successivamente nel 1996 è stato assunto come consulente in una Società di “Certificazione Qualità” presso la Direzione di Milano come responsabile dei Servizi Generali.
In quel periodo ha avuto come Grande Capo il Dr. Sergio Marchionne di cui Michele porta ancora un carissimo e affettuoso ricordo.                                                                                                    
In quell’occasione il caso volle che Michele scegliesse la sua abitazione in quel di Sesto San Giovanni a qualche centinaio di metri dal vecchio stabilimento Campari di viale Gramsci completamente rimodernato e collegato a Villa Campari, dimora ottocentesca della Famiglia Campari.
E fu così che dopo 70 anni circa dalla mia nascita son ritornato, grazie al mio prezioso amico Michele, nella mia città natale e soprattutto nella bella villa Campari dove sono stato generato.
Grazie Michele per avermi fatto vivere fino ad oggi senza mai abbandonarmi.

                                                                         Giovanni Giudice

  

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