A Palazzo Reale imperdibile mostra dedicata a Claude Monet

Il Parlamento di Londra – Claude Monet

“Fiat lux”. “Sia la luce!  E la luce fu”. Che nacque dalle oscure tenebre per tutto invadere e pervadere col suo spirito generante, essenza prima che forma, verbo prima che sostanza. Che fluttua danzante con le sue onde ballerine nell’aere etereo, trafitto e oltrepassato dai suoi fotoni quantici, fino a colpir la terra e ogni sua componente e cosa esistente, creando spazio, dimensione e sagoma di qualsivoglia elemento che all’umana vista appaia. Di cui l’occhio è l’organo risuonante delle elettromagnetiche frequenze luminose, che lo battono facendo tintinnare i suoi coni tremolanti, accendendoli di quei colori che danno connotazione a ciascuna entità. Che senza quei toni non potrebbe essere letta nel suo presentarsi dinnanzi a noi, con quelle vesti variopinte che giammai esprimono ciò che è ma sol ciò che a noi appare e siamo in grado di decodificare: con rintocchi variabili da persona a persona, da un bulbo oculare all’altro, che tanto differisce da quello stesso animale… E qui il nucleo centrale della ricerca pittorica di Claude Monet: luce e colore in tutte le loro varianti e variazioni ricettive e compositive, sulla scia delle contemporanee scoperte scientifiche nel campo della cromatica, che egli trasforma in trionfo artistico.
Un connubio tra arte e scienza che parrebbe stridere a un primo pensiero, ma dal cui sodalizio ecco sbocciare capolavori senza tempo. Che ritroviamo nelle sette sezioni in cui la mostra è suddivisa, come sette sono i colori dell’arcobaleno teorizzati da Newton, i giorni della creazione, le note musicali, i pianeti inizialmente noti e i giorni della settimana, arricchendo l’esposizione di una misterica fragranza filosoficamente “esoterica”. 
Subito abbagliati da quella stessa luce che pulsa sulle e dalle tele e che tutto abbraccia, riflessa, rifranta, difranta, assorbita, diffusa, profusa, in un andante mutevole come l’alternarsi delle stagioni e il ticchettare delle ore del giorno: in cui il sole, suo amorevole padre, cambia abito scorrendo e donandoci una differente percezione delle molteplici possibilità con cui la sua creatura si manifesta. Ora più forte e decisa, ora più placida ed eterea, zampillante o quieta, vivace o tranquilla, uniformata dal filtro opaco della nebbia, frazionata dal riverbero delle acque, sporcata dal fumo delle locomotive, mossa dal vento tra le fronde…
Aria, che ci solletica il viso e ci accarezza nel passare da quadro in quadro, soffio di un bizzarro gioco tra l’atmosfera del cielo e l’atmosfera delle emozioni. Investiti da quell’insieme di vibranti colori, or tenui or decisi, accostati con ricercato rigore e maestria, frammentati, come sezionati da un prisma ottico, e ricomposti in liquiformi monocromie sfumate o policromie polifoniche con una nota prevalente e portante, a dar corpo e anima a quella natura avvolgente, in cui ci immergiamo come in un eden paradisiaco. Senza piani prospettici e orizzonti a ingabbiare e intrappolare l’insieme, in un continuum perpetuo, inesauribile, interminabile.
Rivivendo la medesima esperienza sensoriale dell’artista, che nella natura stessa si calava alla ricerca del senso del vero nell’osservazione di ciò che gli si presentava dinnanzi e nella sensazione che da questa derivava. In quell’istinto acuto della visione immediata della realtà fenomenica, per afferrarne quell’attimo fuggente che dall’occhio, che recepisce i dettagli, passa al cervello, che sintetizza scartando il superfluo, e finisce nell’animo che coglie e svela l’impressione pura. Quell’impressione che viene subitamente gettata sulla tela, immortalata nella sua indefinitezza evocativa, idilliaca e idealistica, in un moto perpetuo di imperitura istantaneità. Perché ogni cosa è in costante divenire e progredire, passante e cangiante: così è l’esistenza! Non già inerte, fossilizzata, “mummificata”, come risultava nell’accademica “art pompier”. A cui Monet si oppose con fervore, rompendo ogni regola imposta e precostituita, creando non solo un nuovo stile ma una rinnovata sensibilità adatta all’epoca corrente, che si apriva alla ruggente modernità traducendola in un grande sviluppo economico, sociale e culturale. Uscendo dagli schemi e dalle pareti limitanti degli atelier, per vivere “en plein air” l’esperienza creativa, impregnandosi di e restituendo quella spinta propulsiva che si fondeva nei paesaggi in sensazioni meravigliose ed estatiche. Che portano a realizzazioni dove la forma stessa perde di valore, divenendo impronta evanescente in un complesso pittorico di totale essenzialità e sensazionalità.
E come fluisce il tempo così fluisce quello stesso colore che a sé ci attrae, similmente a placide acque in cui tuffarsi in una dimensione di autentica serenità. Acqua, che col suo incresparsi rende possibili perenni metamorfosi luminescenti. E sulle quali galleggiano le meravigliose ninfee, che paiono “fiori sbocciati in cielo” (Marcel Proust), simbolo di candore e purezza, quella stessa così caldeggiata da Monet per arrivare alla sostanzialità dell’apparire.
Fiori: tanto amati dal nostro da affermare che forse ad essi doveva il merito di essere diventato pittore. E può non essere un caso se l’ultimo quadro dipinto è proprio quello de “Le rose” (1825-1826), dalle leggiadre rosee tonalità spruzzate di verdi, blu e gialli, che si stagliano, quasi in segreta elevazione spirituale, contro un cielo dal lieve celeste-violaceo: una sorta di trasposizione testamentaria che richiama l’infinitezza di ciascun momento finito.
L’infinitezza dell’opera di colui che nel suo lavoro solerte e alacre vedeva una “missione”, attribuendosi umilmente “il solo merito di avere dipinto direttamente di fronte alla natura, cercando di rendere le mie impressioni davanti agli effetti più fuggevoli” …
“Ma non vorrei morire prima di aver detto tutto quel che avevo da dire; o almeno avere tentato”.
Ai posteri l’ardua sentenza!

Ombretta Di Pietro

“Claude Monet. Opere dal Musée Marmottan Monet di Parigi”, a cura di Marianne Mathieu. La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura e rientra nel progetto museologico ed espositivo “Musei del mondo a Palazzo Reale”.
Dal 18 settembre 2021 al 30 gennaio 2022, Palazzo Reale, Milano. Info. 02-8929921;
www.palazzorealemilano.it

 

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