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La famiglia 1927

Museo del Novecento, percorso immersivo nell’eclettismo di Mario Sironi

Periferia tram e gru 1921

“Il mio maggior piacere è sempre stato quello di trattare di cose d’arte… Ed era tanto grande in me questa passione e tanto l’arte mi sembrava cosa grande, sublime e inarrivabile che l’avevo sempre considerata una deità immensa a cui, a me povero mortale, non era purtroppo dato che di aspirare il soave profumo” (M. Sironi, 1903).
Una serie di autoritratti ci strizzano l’occhio invitandoci a un viaggio ricco di suggestioni “odorose” dalle variegate fragranze: campagna e città, erba e fumo, legno e ferro, sassi e cemento, corpi e costruzioni. Carne, terra, acqua, cielo, pietre, mattoni, acciaio: tutto ciò che di primordiale e primario compone il mondo che ci circonda nella sua essenzialità. Tra il rumoreggiare dell’aratro che smuove il terriccio lamentoso, dei freni del tram che stridono sulle rotaie gementi, del respiro sommesso di una maestosa figura tra le riecheggianti pareti o le ridondanti distese naturali, che serpeggiano sfuggenti in coreografie danzanti.
Un percorso immersivo nell’opera tutta di uno dei più “eclettici” artisti del ‘900 italiano, in ispecie per la sua capacità di assorbire le influenze di ogni corrente artistica che ha caratterizzato questo avvicendato e complicato secolo, restituendocele in una summa compositiva totalmente originale. Muovendosi incessantemente tra la tragicità dell’esistere e la gloriosità dell’arte stessa, facendo coesistere disperazione e magnificenza. In forme archetipiche che mostrano una sorta di primitivismo epurativo e originario, dove lo spazio pare imporsi sul e nel tempo, in una sospensione del divenire, non più passato, non già futuro ma sublimazione nel presente. E che si prestano alla vista come falsamente cristallizzate, di fatto costantemente vibranti e frementi di intensa energia propulsiva e propagante, in cui tutti gli elementi dialogano e si compenetrano. E sentiamo il pavimento scuotersi sotto i nostri piedi come trafitto da una scossa tellurica, procedendo alla maniera di funamboli traballanti su una corda ondeggiante nell’aria. Travolti da quei “volumi dinamici”, da quelle entità formali che creano piani sovrapposti e interconnessi, movimentati da plurimi punti di fuga; da quelle plastiche corporeità dalla sobria classicità imponente nelle sue sproporzioni “deformanti”. Un ensemble mai privo di componenti architettoniche e oggetti di uso comune di rimando pressoché simbolico. Dagli esordi ricchi di influssi del divisionismo, ma dove questa predilezione per la plasticità e la volumetria emerge con chiarezza nel loro attrarre a sé e guidare l’andamento delle linee e del tratto. Al ritorno al classico, con ritratti sbozzati che emergono dall’ombra solenni e statuari. All’adesione al futurismo, reso peculiare da quel rapido procedere di singole parti tridimensionali che concorrono a non snaturare un’evidente strutturalità. Alle successive suggestioni metafisiche, capaci di creare stupore e incanto, riposo nella contemplazione delle movenze recitanti di sintetiche e severe silhouettes. Ai “paesaggi urbani”, una sorta di distopia pittorica pre e post cataclismica, aspri e duri invero prorompenti nel loro perenne vigoroso fluire. Come la “commerciante” città di Milano, che ne ispira la genesi, capace di dare “ribrezzo e bisogno di difesa contro la sua stessa potenza”, ma “meglio di Roma che è un bel sogno deplorevole” (M. Sironi, 1919). Al “Novecento Italiano”, che fonda nel 1922 e di cui è massimo esponente, col recupero di una purificata classicità, “modernizzata” in uno schematismo conciso. Al breve periodo espressionista, dalle violente pennellate, il segno non nitido e un “nervosismo” rappresentativo. Per approdare infine alla sua massima espressione artistica nella multicentrica e pluriprospettica “arte murale”, dal retrogusto pseudo rinascimentale. Non solo uno stile ma una concezione: “sociale” per eccellenza, perché non è più possesso individuale, che soppianta le logiche di mostre e mercato a favore della committenza dello Stato, che si misura con ampie spazialità e forti tematiche celebrative, ideologiche ma mai propagandistiche. Il “muro”, cuore pulsante della forma nel suo essere materia sulla materia, volume su e dentro il volume. In un’apoteosi della comunicazione e dell’esecuzione creativa che si manifesta ed è visibile a tutti, è del e per il popolo intero e motore fondamentale per la rinascita della Nazione: il fulcro della concezione “fascista” del Sironi. Il quale vive la grande disillusione della disfatta del Regime come una sua personale sconfitta che, unitamente al dolore per la perdita della figlia, morta suicida a soli 18 anni, segnerà l’ultima fase del suo lavoro: frammentato e disperdente, con una sintassi compositiva carente di sintesi, circoscritto e contenuto nel ritorno al cavalletto, sfilacciato e confuso. Mentre il colore si fa più spesso e materico, in un ultimo tentativo di resistenza, perdendo tuttavia quei marroni, gli ocra, i verdi, i celesti, i neri, i grigi, gli arancioni e i gialli decisi che avevano tinteggiato la sua esistenza. Perennemente caratterizzata da una sensazione di ineluttabile apocalittico declino, già scritto nel DNA della storia dell’uomo, superata con un produrre incessante, una costruzione e ricostruzione costante intesi come dovere, obbligo etico e possibilità illusoria di vincere sull’imprescindibile. “C’è un mucchietto di rifiuti qui davanti… e mi sembra la mia vita… Speriamo che dopo tante burrasche… si arrivi lo stesso in un porto dove per questo misero cuore ci sia pace e silenzio” (M. Sironi, 1961). E navigando fino a noi la sua impresa e il suo ingegno certo ancor risuonano di una possente, risplendente, tenace melodia.  

Ombretta Di Pietro      

 

“Mario Sironi. Sintesi e grandiosità”, a cura di Elena Pontiggia e Anna Maria Montaldo, in collaborazione con Andrea Sironi-Strausswald e Romana Sironi, col patrocinio del Comune di Milano-Cultura.
Museo del Novecento fino al 31 marzo 2022.
Per info:
www.museodelnovecento.org; tel. 02 88444072.

 

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