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Reddito di cittadinanza e rischio di una guerra ideologica

Il Centrodestra vorrebbe abolirlo. Renzi propone un referendum abrogativo. Il Pd è disponibile a una revisione, i Cinque Stelle ne fanno una questione di vita o di morte. Sul reddito di cittadinanza rischia di aprirsi una guerra ideologica, capace di avvelenare il percorso della prossima legge di bilancio.
Non si capisce perché in Italia le politiche contro la povertà debbano sempre suscitare diffidenze e divisioni. Nessuna politica nasce perfetta, va sempre periodicamente rivista sulla base dell’esperienza. Non si può ricominciare ogni volta da capo, altrimenti si finisce per screditare qualsiasi proposta lasciando di fatto il problema senza soluzione.
Ciò che serve oggi non è una sterile contrapposizione di principio, ma una buona riforma basata su una analisi seria e pacata. Che cosa non ha funzionato e cosa, a nostro avviso, andrebbe cambiato?
Il primo aspetto da migliorare è la capacità del reddito di cittadinanza di intercettare i veri indigenti. Un punto molto critico sono a nostro avviso i requisiti d’accesso. Siccome servono dieci anni di residenza legale continuativa, molti immigrati sono rimasti esclusi. Inoltre, la soglia del patrimonio e del reddito al di sopra dei quali non si può ottenere il sussidio è bassa ed è la stessa su tutto il territorio nazionale quando è noto che il costo della vita al Nord è molto superiore ad altre parti d’Italia. La normativa del reddito di cittadinanza non fa invece differenza. Quindi a nostro avviso una riforma dovrebbe modificare i requisiti di residenza e soprattutto calibrare le soglie di accesso in base all’area territoriale.
Il secondo aspetto critico è che, coma abbiamo visto, esclude molti poveri, ma include molti che poveri non sono. Non si tratta tanto di clientelismo e frodi (ci sono anche quelle), quanto piuttosto di regole mal disegnate. Quando si varò la riforma, alla fine del 2018, i Cinque Stelle s’impuntarono sulla promessa simbolica di 780 euro al mese anche per un nucleo composto da una sola persona. Stanti i vincoli sulle risorse totali disponibili, le soglie per le famiglie numerose furono così fissate a livelli troppo bassi. Quindi, secondo noi, si deve ricalibrare gli importi, riducendo quelli per le famiglie di una o due persone e aumentando quelli per famiglie numerose.
Vi è poi un terzo problema, che riguarda l’occupazione. La riforma del 2018 fu presentata come misura di inserimento lavorativo, creando aspettative difficilmente realizzabili. Molte persone in povertà assoluta non sono immediatamente inseribili, necessitano di percorsi di inclusione sociale come premessa all’eventuale lavoro. Inoltre, i nostri servizi per l’impiego sono notoriamente poco efficienti ed efficaci, e non sono stati certo i navigator a cambiare la situazione.
Per chi non ha lavoro, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere una misura temporanea di ultima istanza, un trampolino per ripartire, non un sussidio a lungo termine che sostituisca  l’assenza di occupazione. Molto delle attenzioni rivolte oggi  al reddito di cittadinanza andrebbero rivolte alla mancata crescita, enorme problema che affligge l’Italia da decenni e che per essere affrontato richiede un insieme di incisive riforme capaci di trasformare l’economia incanalandola su un sentiero di crescita sostenibile. E’ giusto rivedere il reddito di cittadinanza a patto che non si confonda il contrasto alla povertà con il mancato sviluppo, sono due cose profondamente diverse.

Ciemme 

 

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