La Transavanguardia anni ’80 in mostra a Milano

“Vedeteci quel che vi pare” titola un’opera di Enrico Baj. E con questo incipit, dall’apparente retrogusto di dantesco monito, in realtà invito goliardico e accattivante, entriamo nel buio ventricolare di un meandro cavernoso, il “sancta sanctorum” di una misterica cripta che ospita le effigi testimoniali di un’epoca che fu.
Travolti nell’immediatezza dalla luminosità fluorescente delle “Stimmate” di Enzo Cucchi, che ci risucchia in un bizzarro vortice, sbalzandoci all’interno di uno scherzoso gioco da tavolo tridimensionale in cui noi fungiamo da pedine protagoniste dalle travestite fattezze di Alice e del bianconiglio. Siamo alla casella “Start”, il percorso è indicato: a noi trovare la strada tra indugi, trabocchetti, rebus da decifrare. Lanciamo i dadi e incamminiamoci in un mondo dal tempo rovesciato: “Se noi veniamo dopo tutti gli altri, noi siamo gli antichi”!
In un trascorrere che durerà un giro di giostra, gratuitamente svincolati da ogni regola prescritta, ma che terminerà, com’è destino di ciascun diletto e di ciascuna vita. “Se noi esistiamo nel tempo siamo eterni. Se il tempo finisce siamo solo una delle possibilità di essere”: un’eternità che ci regala il ruotare continuo delle lancette dell’orologio, giammai una trascendente astrazione atemporale, il graffio inciso su una tela dalle dimensioni indefinite e dai bordi fluttuanti. Un rialzo centrale ospita l’altaresca istallazione, una sequenza di video che trasmettono costantemente l’immagine ripetuta di un flusso d’acqua in cui un uomo nuota senza sosta, un andirivieni ipnotico come il dondolio di un pendolo. Infiliamoci dapprincipio nelle piccole cappelle disposte in circolo, entrando e uscendo, in un girotondo sinuosamente andante, procedendo nel caos calmo di una riverente processione. Ogni anfratto trafitto dalle potenti cromie delle composizioni ivi giacenti, vetrate mosaicali che proiettano luci e immagini abbaglianti i nostri occhi e pervadenati i nostri sensi con un arcobaleno di vividi colori primari. Qui la pittura la fa da padrona, riconquistandosi l’indiscusso ruolo di leader artistico con la sua versatilità, la sua artigianalità, il suo segno e le sue tinte, in quel ritorno alla “figurazione” gestuale, emotiva e istintiva: “Painting is back”! in quell’ “unicum” realizzativo, dove ogni elemento e ogni creazione è a sé stante, soggettiva ricerca libera e individuale del singolo artista. Nessuna impostazione regolamentata: “il disegno, la pittura e la scultura non sono forme tradizionali ma originarie” (Gino De Dominicis), germinati dal seme contenuto nelle viscere, nelle carni, nelle mani di ciascun creatore. Che impugna il pennello e scalfisce il supporto, vomitandogli sopra tutto il suo edonistico sé. Con una commistione di elementi, un nomadismo che transita nella storia dell’arte e viaggia nei paesi orientali, prendendone a piacimento un ritaglio di suggestione di volta in volta ritenuto riutilizzabile; un ecclettismo formale, un’ibridazione linguistica, che anticipano il concetto di “globalizzazione”.
Questa “Transavanguardia” che, senza pretese intellettualistiche o di influenza sulla concreta realtà della contemporanea società, da cui sostanzialmente si dissocia, rilegge e restituisce a modo suo i mitici anni ’80. Quelli del “best seller”, della “religione del successo”, della “deregulation”, del “culto di sé”, dei capelli cotonati e i ciuffi ondosi, i pantaloni aderenti e le giacche dalle spalle imbottite, della pop music, la TV a colori gli enormi cartelloni pubblicitari, del benessere e della spensieratezza. Ma anche della “frammentazione” dell’individuo e di un’unitaria visione del mondo, della sfiducia nel progresso e nel progredire costante dell’evoluzione storica… Tinte decise; geometrie e architetture che si compenetrano in una sovrapposizione dinamica di piani; riferimenti letterari e scientifici; simbologie surreali, esoteriche, primitive, ancestrali, animalesche proprie di miti e credenze; ritorno all’imperiosa natura, che dirompe nelle tipiche sfumature regionali. Il tutto ripropostoci con ironica ilarità e occulti enigmi anagrammatici: “divertitevi a trovare le soluzioni”. Un’ esilarante sfida, in un groviglio di emozioni e significati senza direttive e direzione. Numeri, lettere, scritte, parole che accompagnano disegni spruzzati alla maniera dei graffiti dei “writers”, la cui arte “underground” esplodeva in quel periodo sui muri di cemento o sui vagoni dei treni e delle metropolitane: quanto da decifrare nelle ultime ampie sale espositive dai grandi elaborati, in cui ci sentiamo vertiginosamente spaesati! Siamo giunti alla casella “Arrivo”: nessun vinto o vincitore perché ognuno ha giocato, autorizzato, a modo suo. Ma un premio per tutti: per chi lascia una tangibile impronta irremovibile sulla terra e dentro di noi e per noi stessi che riscopriamo la vigorosa energia di essere quello che si è! Tutto e il contrario di tutto questi particolari anni ’80, come solo l’arte ce li sa raccontare… Usciamo e torniamo nell’odierna Milano, ancora in parte ingrigita e sospesa in una bolla, animati dalla speranza che possa presto esplodere, rovesciando e riconsegnandole quella colata di mille suoni e mille colori che le sono da sempre propri.

Ombretta Di Pietro

“Painting is back. Anni Ottanta, la pittura in Italia”, a cura di Luca Massimo Barbero. Gallerie D’Italia Piazza della Scala, Milano. Fino al 3 ottobre 2021. Per info: www.gallerieditalia.com; tel. 800.167.619.

 

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