Nel libro di Capodanno e Marazza la toccante storia della Kennedy nascosta

Una farfalla di un intenso azzurro sfumato, che agita vorticosamente le sue splendide ali ma non riesce mai a volare. Una rosa bianca che spunta nel mezzo di un grigio rovo irto di spine, recisa troppo presto, destinata a incurvarsi su sé stessa ma a non seccare mai e a non perdere il suo delizioso profumo. Quel medesimo fiore che ornava il suo petto durante i tè danzanti, a cui partecipava, sempre accompagnata dai suoi cari, con una tale gioia e vitalità da contagiare gli astanti e attirare le attenzioni degli aitanti giovanotti, con un sorriso smagliante e gli occhi colmi di sogni che illuminavano il suo bel viso.
Questo era Rosemary, la terza nata e la prima figlia femmina della famiglia Kennedy, partorita in quello sfortunato venerdì 13 settembre 1918 – data non di buon auspicio per chi crede nel potere cabalistico dei numeri – durante l’esplosione dell’epidemia di Spagnola che causò più di un centinaio di milioni di morti.
Tre, numero perfetto: ma di perfetto Rosemary non aveva nulla, se non la sua bellezza che era superiore a quella di tutti gli altri otto fratelli. Era venuta al mondo con un ritardo cognitivo causatole dall’incompetenza ingiustificabile dell’infermiera che assistette la madre al parto e che la respinse per due ore nel canale uterino, in attesa dell’arrivo del medico, provocando una sofferenza fetale e mancanza di ossigeno che segnarono per sempre la sua esistenza. Così la piccola graziosa Rosemary divenne una macchiolina da nascondere tra le pieghe di un elegante completo Chanel della madre Rose; un’inaccettabile imperfezione nell’ineccepibile struttura di quel ‘clan’ che il potente padre Joe aveva forgiato con precisione, nei minimi dettagli, marchiando tutti a fuoco col sigillo delle regole, dell’apparenza, della discrezione, del conseguimento di onore, fama e successo ad ogni costo e con ogni mezzo.
Il patriarca avrebbe dovuto sistemare tutto ‘senza far chiasso’, ma gli impegni di uomo d’affari, investitore, proprietario di Studios di Hollywood e di emittenti radio-televisive, senza contare le innumerevoli amanti, da buon erotomane, non gliene lasciavano il tempo. La patata bollente passò nelle mani della matriarca, psicofarmaco dipendente per sopportare le lascivie del marito, che spendeva ogni minuto possibile e ogni energia per portare la figlia al livello dei fratelli, non già per amore ma per necessità, lei che aveva riposto la compensazione di ogni sua frustrazione proprio nella naccettabile imperfezione nell’ineccepibile struttura di quel “clan”  e promettente prole.
Ma: ‘non ti impegni abbastanza!’, il monito costante. Quella ‘maledizione di Dio’, quella ‘zavorra’, quell’ ‘anomalia’ imbarazzante si mostrava sempre più un ‘animaletto selvatico’ impossibile da domare. Bisognava allontanarla, celare ‘quel vergognoso segreto’ che rischiava di emergere in ogni momento rovinando carriere sboccianti e il buon nome della ‘tribù’.
Comincia, così, per Rosemary un peregrinare continuo in istituti di ogni genere, ben foraggiati da generose elargizioni della famiglia, però non in grado di seguire con programmi speciali e mirati un’allieva ‘particolare’, sottoponendola a continui stress, eccessive richieste che le causano forti crisi di nervi ed epilettiche. Pillole, contenimento, diete forzate perché doveva sempre e comunque apparire esteriormente ineccepibile. Ma il peso da sopportare è eccessivo: è un fallimento e… rispedita al mittente!
Più Rosemary cresceva più aumentava la sua voglia di vivere, la sua affettuosità, che rivolge soprattutto ai ragazzi, la sua pulsione sessuale: un’eterna bambina imprigionata in un corpo di donna. E sia mai che potesse scatenarsi uno scandalo immorale per dei cattolici di ferro! E così non restò che una sola e unica soluzione: cancellare il problema, annullarlo grazie alle abili mani dei dottori Freeman e Watts. Paziente numero 10: ‘due taglietti e via’, lobotomizzata, resa sterilmente innocua, incapace di parlare, di muoversi, inchiodata su una sedia a rotelle, rantolante. Relegata in una casa di cura lontana, ‘nessuno deve scoprire!’, ricoperta dalle amorevoli attenzioni di medici, infermiere e suore che divennero la sua nuova famiglia.
Rosemary scompare dalla vita dei Kennedy per una ‘soffocante omertà’ collettiva, per il comodo non voler sapere, per un sacrificio deciso dal padre, con la doverosa connivenza della madre, ‘per il bene di tutti’. Avvolta in una nube di incoscienza che, però, da quel giorno sembrò invadere e pervadere le vite di tutti gli appartenenti alla famiglia, un alone malefico che segnò gravi lutti negli anni: la fantomatica ‘maledizione dei Kennedy’. O se vogliamo una buona probabilità statistica che personaggi di spicco e un tantino eccessivi potessero incorrere in disgrazie irreparabili. Meglio ancora una sorta di equa giustizia cosmica, anche se gli autorevoli fratelli e le sensibili sorelle si prodigarono nel tempo all’insegna di numerose ed efficaci iniziative a favore della disabilità, in ispecie mentale, che avviarono un percorso in salita a favore delle persone meno fortunate e delle loro famiglie.
Espiazione delle colpe? Poco importa, ciò che conta è il risultato! Storia di una donna che voleva solo essere sé stessa, accettata per ciò che era nella sua ‘differente normalità’, e non considerata ‘diversa’ e forzata a diventare ‘normale’. Che ha pagato il prezzo delle scelte altrui, in un periodo storico dove vigeva una cultura totalmente maschilista, bigotta, conservatrice, e in cui la disabilità era un’ignominia a tutti i livelli della scala sociale e la sperimentazione scientifica era spesso affidata a scienziati senza alcuno scrupolo e moralità. Ma erigere meravigliosi castelli dorati, che celano mille scheletri nell’armadio, non serve a nulla, perché la verità viene sempre a galla: e per ogni successo arriva una scossa di terremoto che fa crollare un pezzo di costruzione.
Storia di una farfalla che finalmente spicca il volo, la cui anima viaggia fino a noi sulle stridenti note che le quattro mani delle autrici strappano alla tastiera del tempo, perché nella memoria ogni vita acquisisce un senso profondo e perenne. E se ‘i Kennedy non piangono’ credo che sia impossibile per chi ha una coscienza civica, civile e da essere umano trattenere una lacrima leggendo le righe spartitiche di questo libro: pensando che se tanto è stato fatto ancora qualcosa doverosamente è da fare.
E se Rosemary potesse riscrivere la sua vita forse non cambierebbe tutto: magari qualche tinta e qualche tono, lei a cui piacevano tanto i colori e la musica.      

Ombretta Di Pietro

 

“Niente lacrime per Rosemary. La drammatica storia della Kennedy dimenticata”, di Simona Capodanno e Marina Marazza, Fabbri Editori

Circa specchiosesto

Controlla Anche

L’arte fotografica di Kyoko Ishii in mostra alla Fondazione La Pelucca

Un grande successo domenica 18 settembre per il vernissage ‘Colore che illumina il Tempo’, la …

Lascia un commento