Luisa Menazzi Moretti

Mudec, venti ritratti di rifugiati con le loro storie nella mostra fotografica ‘Io Sono/ I Am’


Haniya, Ahmad, Ilya, @ Luisa Menazzi Moretti

Io sono. Perché esisto, e sono corpo, testa e anima. Sono carne e sangue, pensiero e sentimento, parola e azione. Ho due orecchie per ascoltare, due occhi per guardare, una bocca per tacere o dire, due braccia per lavorare, due gambe per scappare o restare. “Io sono/ I am”: un uomo! Col diritto di vivere, di cibarsi, di vestirsi, di studiare, di operare, di credere, di essere ciò che sono, di avere il mio posto nel mondo, la mia dignità, la mia libertà di esserci ed essere uomo. Voluta, sudata, sperata, vagheggiata, desiderata, sofferta, vomitata… eppure dovuta. Dovrebbe altresì inscriversi intrinsecamente nel patrimonio genetico delle persone appartenenti al “genere umano”, si badi non già alla “razza” umana, questa possibilità e opportunità di esprimersi nella propria connaturata peculiarità e capacità, del darsi alla società con le proprie caratteristiche che si sviluppano e ci avviluppano man mano che cresciamo come individui, restituendo a noi stessi e agli altri il giusto contributo del buon vivere comunitario nell’affermazione e identificazione di sé. Perché opprimere e comprimere, coercere e soffocare non solo uccidono il singolo, ma mutilano l’intera collettività. Nello stesso tempo nessuno abbia la pretesa della totale libertà, perché un’anarchia di comportamento è lesiva del giusto ed equilibrato andamento di una comunità, che in quanto tale si dà essa stessa delle regole per poter sopravvivere e resistere ai mutamenti del tempo e delle condizioni.

Paul, @ Luisa Menazzi Moretti

Eppure sembra spesso succedere l’esatto contrario, come se un’anomalia cromosomica prevalesse sul buonsenso e sul buon diritto, e una forza di totale controllo e limitazione si appropriasse di pochi ai danni di tanti. Strana la natura dell’essere umano: ma fatemi essere, datemi l’occasione! Sembra di udire queste parole provenire dai venti pannelli fotografici, componendo una melodia dalle note stridenti, a tratti distonica, cupa, tenacemente toccante, ma con un finale armonico, di un andante quasi allegro e trionfale.
Venti ritratti, quaranta occhi che ci guardano e ci parlano, diventando improvvisamente un solo occhio, nel quale noi ci specchiano nostro malgrado. Venti immagini di donne, uomini, bambini con le loro storie, che diventano una sola storia, un unico narrare che non può che colpirci e svegliarci, scuotendoci, dal torpore dell’abitudine e dal pericolo del non voler sapere ciò che realmente è! E non possiamo più scappare, come attratti da una forza magnetica, né espellere dai nostri animi tutto il pathos che le loro voci ci trasmettono attraverso il fermoimmagine di uno scatto fotografico. Migranti, rifugiati, richiedenti asilo politico, in attesa di un sentenzioso “sì o no”, “dentro o fuori”, ma prima di tutto: Uomini. Scappati dai più disparati paesi africani: Afghanistan, Pakistan, Siria, Nepal, Gambia, Nigeria, Senegal, Egitto, Congo, Mali, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, e quella Libia che è “il Paese del Demonio” e di cui nessuno vuole riferire, troppo doloroso ricordare, le ferite sono ancora aperte.
E noi che con la Libia continuiamo a cercare accordi, di quale genere poi è lecito domandarsi, visto quanto leda i diritti umani da noi tanto accoratamente difesi. Fuggiti dagli abusi e dalle violenze più efferate, sia famigliari, che di eserciti corrotti e corruttibili, miliziani senza scrupoli, governi dittatoriali. Per compiere il viaggio della salvezza, senza alternativa alcuna se non la morte certa, verso l’ignoto ma pur sempre con una possibilità in più di sopravvivenza.
Chilometri e chilometri a piedi o su mezzi di fortuna, per giungere alle coste ed imbarcarsi per la lunga e interminabile traversata in quel mare al cui orizzonte si vede il miraggio di una nuova vita. Pagando duemila, tremila, cinquemila dinari o dollari, duramente racimolati lavorando in condizioni a dir poco pessime. E pagando con la detenzione nelle terrificanti carceri o nei campi profughi simili a lager: non fa tanta differenza. E via, su quella tavola blu, che ci si augura non si arrabbi e non si agiti troppo, stipati uno sull’altro, come un’unica entità visionaria e fiduciosa. Ma poi qualche volta il Mediterraneo si sveglia con la luna storta e rovescia le barche e i gommoni: c’è chi ne muore di quest’ira funesta, c’è chi perde figli e mogli. Ma c’è anche chi arriva, superando tanta ingiustificata collera marina e umana, e forse solo per buona sorte. E trova l’occasione per ricominciare, aiutato da chi ha capito e compreso la necessità di farlo, la gravità del problema che non può lasciarci indifferenti e il dovere dell’accoglienza, della condivisione, dell’integrazione in un progetto regolato.
Queste venti scatti, ognuno riportante un oggetto distintivo delle singole vicissitudini, e questi venti vissuti diventano, così, un esempio che se si vuole agire, senza demagogia disfattista o retorica buonista, si può fare. Biografie di cadute agli inferi e miracolose rinascite, trasmesse da sguardi che nascondono tormento e cicatrici mostrando la fierezza di andare avanti senza arrendersi e la contentezza di una nuova occasione di realizzazione.
Accanto ai pannelli un libro: la copertina riporta il nome del protagonista e il titolo della sua vicenda. All’interno le pagine bianche aspettano solo di essere riempite da noi: la trama è già scritta, manca solo l’inchiostro della nostra presa di coscienza e del nostro corretto agire.

Ombretta Di Pietro 

La mostra fotografica “Io Sono/ I Am” di Luisa Menazzi Moretti, un progetto voluto da Fondazione Città della Pace per Bambini Basilicata, Cooperativa Sociale il Sicomoro, Arci Basilicata, sarà ospitata al Mudec, via Tortona 56, nello Spazio delle Culture “Khaled al-Asaad”, ingresso gratuito, dall’ 1 luglio all’1 agosto, e si inserisce nel palinsesto culturale estivo del Comune di Milano “La Bella Estate”. Per info: 02/54971; mudec.it; yesmilano.it/labellaestate.

 

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