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La moglie di Dante al centro del nuovo romanzo di Marina Marazza

Un caotico vociare femmineo dirompe, stentoreo e turbinoso, da settecento anni. Quei variegati e molteplici toni che dalla composta melodia della Commedia fuorescon soavi e accesi, lievi e urlanti, colpendo il nostro udire sordo e i nostri animi dormienti. Camilla, Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Penelope, Circe, Francesca, Pia de’ Tolomei, Lucia, Sapìa di Siena, Piccarda, Matelda, Costanza, Beatrice, Maria Vergine…
Arpie, dannate, peccatrici, martiri, sante, muse, sublimi, angeliche: accordi che si uniscono in un sol dire. Ma un’unica nota manca in questo nobilissimo spartito imperituro e solenne. Un silente vuoto, che diventa un leggero gemito in crescendo: e percepiamo il dolente lamentar che ha l’ardire di pronunciarsi, facendosi largo in una selva di gorgheggi tuonanti, fino a cantar sovrastante per prendersi il dovuto posto tra i righi della Divina partitura.
E così conosciamo la voce, per tanti anni tacente, di Gemma della casata dei Donati, moglie di Dante ai degli Alighieri appartenente. Ma se il Sommo Vate fu investito da una gloria universale senza luogo e senza tempo, la Donati cadde in un dormiente oblio, in un ipotetico girone dei “dimentichi”, color che pur bene fecero nella loro vita, e sbagliaron come umana natura induce a fare, ma senza colpo ferire: e passan e vanno senza lasciar traccia. Ebbene Gemma ora si racconta: narrando la storia di una donna del suo tempo, di un Trecento dalle belle arti, dal mirabile poetare, dal commercio florido e arricchente, dalle spaccature politiche, dalle lotte interne alle urbes, dalle guerre tra città, dai tradimenti, dai loschi patteggiamenti per interesse. Di letterati evocanti, di pittori illustranti, di cavalieri fieri e feroci, di podestà e cardinali interessati e corruttibili, di penne, pennelli, cappe e spade. E soprattutto di donne, appunto, istruite quanto a loro poteva bastare, per le quali il destino era già scritto dai genitori, che ne decidevano il futuro da spose o novizie, accasate, giovanissime, con uomini o con Dio, per mero comodo e vantaggio del buon nome delle famiglie. E si dà a noi corpo e anima, denudandosi da ogni omissione prudenziale, rompendo ogni inibizione di pudico moralismo, svelandosi in tutta la sua autenticità, senza timor alcuno del giudizio altrui: per conquistarsi, così, il giusto posto nella historia mundi e nella memoria eterna delle posteri genti. Figlia devota e rispettosa, ma altrettanto tenace, decisa, ribelle come i suoi rossi riccioli, che ne incorniciano il volto dallo sguardo intelligente e vivace e che si sa “come lisciare e sbiondare alla bisogna”! Che ha “fin troppa lingua e buonsenso”, riuscendo a tenere testa, in una qualsivoglia conversazione, a chicchessia.
E così fa con il taciturno Dante, al quale sa smuover le parole di bocca nel trovar l’argomento a egli gradito, come la comune passione per la falconeria: e proprio il di lui Moscardo e l’Aster di lei, lo sparviero e l’astòre femmina tenuti sul pugno e sull’avambraccio, segnano il principio della loro vita insieme, già metafora e preludio del sodalizio. E pensare che al principio alcun vero interesse non si movea nel core e nella mente di Gemma verso quel suo vicino di casa quasi un po’ pedante, non bello, non particolarmente ricco, un tantino enigmatico, anche se gradevole nell’eloquio e nell’aspetto. Lacerata fin da subito: tra la passione carnale che provava per il cugino Corso, cavaliere senza scrupoli con un aspetto statuario di perfetta beltà, gli occhi di un arrogante azzurro acceso che gli consentivano di prendersi tutto ciò che voleva: e forse anche lei, come amante, la giovincella che chiamava “Testa di ruggine”. E la nobiltà d’animo e le cortesi maniere di un uomo dallo sguardo intenso e dal fascino attraente, che sapea farla sentire sicura quando la prendeva pel braccio e l’avvicinava al suo corpo alto, snello e muscoloso. “Moglie di un poeta, figurarsi.”: e invece di lui divenne sposa devota, perché si accorse che proprio quello volea essere. Seguendolo fedelmente in ogni sua vittoria e sconfitta, in ogni suo ardire e ardore, nonché nelle differenti scelte politiche che a lui costaron l’esilio infinito dalla crudele Firenze e a lei la bianca vedovanza.
Sola, con quattro figli, gli sguardi colmi di cattiveria, sbeffeggianti e giudicanti della gente, i beni confiscati: non le rimase che lasciar lei stessa la natia patria per peregrinar, fuggiasca, in un viaggio tutto terreno per la sopravvivenza. Se l’eterea Beatrice dalla bionda chioma rappresenta il dantesco amor giovanile che assurge alla sublimazione stessa dell’amore, per la conoscenza e soprattutto ed in ispecie per Dio, Gemma è l’amore terreno per eccellenza, dea del focolare domestico, compagna di vita nella buona e nella cattiva sorte, sostegno morale e materiale, punto di riferimento, custode delle segrete debolezze e tribolazioni di un Dante uomo e come tale passibile di errori, dubbi, paure, angosce. Che con forza e coraggio accetta una scelta che è già condanna alla lontananza e alla solitudine, ma senza recriminazione e resa alcuna. Uscendo così da quel limbo di continua sospensione in una zona grigia, lasciando le vesti fantasmiche e assurgendo alla sacralità di un cielo blu intenso, che si illumina dell’accesa luce rosso rubino che il suo nome ricorda e racchiude, iscrivendolo per sempre nel suo firmamento: Gemma! Un astro brillante, una nuova guida nell’empireo celestiale che Dante, d’ora in poi, scorgerà e riconoscerà e seguirà nel suo tornar “a riveder le stelle”.

Ombretta Di Pietro

“La moglie di Dante” l’ultimo romanzo di Marina Marazza, edizioni Solferino.

 

      

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