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Per l’Italia decisivi i prossimi cinque anni. Con o senza Draghi?

Non sappiamo se a Mario Draghi sia stata fatta la promessa di fare il presidente del Consiglio, sopportando le acrobazie di Salvini, le impuntature dei Cinque stelle, i mezzi sorrisi del Pd, per poter poi più tranquillamente trasferirsi al Quirinale nei primi mesi del prossimo anno.
Speriamo non sia così. Mario Draghi e il suo governo di unità nazionale sono la migliore ed unica risposta per un paese in ginocchio, frustrato da un virus che ha seminato la percentuale di morti in rapporto ai malati più alta dell’intera Europa e una povertà sempre più accentuata, con un Pil calato l’anno scorso di quasi il 9% ed un milione di disoccupati in più.
Draghi oggi é un punto di riferimento autorevole, il più autorevole a disposizione, capace di rispondere alle pretese di una Von der Leyen con parole d’un’altra epoca quali “per l’Italia ci vuole rispetto”. E soprattutto in grado di fare approvare dal Parlamento il piano nazionale di ripresa e resilienza che mette insieme le risorse (circa 195 miliardi) stanziate dal Recovery, più altri 30 dal piano complementare e altri 26 di risorse aggiuntive, suscitando nel dibattito parlamentare scarsi e rassegnati contrasti.
Ha perfettamente ragione il presidente di Confindustria Bonomi quando ricorda che senza un intervento radicale sulle semplificazioni le opere previste dal piano non sarà possibile realizzarle entro la data fissata del 2026. Di questo pare assolutamente consapevole il presidente del Consiglio che annuncia due riforme immediate: quella della giustizia, sia civile che penale, per accorciare i tempi dei processi, quella della pubblica amministrazione per semplificare tutte le procedure amministrative. A queste due riforme si aggiungono poi altre sei missioni puntualmente elencate dal presidente del consiglio nel suo intervento per la fiducia alle camere.
Si tratta come si vede di un intervento epocale, che unisce risorse europee a risorse già stanziate (e generalmente non spese) del governo italiano. Saranno cinque anni fondamentali per il futuro dell’Italia e anche dell’Europa, cinque anni che dovrebbero essere gestiti dallo stesso governo e dallo stesso presidente del Consiglio. Ma che senso avrebbe presentare un piano per la rinascita dell’Italia per poi lasciare ad altri la sua gestione con il rischio che i buoni propositi ed anche il prestigio conquistato cadano in mani sbagliate? Ad esempio ad un governo di destra che Salvini e Meloni non vedono l’ora di poter dare al paese o ad un governo che il Pd intende presentare di nuovo in coalizione coi Cinque stelle di Giuseppe Conte.
Ci sono poi alcuni “spiritosi” che ritengono addirittura che un governo di unità nazionale corrisponda a una sospensione della democrazia. In Germania un governo del genere sopravvive da anni. E la Germania é il paese europeo tuttora trainante. Le contrapposizioni destra sinistra, che sono fondamentali per il funzionamento di una democrazia, è meglio rimandarle a tempi normali.
Oggi siamo in una situazione eccezionale ed eccezionale deve essere la risposta delle forze politiche.

Ciemme

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